Morire dentro un super carcere di massima sicurezza senza aver commesso alcun reato
Ci sono infanzie che si consumano dietro le tendine di una finestra, guardando un mondo che fa paura. La mia è stata una di queste. Crescere all’interno delle mura di un penitenziario, con la scorta ad accompagnare ogni spostamento, ha segnato in profondità il modo in cui ho imparato a percepire la sicurezza, la minaccia e me stessa. Non avevo commesso alcun reato, eppure vivevo dentro un luogo pensato per chi ne aveva commessi di gravissimi.
Ero una bambina…
Ero una bambina senza via d’uscita, costretta a sentire le rivolte, a vedere nascosta dietro le tendine della mia finestra l’arrivo di Renato Vallanzasca. Gli occhi incuriositi di una fanciulla che silenziosamente registravano dentro la sua anima la paura.
Gli spari dei mitra sulla macchina dove viaggiavo insieme a mio padre e alla scorta, in una sera nebbiosa, fecero scattare in me i primi attacchi di panico. Fu l’inizio di un vero e lungo, lacerante inferno: la depressione, quella continua vocina che abitava dentro la mia mente.
L’autolesionismo divenne un rifugio: sentire quella lametta accarezzare le mie braccia era l’unico piacere che provassi. Le lacrime che scorrevano sul mio viso in silenzio, nell’oscurità della notte, dove nessuno poteva sentirmi.
Quando il contesto entra nel corpo di un bambino
Ripensandoci oggi, capisco che un bambino non ha gli strumenti per elaborare una minaccia costante. Non possiede le parole per dire la paura, e così quella paura si deposita altrove: nel corpo, nel sonno, nei pensieri. Gli attacchi di panico, la voce interiore che non dava tregua, l’autolesionismo come unico modo per sentire qualcosa che non fosse angoscia: erano tutti tentativi disperati di dare forma a un dolore che non trovava altre vie di uscita. Non era debolezza. Era una bambina che cercava di sopravvivere a un ambiente più grande di lei.
Il baratro
Una cura di psicofarmaci per colmare l’ansia, la depressione e gli attacchi di panico mi portarono alla follia. Volevo urlare tutta quella rabbia che, giorno dopo giorno, mi stava divorando.
L’amara scoperta, alla fine, di essere stata anche adottata mi portò nel devastante tunnel della bulimia. Chili e chili di paure, di rabbia inespressa, quel disperato bisogno di gridare, di prendere a botte quella vita che mi aveva massacrata.
Il dolore che cerca una via d’uscita
Il disturbo alimentare, in tanti percorsi, non nasce dal cibo: il cibo diventa il linguaggio con cui si racconta un dolore che non ha trovato altre parole. Riempirsi e svuotarsi era il modo in cui provavo a gestire l’ingestibile, a mettere fuori ciò che dentro pesava troppo. La scoperta dell’adozione, arrivata come un terremoto sull’identità già fragile di chi non aveva mai avuto un terreno stabile sotto i piedi, aveva tolto anche l’ultima certezza. In quel momento il baratro sembrava non avere fondo.
La svolta
Ma quando si arriva in fondo non puoi che risalire, oppure muori. Io scelsi di vivere, per combattere tutti i miei demoni.
Un lunghissimo percorso terapeutico e farmacologico mi portò ad affrontare tutte le mie paure. Tra tantissime difficoltà, alla fine, in fondo a quel tunnel, ritrovai la luce: quella voce malefica abbandonò definitivamente la mia psiche.
Poi l’incontro inaspettato con quei terroristi riportò per un attimo a galla tutto il mio vissuto, per non parlare di quella madre biologica che non accettavo. La tentazione di ricadere nel cibo era tanta, ma la forza di vincere era più grande.
Cosa significa davvero “toccare il fondo”
Si dice spesso che toccare il fondo sia il momento peggiore. In realtà, per chi trova il coraggio di restare, può diventare l’unico punto da cui è possibile spingersi verso l’alto. La svolta non arriva come un lampo improvviso: è fatta di un percorso lungo, di cadute e ripartenze, di un lavoro terapeutico paziente e, quando serve, di un supporto farmacologico. Non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma una scelta rinnovata ogni giorno: la scelta di vivere.
La rinascita
Così, alla fine, ripresi in mano tutta la mia vita, iniziando ad amarmi come non avevo mai fatto. La scomparsa della mia madre adottiva mette in risalto la mia completa guarigione psicologica: nonostante quel terribile lutto che aveva trafitto il mio cuore, trovai in me stessa la forza di andare avanti senza ricadere nel passato.
Ho imparato che amarsi non è un punto di partenza scontato, ma una conquista, soprattutto per chi ha passato l’infanzia a sentirsi in pericolo. Ho imparato che il passato non si cancella, ma smette di comandare quando trova finalmente le parole per essere raccontato. E ho imparato che persino un lutto, il più doloroso, può diventare la prova che la guarigione è reale, perché si affronta senza tornare indietro.
Vivi sempre la vita con il sorriso, perché è bellissima…
Domande frequenti
Perché un’infanzia vissuta sotto minaccia può segnare così a fondo?
Perché un bambino non possiede ancora gli strumenti per elaborare una paura costante e non ha le parole per dirla. Quel vissuto, allora, si deposita nel corpo e nella mente sotto forma di attacchi di panico, pensieri intrusivi, depressione o comportamenti autolesivi. Non sono segni di debolezza, ma tentativi disperati di sopravvivere a un ambiente più grande di sé.
Che legame c’è tra sofferenza emotiva e disturbi alimentari?
In molti percorsi il disturbo alimentare non riguarda davvero il cibo: il cibo diventa il linguaggio con cui si esprime un dolore che non ha trovato altre vie. Riempirsi e svuotarsi può essere un modo per gestire ciò che dentro pesa troppo. Per questo affrontare il disturbo significa quasi sempre dare voce alla sofferenza che vi sta sotto.
Cosa vuol dire “toccare il fondo” e perché può diventare una svolta?
Toccare il fondo è il momento in cui sembra non esserci più nulla sotto. Per chi trova il coraggio di restare, però, può diventare l’unico punto da cui spingersi verso l’alto. La svolta non è un lampo improvviso, ma un percorso fatto di cadute e ripartenze, di lavoro terapeutico paziente e, quando serve, di supporto farmacologico.
Si può guarire davvero da un trauma così profondo?
La guarigione è possibile, ma non è un traguardo raggiunto una volta per tutte: è una scelta rinnovata ogni giorno, quella di vivere e di amarsi. Il passato non si cancella, ma smette di comandare quando trova finalmente le parole per essere raccontato. Persino un lutto doloroso, affrontato senza ricadere, può diventare la prova che la guarigione è reale.
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