Come si manifesta la dipendenza affettiva?

L’articolo esplora il tema della dipendenza affettiva, concentrandosi sulle sue manifestazioni reali, in base alle tipologie individuate da Borgioni nel libro “Dipendenza e contro dipendenza”.

Lo psicoterapeuta Massimo Borgioni indica un’eziologia relazionale-familiare della dipendenza affettiva, che affonderebbe le sue radici nello stile di attaccamento. L’attaccamento può essere inteso come un legame di lunga durata, estremamente forte ed emotivamente significativo, con un caregiver primario ( di solito la madre) che risponde alle richieste del bambino. Esso si struttura sin dalla prime interazioni madre-bambino al fine di garantire la sopravvivenza dell’individuo, raggiungendo rapidamente la maturazione e continuando a funzionare per tutta la vita. La scelta del proprio partner e la costruzione di una vita relazionale-affettiva si basano sulla tipologia di attaccamento sviluppata dai bambini: sin dai primi tre-quattro mesi, infatti, i neonati interiorizzano i modelli relazionali sperimentati nell’ambiente familiare; una volta adulti, tenderanno a riproporre questi antichi schemi di interazione, che siano sani o patologici, circondandosi di persone che possano rinforzarli.  In altri termini, la qualità delle relazioni primarie infantili costituisce una sorta di stampo relazionale che condizionerà i futuri rapporti dell’individuo.

Nel secondo capitolo del suo testo, “Dipendenza e contro dipendenza”, Borgioni  delinea un interessante schema delle diverse tipologie di dipendenza affettiva.

  • La prima forma, passivo- dipendente, vede il dipendente affettivo  mettere in atto una costante svalutazione di sé e idealizzazione del partner, considerato la colonna portante della propria vita, un polo centrale su cui far convergere tutte le emozioni, “unico motivo per potersi sentire eccitati e vivi” come affermato da Borgioni. La credenza sottesa a questa modalità relazionale disfunzionale può essere individuata emblematicamente nelle parole usate da E. Fromm per indicare un amore immaturo: “Ti amo perché ho bisogno di te”. Il passivo-dipendente infatti rende l’altro indispensabile per la propria sopravvivenza, attribuendogli l’illusorio ruolo di salvatore, e così facendo contribuisce alla costruzione di una relazione insana basata su un grande squilibrio del potere personale; attua una continua oscillazione tra compiacenza e forme passive di protesta, nell’aspettativa irrealistica che, dichiarando la completa impossibilità di badare emotivamente a se stesso, il partner si preoccupi di accudirlo e sostenerlo per sempre.
  • La seconda configurazione di dipendenza affettiva, la codipendenza,  si basa su un forte sbilanciamento di potere e di risorse all’interno di un legame affettivo mediato esclusivamente dalla condizione di bisogno: il codipendente, infatti, interviene in aiuto di un partner in stato di forti difficoltà, di solito alcolista o tossicodipendente, facendosi pienamente carico della situazione. Aderendo a una sorta di “sindrome della crocerossina”, il dipendente affettivo mette in atto comportamenti di aiuto e sostegno verso il partner, nella speranza che, con la sola forza del proprio amore, l’altro possa guarire completamente. L’illusoria credenza del codipendente di essere importante, unico, speciale e insostituibile per il partner è alla base di questa modalità relazionale disfunzionale; infatti la tremenda paura dell’abbandono tipica dei dipendenti affettivi si placa nel confidare che sin quando  il partner permarrà in uno stato di bisogno, la relazione non si interromperà, un pensiero riassumibile nella frase “Ti amo perché hai bisogno di me”.
  • La terza forma, denominata aggressivo-dipendente, mette in luce la componente maltrattante e violenta della dipendenza affettiva: questa persona vede il partner come figura su cui scaricare il fardello di rancore e frustrazione che può portare dentro di sé da sempre o può aver acquisito in precedenti relazioni fallimentari, per una sorta di inversione di ruoli da vittima a carnefice.  Il tipo di legame che viene ad instaurarsi all’interno della coppia  è caratterizzato da una conflittualità cronica, dove sentimenti di svalutazione, rabbia e disprezzo vengono continuamente rivolti sia verso il compagno che verso se stessi. L’aggressivo dipendente percepisce l’altro come sbagliato e se stesso come profondamente immeritevole di affetto, non in grado di permettersi qualcosa di meglio nella sfera amorosa; in virtù di tale consapevolezza,  rimane in una situazione di stagno affettivo, allo scopo di  non perdere il legame creatosi, unico elemento su cui si basa la dipendenza.  Tale modalità relazionale disfunzionale, per la quale un partner esprimerà l’aspetto più masochista e l’altro ricoprirà il ruolo del carnefice, è solita instaurarsi tra due dipendenti affettivi, ed è riassumibile nella frase: “Ti odio perché sei come me”.
  • La quarta e ultima forma di dipendenza affettiva proposta è quella del contro-dipendente, caratterizzata da un’intensa paura del legame, che genera comportamenti di evitamento e fuga dalle relazioni. In virtù di esperienze infantili di disconferma e non riconoscimento dei propri bisogni emotivi, il contro-dipendente  ha risolto il proprio terrore dell’abbandono rendendosi affettivamente non disponibile a qualunque rapporto più intimo. Si trincera dietro all’illusione nucleare di non avere bisogno di niente e di nessuno costruendo le relazioni in funzione di se stesso;  privo di capacità empatica e sensibilità interpersonale, tende ad utilizzare il partner come un oggetto  ammirante e  a sottometterlo al proprio egoismo. Il contro dipendente, infatti, ricerca l’altro “solo per trovare una conferma alla potenza della propria immagine e per ristabilire ogni volta la sua superiorità” così come affermato dallo stesso Borgioni. Pertanto, viene a instaurarsi una modalità relazionale disfunzionale che vede solitamente protagonisti, insieme ai contro-dipendenti, i dipendenti affettivi della forma passivo-dipendente.

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