Dalla colpa alla vergogna: un cambiamento del sintomo
Per gran parte del Novecento, la sofferenza psichica veniva descritta soprattutto attraverso il linguaggio della colpa. Il senso di colpa nasce dalla violazione, reale o immaginata, di valori morali che la persona ha fatto propri. È un sentimento che riguarda ciò che si è fatto: ho agito male, ho trasgredito una norma, ho fatto del male a qualcuno. In questa forma, la colpa era considerata il sintomo principale osservabile in molti quadri depressivi.
Oggi, invece, chi lavora nella clinica psicologica nota con sempre maggiore frequenza che a dominare la scena è la vergogna. E la vergogna funziona in modo diverso dalla colpa. Non riguarda ciò che si è fatto, ma ciò che si è: non “ho commesso un errore”, ma “io sono un errore”. È un sentimento che investe l’identità nella sua interezza, e proprio per questo tende a paralizzare, a far sentire inadeguati, a spingere verso il nascondimento. Non a caso la vergogna si accompagna spesso a disturbi d’ansia sociale e generalizzata, e a un progressivo ritiro dalle relazioni.
Colpa e vergogna: due sentimenti diversi
La distinzione è importante perché orienta anche il modo in cui si soffre. Chi prova colpa può, almeno in linea di principio, riparare: chiedere scusa, rimediare, cambiare comportamento. La colpa ha un oggetto e quindi una possibile via d’uscita. La vergogna, invece, non offre facilmente una riparazione, perché ciò che viene messo in discussione non è un atto ma la persona stessa. Ci si vergogna di essere come si è, di non essere all’altezza, di essere visti nella propria inadeguatezza. Per questo la vergogna spinge a scomparire, mentre la colpa spinge a rimediare.
L’era della Tecnica e il culto della produttività
Perché proprio oggi la vergogna prende il sopravvento? Una risposta possibile chiama in causa il contesto culturale in cui viviamo. Siamo nel pieno dell’era della Tecnica, in cui si cerca di raggiungere il massimo scopo con il minimo sforzo. L’uomo si affida alle nuove tecnologie credendo che questo coincida con il progresso, quando spesso si tratta di un miglioramento fine a sé stesso. Basti pensare alla potenza distruttiva accumulata dall’umanità, di gran lunga superiore a ciò che servirebbe: un progresso tecnico che non corrisponde necessariamente a un progresso umano.
Oltre alla questione della fittizia miglioria che possiamo ricavare da un affidamento cieco e totale alla Tecnica, è interessante osservare come questo cambiamento culturale abbia modificato i sintomi riscontrabili nella clinica. Quando la mentalità dominante considera l’uomo come una macchina che deve produrre ed essere efficiente, le sfaccettature umane della persona passano in secondo piano rispetto alla sua produttività, in ogni ambito.
Sentirsi inferiori quando si vale per ciò che si produce
Se il valore di una persona coincide con quanto produce, la conseguenza è quasi automatica: chi si sente poco produttivo si sente inferiore, e chi si sente inferiore si vergogna. La vergogna, a sua volta, porta al ritiro dalle relazioni sociali, in un circolo che alimenta ansia e isolamento. Non è più il rimorso morale a spingere in terapia, ma la sensazione di non essere abbastanza: abbastanza performanti, abbastanza efficienti, abbastanza adeguati agli standard che ci circondano.
Questa pressione si esercita in modo particolarmente pesante su chi si affaccia alla vita adulta. In un contesto che misura tutto in termini di risultato, il confronto con modelli di successo diventa costante, e ogni scarto rispetto a quei modelli rischia di trasformarsi in vergogna anziché in semplice insoddisfazione.
I giovani e la mancanza di futuro
Un aspetto rende questo scenario ancora più acuto per le nuove generazioni: la mancanza di futuro. Molti giovani non capiscono più perché dovrebbero studiare e laurearsi se non intravedono una prospettiva di lavoro concreta e coerente con quanto hanno studiato. Questa incertezza crea uno scoraggiamento di partenza e alimenta una forma di depressione diffusa, che non nasce da un singolo evento ma da un orizzonte che appare chiuso.
Quando l’impegno non sembra portare da nessuna parte, viene meno anche il senso dello sforzo. E se il proprio valore continua a essere misurato sulla produttività, non riuscire a “diventare qualcuno” nei termini richiesti dalla società diventa fonte di vergogna più che di rabbia. È una vergogna silenziosa, che porta a ritirarsi piuttosto che a protestare, e che spesso resta invisibile finché non arriva in uno studio clinico.
Rimettere al centro l’umanità dell’individuo
Di fronte a questo quadro, la direzione da prendere non è quella di alzare ulteriormente l’asticella della performance, ma di rovesciare il criterio di valore. Occorre, praticando quello che potremmo chiamare un “nichilismo attivo”, rimettere al centro l’umanità dell’individuo e non soltanto le sue abilità specifiche. Riconoscere che una persona vale per ciò che è, e non solo per ciò che produce, è già di per sé un antidoto alla vergogna.
Sul piano clinico, questo significa accogliere la persona senza ridurla al suo rendimento, aiutandola a distinguere il proprio valore dal giudizio sociale sulla produttività. Significa restituire spazio alle sfaccettature che la cultura dell’efficienza tende a cancellare: i legami, i desideri, i tempi non produttivi, il diritto di non essere sempre performanti. Forse, se la cultura tornasse a riconoscere l’umanità prima della prestazione, la clinica accoglierebbe meno richieste d’aiuto legate a questa forma di sofferenza.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra senso di colpa e vergogna?
Il senso di colpa riguarda ciò che si è fatto ed è legato alla violazione di valori morali interiorizzati: spinge a riparare. La vergogna riguarda ciò che si è e investe l’identità nel suo complesso: fa sentire inadeguati e spinge a nascondersi e a ritirarsi dalle relazioni. Per questo la vergogna è spesso più difficile da elaborare della colpa.
Perché oggi la vergogna è più frequente della colpa in terapia?
Perché il contesto culturale tende a misurare il valore della persona sulla sua produttività ed efficienza. Chi si sente poco produttivo si sente inferiore e prova vergogna, ritirandosi dalle relazioni. Questo slittamento dei sintomi accompagna una cultura che considera l’uomo più come una macchina da rendimento che come una persona nella sua interezza.
Perché la vergogna porta al ritiro sociale?
Perché è un sentimento che riguarda l’intera identità e non un singolo comportamento. Sentirsi inadeguati “in quanto persone” spinge a nascondersi allo sguardo altrui per evitare di essere visti nella propria presunta inferiorità. Da qui il legame stretto tra vergogna, ansia sociale e progressivo isolamento dalle relazioni.
Come si può affrontare la vergogna legata alla produttività?
Un primo passo è distinguere il proprio valore dal rendimento, riconoscendo che una persona non vale per ciò che produce ma per ciò che è. Sul piano clinico, questo significa essere accolti senza essere ridotti alla performance e ritrovare spazio per legami, desideri e tempi non produttivi. Quando la sofferenza è intensa o persistente, il supporto di un professionista è la strada più indicata.
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