Perché hai deciso di prenderti cura di me?

Ci conosciamo da un po’ dottor Pacetti…Vero? Si ricorda la prima volta che ci siamo incontrati? Io si, benissimo …mamma mia dottore, ha mai pensato di fare una foto ai suoi pazienti il primo giorno che vi incontrate? Beh, io si Dottore…

Mi sono passate per le mani delle foto fatte in quel periodo, forse qualche giorno prima di essere venuta da Lei…mio Dio che impressione…Lei se ne ricorda? Avevo una gran paura e dal mio viso si vedeva vero? Si vedeva anche nel modo in cui mi sedevo o nel modo in cui mi muovevo …senza parlare di come mi vestivo…

Arrivai da lei dopo vari tentativi di psicoterapia e farmacoterapia falliti, con nessuna diagnosi ufficiale, ma svariati malesseri che mi impedivano non solo di svolgere una vita normale, ma mi impedivano di vivere se non accompagnata tremante per mano da familiari o sempre più spesso dalle sirene dell’ambulanza chiamata per i sintomi sempre più forti. Ansia, attacchi di panico, depressione…

Cosa ha pensato quando ci siamo incontrati? …beh, io ho pensato che come gli altri mi avrebbe sbolognato ad un suo collega…con la solita frase ormai ripetuta diverse volte da chi l’ha preceduta: “vorrei farle conoscere un/una mio/a collega”

Quanto tempo è che continuiamo a fare sedute dottore? …certo un bel po’! Ma quanti cambiamenti mi sono conquistata!  

Ultimamente ho letto una citazione e l’ho pensata dottore, è una frase di D.W.Wincott e più o meno dice così: “Lo psicanalista ( così come lo psicologo, lo psicoterapeuta e le altre figure presenti in questa professione) è chiamato a “sopravvivere” alla distruttività dei propri pazienti” … E io sono stata parecchio distruttiva, me ne rendo conto Dottore …ma anche Lei non è stato da meno, probabilmente anche i pazienti sono tenuti a sopravvivere alla distruttività del proprio psicoterapeuta!  Ma d’altronde non si può ricostruire se prima non si demolisce qualcosa.

Perché ha scelto di prendersi cura di me e ha scelto di continuare a farlo nonostante tutto quello che ci siamo scambiati fra queste quattro mura?  Uso il termine “scegliere” perché ogni singolo momento dei nostri incontri terapeutici è stato una scelta reciproca: di confrontarsi, di lavorare, di relazionarsi, di continuare a perseguire lo stesso obbiettivo nonostante i miei ripetuti sabotaggi e le difficoltà di tutto questo periodo. Scelta di fidarsi l’uno dell’altro fino al punto di scambiarsi piccolissime cose di vita privata. Lei sa molto di me, ed io non conosco quasi niente di lei, se non quelle piccolissime cose che la rendono umano e reale, e anche un po’ sgangherato…che fortuna trovare una persona che ti insegna che si può “essere” perfetti anche quando abbiamo dei difetti…imparare che siamo bellissimi e unici proprio perché siamo perfettamente imperfetti!

Si ricorda la prima volta che ci siamo sentiti per telefono? Come al solito non avevo contattato io il professionista di turno…era stata mia madre a chiamarla, io non ce l’avrei mai fatta Dottore, ma le persone che mi stavano accanto erano veramente esauste di me e di come erano costretti a vedermi ogni singolo giorno, penso che mia mamma l’abbia chiamata per riuscire a ritornare a star bene anche lei, oltre che riuscire a star bene io perché questo faceva soffrire non solo me… si ricorda quello che disse a mia madre? Beh…io si, e anche mia madre se lo ricorda, lei le rispose: “è  per caso la sua segretaria? Vorrei parlare con sua figlia, dato che mi ha detto che è più che maggiorenne” …certo non ho la sicurezza di queste parole, perché non le ho sentite personalmente, ma ricordo il volto di mia madre quando mi ha passato ammutolita il cellulare.

Solitamente si pensa ad uno psicologo, ad uno psicoterapeuta come un avido ciuccia soldi che serve a ben poco visto che non ti cura con qualcosa di materiale da deglutire;  a volte non si considera il grande potere della comunicazione verbale e soprattutto delle attenzioni ai piccoli gesti, ai piccoli movimenti che parlano anch’essi, ne quello distruttivo, ne tantomeno quello costruttivo, ma è una gran medicina dottore …e lei non voleva un cliente/paziente qualsiasi portato da chissacchì, lei voleva parlare con me, e non con chi probabilmente le avrebbe pagato la parcella.  

Prima ancora che ci incontrassimo lei aveva fatto qualcosa che per me avrebbe avuto un gran significato.

Perché oggi, quando mi ha fatto quella domanda, sentita tante altre volte, quel semplice ma non banale “come sta?”, ho avuto quella sensazioni, quelle vertigini, dottore? Come ha fatto ad accorgersene se io non le ho detto niente? Grazie per l’acqua, grazie per quel caffè e per le mentine che mi offre che fanno entrare un po’ di normalità in quello studio. È passato più di un mese dall’ultima volta che ci siamo visti e che ci siamo sentiti, sto bene, sono stata bene …ma perché’ mi sono emozionata nel rientrare in questa stanza dottore? Perché’ mi tremava la voce e trattenevo a stento le lacrime per una cosa talmente bella, come quella di dirle finalmente che stavo bene? Perché in questa stanza niente è scontato, niente è dato dal caso, niente è legato a non avere un significato, né una frase, né un cambiamento del tono della voce, né un modo di porsi all’interlocutore.

Chi l’avrebbe mai detto che sarei mai riuscita anche semplicemente a parlare con qualcuno delle mie difficoltà, delle mie speranze, dei miei desideri? Arrivando infine a confrontarmi con questa semplicità e per niente intimorita da uno sguardo o un possibile confronto. Chi l’avrebbe mai detto che sarei riuscita a togliermi il carico di paure che mi portavo addosso e che grazie a questo avrei finalmente cominciato a diventare la donna che sarei dovuta essere…

Cosa succede nella stanza dello psicologo? Succede che due persone si incontrano e si relazionano, con tutte le sfaccettature che una relazione sana può presentare, positive e negative, quelle che ci fanno piacere e quelle che a volte ti costringono a cercare di sabotare la terapia perché non ti piacciono per niente. La psicoterapia ti insegna a portar fuori da quelle 4 mura ciò che hai appreso in quei 60 minuti. In quella stanza c’e’ un NOI che si è scelto momento per momento, che ti insegna a diventare un IO e ti insegna a godere di ciò che quest’io è, partendo da ciò che è stato.    

Perché’ ha deciso di prendersi cura di me dottor Pacetti?:

Perché lei Doriana me lo ha chiesto, perché ho visto dietro alle sue paure ed alle sue fragilità la donna che sarebbe potuta essere. Perché’ essere terapeuta e paziente non è solo tecnicismi e teorie, in questo mestiere ci si riesce solo se oltre il lavoro, oltre il compenso, ci si mette ancora, molto, molto altro; un “altro” che non si ottiene solo dai numerosi volumi letti o dalle tante ore di formazione fatte; questo “altro” deve nascere e nutrirsi di un grande amore e di un grande rispetto dell’individuo e delle storie che lo abitano e che contribuiscono in modo sostanziale a formarlo.  

La risposta che il dott. Pacetti mi dette subitaneamente, fu una delle risposte che non mi sarei mai aspettata, e fu quel: “perché lei Doriana è…” a farmi comprendere una volta in più che mettere al centro le persone è il più alto dei significati raggiungibili in una relazione terapeutica che voglia curare.

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