Crescere in un carcere di massima sicurezza

Dentro l’inferno: una storia vera

Sono cresciuta in un carcere di massima sicurezza perché mio padre negli anni ‘80 era comandante della polizia penitenziaria, diciassette anni di vita vissuta sotto scorta, quella caserma è stata il mio “grande” inferno.
Impressi nella mia mente frammenti di un passato che non potrò mai cancellare, indelebili resteranno i ricordi nei miei occhi è ancora scolpita la paura e sul mio volto trapela un leggero sorriso come a voler mascherare tutto quell’incubo.
La vita , una scommessa con il destino a volte “beffardo” che mischia le carte in tavola per vedere fino a che punto una persona può resistere al dolore, il dolore dell’anima, essa mi aveva già colpito dal momento della nascita: rimasta sola in un orfanotrofio; poi, con il passar degli anni, dopo che avevo ritrovato “in parte” la mia famiglia, decide che per me non era ancora finita, doveva temprarmi ad essere quella che come sono diventata oggi: una donna forte.
La mia vita una lunga e tortuosa strada, nelle difficoltà ho trovato la mia grande forza. Dovevo rialzarmi perché dovevo… ricominciare a vivere.

carcere, mani, rete,
mani stringono la rete di una prigione

Io, come molti bambini, non ho avuto da subito la fortuna di nascere in un contesto famigliare, infatti nasco da una storia extraconiugale, i miei genitori avevano entrambi delle rispettive famiglie con prole ed io non saprò mai se quello che univa mio padre e mia madre in quel periodo sia stato un “vero” amore ma sta di fatto che da quella unione sono nata io, inconsapevole di quanto fuori la vita per me sarebbe stata cattiva. I miei nove mesi in quel grembo materno sono stati l’unico momento di vero amore che mi teneva unita a mia madre e credo che per lei non sia stato facile proseguire la gravidanza ma trovò lo stesso la forza di portarla a termine .
Dopo nove mesi venni al mondo e quello fu l’ultima volta che la vidi. Infatti, forse spaventata decise di abbandonarmi, di non portarmi a casa con lei con la sua famiglia. Così almeno da come mi è stato raccontato, all’inizio venni affidata ad una balia per poi essere portata in un orfanotrofio, quelli sono stati i tre anni più bui della mia vita, non ricordo nulla credo di aver rimosso per il troppo dolore. E poi in tutta questa situazione c’era mio padre che viveva tra l’orfanotrofio e casa sua. Sempre presente almeno da come mi hanno raccontato. Dopo tre anni di solitudine decise di rompere quel muro di sofferenza che si portava dentro parlando alla sua famiglia di me, così decise di portarmi a casa fra loro.
Per un breve periodo rimasi in famiglia per vedere come mi sarei trovata, ero felice avevo tre o quattro anni finalmente non ero più sola avevo soprattutto una MAMMA. Dopo quel periodo di “prova” venni nuovamente riportata in istituto in attesa che tutte le carte fossero pronte.
Avrei avuto una vera famiglia dove con loro avrei condiviso tutte le feste, e tanti altri momenti.
Nei miei occhi c’era la gioia, l’euforia per una grande novità. Una sorpresa che piano piano ti attraversa l’anima. Emozioni senza tempo, che non hanno parole, forti, belle, delicate perché erano le emozioni di una bambina.
Riconosciuta da mio padre, adottata da mia madre, eccomi arrivata nella mia nuova vita.
Difficile dimenticare il dolore della solitudine che avevo passato anche se non ricordavo nulla, dentro di me sentivo un grande vuoto che riuscivo solo a colmare piangendo… piangendo in silenzio, nella notte dove le lacrime scendevano piano piano sul mio viso.
Ero una bambina ferita, colpita da una dolore che si sarebbe portata dentro per tutta la vita. In questa nuova famiglia avevo trovato calore, tanti giochi, non mi mancava niente, quando mi prendevano in braccio timidamente arrossivo per l’emozione che qualcuno finalmente mi amasse veramente come avevo sempre desiderato.
Fino a sei anni rimasi a vivere a Torino, una maestosa città che non ha bisogno di altri aggettivi per essere descritta. Avevo iniziato ad andare a scuola, sembravo felice ma ogni tanto ritornava dentro di me quel vuoto che avevo che non sapevo da dove venisse so solo che mi procurava solo tanta tristezza. Quanto ho pianto, avevo un dolore nell’anima che non riuscito a colmare, cresceva giorno dopo giorno.
Dopo un paio di mesi mio padre venne trasferito in un’altra città per comandare un carcere di massima sicurezza. Da lì iniziò il mio vero inferno.
Siamo negli anni’80, gli anni di piombo, firmato “Brigate Rosse”; io avevo appena 6 anni e già una sottile paura scorreva attraverso un foglio bianco ricoperto di parole di ritagli di giornali.
Era iniziato l’incubo… quel timore che giorno dopo giorno cresceva dentro di me, soffocandomi sempre di più, diventando alla fine la mia peggiore prigione.
Mi ero sempre domandata cosa fosse la liberta, io, che mi sentivo prigioniera senza aver commesso nulla. Ho sentito gli spari sulla mia pelle, le rivolte sanguinose e le urla dei detenuti, quando c’erano quei momenti bastava che andassi in camera mia per sedermi sul letto con gli occhi chiusi e le orecchie tappate dalle mie mani tremanti per aspettare che quell’inferno terminasse.

Nella mia mente ancora assordanti erano le grida dei detenuti che urlavano la loro voglia di libertà, sbattendo le mani contro le sbarre delle celle.

La paura scorreva durante la notte, quando il buio aveva coperto la luce e quel “gran” rumore sembrava non avere mai fine.
Le guardie che correvano con i manganelli e poi… le botte tra agenti e detenuti, mentre dall’altra parte della caserma c’ero io: una bambina che aveva solo tanta paura. Piangevo chiusa nella mia camera per il timore che accadesse il peggio, sentivo la sirena che suonava le ore di terrore di una rivolta che si sarebbe trasformata in un vero e proprio “inferno”. Mi svegliavo e scorgevo il sole che finalmente restituiva la luce a una notte da incubo. Mi alzavo per aprire la finestra della mia camera, ignara di quanto fosse accaduto. Non appena alzai le tapparelle, trovai sotto la finestra quattro bare, una accanto all’altra.
Un’immagine che non potrò mai dimenticare, in quel momento nei miei occhi lo spavento rimbombò; poi, un silenzio assordante coprì tutti i miei pensieri, questi sono solo alcuni episodi, rimasti impressi nella mia mente. Oggi li ho voluti raccogliere in queste poche righe.
La mia vita sotto scorta per ben diciassette anni da quattro “angeli” che vegliavano su di me alcune volte in divisa altre volte in borghese, ma sempre con le pistole; sì, quelle pistole che non potrò mai dimenticare.
Ad ogni macchina sospetta io venivo nascosta. Non potrò mai scordare un episodio che accadde quando ero in vacanza in Abruzzo con la mia famiglia a una festa di paese, io, sempre accompagnata dalla scorta, vidi delle amiche in lontananza, si avvicinarono per salutarmi, gli agenti non sapendo chi fossero, lo fermarono subito perquisendole, poi appena spiegai loro chi fossero la situazione ritornò alla normalità.
Prigioniera, blindata dalla mia stessa vita che non avevo certo scelto io di viverla così!
Una sera io e mio padre stavamo rientrando a casa con la nostra scorta, e accadde un episodio bruttissimo; ancora un ricordo nitido nella mia mente talmente è stato imponente.
Vi era una nebbia molto fitta e la macchina proseguiva a rilento verso la caserma l’autista faceva cenno con i fari ai carabinieri di servizio per farsi riconoscere, fu solo un attimo, mio padre aveva capito che c’era qualcosa che non andava, un secondo di silenzio, i fari che lampeggiavano e poi… lo sparo… quello sparo. Ci spararono dritti verso la macchina. Paura… solo tanta paura per quel proiettile che poteva ammazzarci.
L’agente e mio padre voltandosi verso di me capirono subito il mio stato d’animo in quel momento, sotto shock , tremante per lo spavento.
Appena mio padre andò in pensione mi ritrovai finalmente libera di vivere una nuova vita, ma quanta paura senza i miei quattro “angeli” accanto.
Era iniziata per me una nuova vita. Non era certo facile ricominciare tutto da capo.
La libertà che avevo sempre desiderato era bella quasi “surreale” dopo aver trascorso 17 anni in quella caserma.
Così piano piano ripresi il mio nuovo cammino, la mattina andavo a scuola ed il pomeriggio aiutavo mio padre nella sua nuova attività di investigatore privato.
La nuova casa che mio padre aveva comprato era molto bella, grande, luminosa , abitavamo al 4° piano con l’ascensore: già, l’ascensore dove iniziarono le mie fobie piu’ profonde. Ricordo ancora quel giorno quando rimasi chiusa dentro, all’inizio sembrava tutto tranquillo ma poi piano piano qualcosa dentro di me cambiò. Chiusa in quello spazio ridotto, iniziai a sentirmi male, la sensazione di avere il cuore in gola, battiti sempre più forti, mancanza del respiro, lo spavento prese il sopravvento, mi sedetti a terra chiudendo gli occhi per cercare di non vedere quello che in quel momento mi terrorizzava: il chiuso, quando ad un tratto nella mia mente leggeri flash di immagini si susseguirono. La caserma, la mia camera, quelle finestre abbassate, intanto il mio respiro diventava sempre più affannoso, non respiravo piu’, i battiti erano a mille, sudavo e tremavo…
Passai dei momenti bruttissimi, finchè alla fine l’ascensore riprese ad andare. Quando usci fuori ero pallida, mi girava la testa, mi sentivo svenire. Non capivo che cosa mi fosse accaduto ricordo solo che stavo malissimo. Quando poi andai dal dottore per raccontargli tutto, lui mi disse che avevo avuto un attacco di claustrofobia. Che strana parola! Difficile da comprendere ma era invece molto semplice era la paura del chiuso. Che cosa voleva dire? Io ero claustrofobica? Neanche lui sapeva rispondermi, dovevo vedere se in seguito mi sarebbero accaduti di nuovo tali episodi.
Certo ogni volta che prendevo l’ascensore non ero più tranquilla, avevo paura. Si può vivere di paura nella paura? Beh io l’avevo sempre fatto! I giorni trascorrevano sembrava che stavo bene quel brutto malessere non mi era più accaduto finchè un altro giorno non rimasi chiusa nuovamente ma questa volta nel montacarichi.
Le sensazioni furono le stesse, forse ancora più forti, la gola chiusa, i battiti del cuore che mi martellavano. Che cosa mi stava accadendo? Chiudevo gli occhi e vedevo la caserma, sentivo le rivolte dentro la mia testa. Questo era solo l’inizio di un lungo calvario senza dimenticarmi di quel senso di vuoto che mi portavo dentro da quando ero piccola. Venni vista così da un neurologo che mi diede una cura per attutire il dolore del vuoto e la paura del chiuso.
Non avevo certo risolto il problema ma avevo un senso di serenità dettata dal farmaco.
I giorni proseguivano sembrava essere ritornata un po’ di tranquillità ma un giorno mentre ero in ufficio arrivò una strana telefonata da una donna che cercava mio padre. Lui non c’era e lei iniziò così a parlarmi, aveva una bella voce che ascoltandola risuonava nel mio cuore. Non capivo perché ma mi era familiare. Dentro di me mi sentivo strana, il cuore aveva accelerato i battiti ma perché? Chi era quella donna? Era la mia vera madre!!! La donna che mi aveva abbandonato”. No, non potevo crederci in quel momento nel mio cuore mille emozioni, amore, rabbia, ed altro, sconvolsero la mia anima rendendola ancora più fragile. Lei iniziò allora a raccontarmi tutto, io ascoltavo la sua voce che risuonava dentro di me, non capivo più nulla, ero entrata in confusione, il respiro aumentava, la gola mi si chiudeva di nuovo. Stavo avendo un altro attacco, in quel momento lei parlava ed io ero in una totale confusione, l’unica cosa certa era che la donna che avevo chiamato MAMMA non era la mia vera madre!
Quando rientrai a casa nel raccontare a mio padre quanto era accaduto, lui negò tutto con una freddezza unica, mentre la faccia di mia madre era completamente sbiancata.
Era iniziato un altro incubo! Chi ero? Ma soprattutto chi era mia madre?
Così decisi di conoscere questa donna.
Volevo vedere che volto avesse la donna che mi aveva abbandonato.
Non appena mi vide mi abbracciò mettendosi a piangere. Guardando il suo volto, i suoi occhi, il suo sorriso scopri una parte di me. Lei mi accolse a casa sua insieme alle sue sorelle, le mie zie. Mi sembrava tutto così strano. Mi fece vedere tutte le foto che aveva di quando ero piccola che le aveva fatto con mio padre, ma la mia attenzione cadde su una in particolare dove vi era lei da giovane con mio padre. Nella mia mente ancora un ricordo, lacerante, lui infatti da bambina mi portava sempre in una gelateria dove c’era una donna che ci aspettava, lei mi prendeva in braccio e mi parlava… avevo capito tutto: era lei.
Adesso capivo perché la sua voce mi era così familiare: era quella di mia madre! Che colpo al cuore ma soprattutto perché mio padre mi aveva mentito?
Con il passare del tempo io e mia madre avevamo ripreso piano piano i rapporti, anche se per me non era facile trovarmi davanti ad una situazione così, avevo due mamme e tanta confusione.
Quando decisi di raccontare tutto a mio padre, lui mi mise davanti ad una difficile scelta: o lei o lui. Non voleva che io avessi a che fare con quella donna, era molto arrabbiato con me, io che mi sentivo sempre un po’ intimorita da lui, scelsi di non vederla e sentirla più.
Anche se quella donna non la sentivo come “ mia madre”, non era certo la scelta che avrei volevo fare, ma dovetti decidere così. La mia vita da allora cambiò molto segnata ancora di più da una verità che faceva fatica a venire alla luce, vissuta dentro un muro di menzogne dove tutti sapevano tranne io!!! Odiai mio padre perché la rabbia che avevo dentro di me era davvero tanta. Ma di chi mi potevo fidare se mi sentivo tradita dalla mia famiglia?
Il mio stato d’animo peggiorò nel giro di poco tempo, perché quel malessere interiore che mi portavo dentro aveva avuto degli effetti devastanti. Iniziai a prendermela con me stessa, mangiando, mangiando, soffocando la mia rabbia nel cibo, non vedevo più niente e nessuno, nel giro di pochi mesi mi ritrovai trasformata dai miei 90 chili di sofferenza.
Non riuscivo più a guardarmi allo specchio talmente mi odiavo, vedevo un essere un spregevole, che si stava facendo tanto male per non farlo agli altri.
Le mie paure, le mie ansie, la mia vera prigione interiore come potevo scappare da questo inferno che mi stava divorando giorno per giorno. Fui ricoverata all’ospedale per essere disintossicata dai farmaci che avevo preso perchè non mi facevano più l’effetto che dovevano, non ricordo nulla solo che dormivo, dormivo… ero chiusa nel mio mondo perché la realtà che stavo vivendo mi faceva solo tanta paura.
Ero oramai al limite, stremata dal mio passato che mi sta ammazzando, non sapevo più cosa fare, avevo bisogno solo di aiuto. Così’ un giorno parlando con mia zia, la sorella di mio padre, riuscì ad andare via dalla mia famiglia, da mio padre, per andare un po’ in Abruzzo. Da lì in poco tempo le cose cambiarono perché tramite dei parenti di Roma conobbi una psicologa al quale mi confidai raccontandole tutto quello che stavo passando, lei mi prese a cuore ed iniziai le terapie nel suo studio. Sembrava un miracolo, iniziai il mio percorso interiore, anche attraverso l’ipnosi, devastante, difficile da guardare e tanto più da affrontare, erano le mie paure, la mia rabbia, tornavo a casa che vomitavo, piangevo, quante volte mi passava per la testa di lasciare tutto perché era veramente troppa la sofferenza da affrontare, invece ho lottato con me stessa ed alla fine ho vinto. Dopo mesi e mesi, persi 30 chili senza farmaci solo con l’aiuto di persone valide e competenti e la mia grande forza di volontà.
Presi la patente, mi affacciai piano piano alla mia nuova vita.
Oggi sono molto cambiata, mi sono sposata e lavoro in una casa di riposo, sono diventata una scrittrice, la passione che ho sempre avuto da quando ero piccola.
Scrissi il mio primo libro 14 anni fa dedicato agli angeli custodi dal titolo: “Un angelo accanto”, oggi in ristampa, perché sono sicura che io in tutto il mio difficile percorso abbia sempre avuto un angelo al mio fianco. Poi nel maggio del 2015 ho presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino il mio secondo romanzo: “La tempesta dell’anima”, dove racconto la sofferenza della solitudine. Ho fatto parte di una collane di autori di storie noir nel libro: “Giallo Piccante” con il racconto: “Nel silenzio della notte” e collaboro con la rivista “Il mio Angelo” e finalmente ho trovato la forza di raccontare la mia storia in un libro che uscirà presto.
Da questa vita ne sono uscita vittoriosa perché ho lottato, sono stata forte anche se non è stato facile perché ancora oggi alcuni ricordi mi toccano nell’anima lasciando dentro di me una enorme tristezza.
Non potrò mai tornare indietro per cancellare il mio passato, vado avanti con la forza e la determinazione che ho sempre avuto. Certo alcune paure fanno ancora parte della mia vita ma ho imparato a conviverci… e se la mia storia mi ha lacerato l’anima oggi ne ho fatto la mia arma vincente. Non bisogna mai arrendersi! Lottare, lottare sempre e credere nei sogni…
Sorrido perché nonostante tutto mi ritengo una persona fortunata, che soprattutto ama la vita.

LOREDANA BERARDI

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