Perfezionismo e Arte

Il perfezionismo è davvero arte, o è schiavitù?

Spesso l’attenzione ai dettagli è ciò che fa la differenza: questo è quello che si ripete l’amante della perfezione. Nell’arte, nel lavoro e non di rado nel corpo e nell’amore si insegue l’immagine perfetta investendo una grandissima quantità di energie materiali e psichiche. Se da un lato ciò porta dei bei risultati, c’è chi prova sempre un po’ di insoddisfazione e continua la sua infinita scalata…

Perfezione: oggettiva o soggettiva?

Il perfezionista non si chiede quanto la sua idea di perfezione sia condivisibile; più frequentemente considera l’ideale di perfezione nella sua testa come un dato puro, reale e dotato di assoluta oggettività. Troppo spesso ci dimentichiamo che tutte le nostre opinioni, ciò che riteniamo bello, giusto e così via, sono viziate dal nostro contesto di appartenenza. A formare queste idee non solo contribuisce la nostra crescita all’interno della famiglia d’origine, ma ad un livello superiore, la società a cui si appartiene. Quindi se da un lato è fondamentale avere dei concetti generali per orientarci nei comportamenti ed inserirci in società, dall’altro è disfunzionale credere che siano idee universalmente e oggettivamente buone. In alcune società si mangiano insetti e carne di cane, se ciò ci fa inorridire è solo perché siamo vissuti in un cotesto socio-culturale nel quale il cane è il perfetto animale domestico e gli insetti disgustosi sono sterminati con 300 prodotti chimici diversi. Per i cani esistono giochi, assicurazioni mediche, cibi prelibati e questo genera l’idea che siano quasi dei figli nella nostra coscienza sociale. In modo analogo, quando cerchiamo la ricetta della perfezione, non dovremmo dimenticare il suo valore relativo e opinabile, qualunque sia il campo nel quale ci stiamo cimentando. Tuttavia, può accadere che questa consapevolezza a livello mentale, non sia sinceramente avvertita ad un livello più profondo…

Da dove nasce il mio bisogno di perfezionismo?  

bisogno di perfezionismo

Può capitare che la ricerca della perfezione diventi un bisogno indispensabile, accompagnato da una costante sensazione di inadeguatezza quando non la si raggiunge. Soffermarci su quest’ultima sensazione spiacevole può aiutarci a comprendere la profonda radice di questo bisogno. La voglia di raggiungere la perfezione può nascere da situazioni famigliari diametralmente opposte. In alcuni casi, nella propria famiglia di origine si potrebbe creare un clima di sofferto impegno per dimostrare di valere qualcosa alle proprie figure di accudimento. Ricevere un’educazione rigida fondata sull’obbligo di dover fare sempre di più, instaura un costante senso di colpa per non essersi impegnato a sufficienza per raggiungere i propri obiettivi. Il bambino che ancora non sente sua l’ambizione adulta, si sente inadeguato e non meritevole dell’amore dei suoi genitori quando non rispetta quelle rigide prescrizioni.  Il perfezionista adulto in questo caso, continuerà a faticare proprio per allontanare la spiacevolezza di quella sensazione, la quale inevitabilmente, durante la sua infanzia si è anche legata alla paura di non essere “amabile” se non si impegna abbastanza.

In altri casi, la totale assenza di regole può instaurare il medesimo bisogno di perfezione: se mamma e papà non sembrano accorgersi di me, probabilmente devo fare di più. Ovviamente nella mente di un bambino e del futuro adolescente, queste idee non hanno una forma così chiara e lineare, tuttavia ne determinano la sensazione di inadeguatezza.

Nella vita adulta, la ricerca dell’ideale diviene quasi automatica e connaturata alla propria personalità: “sono così, di natura”, “sono un tipo preciso”. Difficilmente ci si interroga su cosa motiva questo bisogno e soprattutto su cosa lo rende inappagabile…

Il rapporto equilibrato con il perfezionismo: liberare l’arte dalla schiavitù

scalata al successo

I perfezionisti si dedicano anima e corpo nella loro personale scalata, raggiungono anche ottimi risultati, ma quasi mai provano piacere e appagamento. Questo meccanismo continua a spingere la loro attività verso obiettivi sempre più alti ma a quale prezzo? Se non mi metto in moto per realizzare il mio progetto riesco a tollerare il disagio? Se quando non obbedisco al mio senso di dovere provo sentimenti di colpa o inadeguatezza, se passo molto più tempo a faticare piuttosto che godere di ciò che ho raggiunto, significa che sono diventato schiavo di me stesso.

Uno dei meccanismi più insidiosi che si cela dietro il perfezionismo è una forte rigidità, la quale non permette errore e non concede pause. Ma quali sono i passaggi che ci potrebbero aiutare a massimizzare i benefici di questa condotta, minimizzandone i difetti?

In primo luogo dobbiamo sempre ricordarci che l’ideale che è nella nostra mente è un dato mentale, un’idea. È consigliabile trattarla come tale e non rapportarci ad essa come se fosse un dato concreto da ritrovare nel mondo reale che conosciamo. L’ideale è qualcosa a cui tendere, al quale ispirarsi mantenendo la costante consapevolezza che non esiste con quelle esatte caratteristiche.

In secondo luogo, dobbiamo imparare a godere dei risultati ottenuti: non significa accontentarsi, infatti posso continuare a pretendere molto da me stesso anche se mi apprezzo e sono felice degli obiettivi che ho raggiunto. Non dobbiamo necessariamente sentirci inadeguati o uno schifo per mettere in moto le nostre risorse verso un nuovo obiettivo.

Infine, la parte davvero più complessa: bisogna fare luce sui veri motivi che ci hanno condotti su questa strada. Cosa succede se non sono perfetto? Scavare può portare alla luce sentimenti di rabbia e ancora più profondamente di tristezza, tuttavia solo riappropriandoci della parte più intima di noi stessi potremo trasformare il nostro perfezionismo nella forma più elevata di arte.

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