Quando ci sentiamo a una festa di sconosciuti
Vi sarà capitato di sentirvi a disagio quando qualcuno vi porta a una festa dove gli altri invitati si conoscono già da tempo e sono molto intimi tra loro. Per chi non ha mai vissuto una situazione simile, basti immaginare di dover cambiare classe all’ultimo anno di scuola: aprite la porta ed entrate in un’aula piena di studenti che non avete mai visto. Anche la persona più dotata di abilità sociali, al primo impatto, avvertirà una certa sensazione di disagio.
L’aspetto chiave non è tanto l’incontro con persone nuove, quanto il fatto che queste persone si conoscono tra loro. La relazione che hanno costruito nel tempo accentua la sensazione di essere estranei al gruppo.
I meccanismi della buona interazione sociale
Questa sensazione di estraneità nasce dalla consapevolezza che quelle persone hanno una storia comune, fatta di ricordi, esperienze, litigi, affetti e momenti comici. In altre parole, hanno condiviso. E per condividere non basta essere presenti alla vita dell’altro come spettatori: è necessario coinvolgersi, cercando di sperimentare su di sé la stessa emozione che vibra nell’altro. In una parola, empatia.
Questa sintonizzazione emotiva permette a due estranei di vibrare insieme per alcuni istanti, quelli in cui condividono. L’accumulo di tali esperienze genera una storia comune. Perché il processo avvenga è necessaria una forma di identificazione nell’altro: quanto più riesco a calarmi nei suoi panni e quanto più ampia è la gamma di emozioni a cui posso attingere, tanto più profonda sarà la condivisione.
Empatia cognitiva ed emotiva
Si tratta in realtà di due processi distinti. Uno più cognitivo, che permette di formulare ipotesi corrette sul pensiero dell’altro in una data situazione. L’altro più emotivo, che consente di partecipare a ciò che l’altro prova. Questi due processi possono avvenire indipendentemente: posso avere una buona conoscenza della mente di una persona senza condividerne l’emozione e, allo stesso modo, posso commuovermi con un amico anche senza comprendere fino in fondo il suo stato mentale. Per alcuni questi meccanismi sono automatici e quasi inconsapevoli; per altri, però, le cose non stanno così.
Quando il disagio diventa ansia sociale
Può accadere di provare questo disagio in molte situazioni in cui sono presenti altre persone, anche senza elementi che lascino dedurre una storia condivisa tra loro. Questa sensazione può far preferire la solitudine e alimentare la convinzione di avere una diversità di fondo, che renderà sempre estranei alla massa.
La difficoltà a relazionarsi è legata alla fatica di empatizzare con il vissuto dell’altro e quindi all’incapacità di condividere. La mente altrui appare oscura, le sue emozioni indecifrabili, e questo rafforza la convinzione di essere diversi ed estranei. Chi prova queste sensazioni può assumere, anche inconsapevolmente, atteggiamenti non verbali di chiusura: sguardo basso, espressione contrariata, aumento della distanza interpersonale.
Questi segnali vengono colti ed elaborati dal sistema nervoso degli altri, che reagiscono in modo congruente. Chi si sente estraneo sarà inoltre più attento ai segnali di rifiuto, e gli altri risponderanno ai suoi segnali non verbali. Il risultato è che la convinzione di essere esclusi dal gruppo viene confermata, alimentando anche le previsioni negative sulle situazioni sociali future.
Il ruolo dell’attaccamento
L’empatia è un’abilità che si assorbe, in modo differente, all’interno della propria famiglia d’origine. Le figure di accudimento sono capaci, con gradi diversi a seconda delle differenze individuali, di sintonizzarsi con i bisogni del neonato e di rispondervi in modo adeguato. L’apprendimento delle capacità empatiche prosegue con la crescita e con il sostegno dei genitori: il giovane adulto diventa così capace di riconoscere le emozioni altrui e di immaginare i contenuti mentali a esse connessi.
Questa conoscenza viene utilizzata per realizzare la condivisione con gli altri e costituisce la base delle capacità relazionali. Se la figura di accudimento fallisce in questo compito, per esempio a causa di una depressione o di altre condizioni, il bambino può avere maggiori difficoltà a sviluppare le proprie abilità sociali, e il deficit delle capacità empatiche può riflettersi nelle future difficoltà relazionali.
Come si interviene sull’ansia sociale
Alcuni cercano di gestire l’ansia sociale bevendo qualche bicchiere in più, con il rischio di innescare pericolosi meccanismi di dipendenza. Altri tendono a evitare determinate situazioni, ma rinunciando all’esposizione le credenze alla base del problema non vengono mai disconfermate.
L’approccio psicologico consente invece di prendere consapevolezza dei meccanismi sociali disfunzionali che alimentano l’ansia sociale. Ricostruendo la storia dello sviluppo dell’individuo, si attribuisce un nuovo significato al problema attuale, aiutando la persona a percepirsi come un’entità coerente. Con il sostegno della psicoterapia è possibile sviluppare le proprie abilità sociali, costruire un rapporto più equilibrato con tutte le emozioni e imparare a rappresentarsi correttamente la mente dell’altro, stimolando lo sviluppo delle capacità empatiche.
Domande frequenti
Che cos’è l’ansia sociale?
L’ansia sociale è un disagio intenso e persistente che si prova nelle situazioni di interazione con gli altri. Va oltre la normale timidezza: chi ne soffre tende a sentirsi estraneo, teme il giudizio e la possibilità di essere rifiutato, e questo può portare a evitare i contesti sociali.
Qual è la differenza tra timidezza e ansia sociale?
La timidezza è un disagio transitorio che molti provano davanti a situazioni nuove e che tende a diminuire con la familiarità. L’ansia sociale, invece, è più pervasiva e duratura: alimenta la convinzione di una diversità di fondo, può portare all’evitamento sistematico delle situazioni sociali e a previsioni negative sul futuro.
Che ruolo ha l’empatia nelle difficoltà sociali?
L’empatia permette di sintonizzarsi con le emozioni e i pensieri degli altri e di condividere esperienze. Quando questa capacità è poco sviluppata, la mente altrui appare oscura e indecifrabile, rendendo più difficile la condivisione. Questo alimenta la sensazione di estraneità e contribuisce alle difficoltà relazionali.
Come si può superare l’ansia sociale?
Strategie come l’evitamento o l’uso di alcol per gestire il disagio tendono a peggiorare il problema. L’approccio psicologico aiuta a riconoscere i meccanismi disfunzionali, a dare nuovo significato alle proprie difficoltà e, con il sostegno della psicoterapia, a sviluppare abilità sociali ed empatiche più solide.
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