Benessere e Crescita

Rigidità del ruolo e malessere psicologico

Ogni persona vive nel corso della propria esistenza vari ruoli: moglie, marito, padre, madre, nonno, nonna, zia, lavoratore, disoccupato e molti altri. Spesso il ruolo ha una sua funzione e una sua importanza, perché ci aiuta a orientarci nelle relazioni e nella società. Diventa però dannoso quando finisce per impadronirsi della vita delle persone, quando […]

Rigidità del ruolo e malessere psicologico
Ogni persona vive nel corso della propria esistenza vari ruoli: moglie, marito, padre, madre, nonno, nonna, zia, lavoratore, disoccupato e molti altri. Spesso il ruolo ha una sua funzione e una sua importanza, perché ci aiuta a orientarci nelle relazioni e nella società. Diventa però dannoso quando finisce per impadronirsi della vita delle persone, quando si fa rigido, fisso, stereotipato. Capire quando un ruolo smette di essere una risorsa e comincia a soffocarci è un passo importante per il nostro benessere psicologico.

Quando un ruolo prende il sopravvento

Può accadere che in una coppia prevalga, ad esempio in una donna, il ruolo materno, quello di sentirsi soprattutto mamma, a discapito però del ruolo di moglie o di compagna. Ma anche il ruolo di moglie può diventare stretto: quando il marito non presta più le dovute attenzioni, o viceversa, l’uomo o la donna sentono di aver perso una parte importante della propria vita e perdono vitalità. Questo può accadere in qualsiasi situazione in cui il ruolo diventa stereotipato, fisso, rigido.

Il problema non è il ruolo in sé, ma l’identificazione totale con esso. Un ruolo dovrebbe essere un abito che indossiamo a seconda del contesto, non una gabbia che ci definisce per intero. Quando invece coincide con tutta la nostra identità, riduce lo spazio per le altre parti di noi che chiedono di esprimersi, e da lì nasce il malessere.

Gli emisferi del nostro cervello

Non dobbiamo dimenticare che ogni essere umano possiede un cervello fatto di due emisferi. Uno di questi è deputato all’analisi della situazione, alla matematica, al ragionamento logico; l’altro, l’emisfero destro, detto anche emisfero muto perché nella maggior parte delle persone la sede del linguaggio risiede nell’emisfero sinistro, è l’emisfero della creatività, della sintesi, del ragionamento analogico.

Proprio perché esistono in tutti noi questi due aspetti, la fisiologia della normalità vorrebbe che, attraverso i fasci di fibre che collegano i due emisferi, le due parti comunicassero in armonia. In realtà spesso avviene che si usi in modo predominante un emisfero piuttosto che l’altro. In questo caso si ha uno squilibrio nella nostra vita emotiva e relazionale, perché o siamo troppo “rigidi” o, al contrario, troppo “artistici”, a discapito della duttilità e dell’adeguatezza della risposta al modificarsi degli stimoli ambientali.

Si tratta, naturalmente, di un modello semplificato, perché nel cervello reale le funzioni non sono mai nettamente separate e i due emisferi lavorano quasi sempre in modo integrato. Come metafora, però, questa immagine ci aiuta a comprendere un principio importante: il benessere nasce dall’equilibrio e dal dialogo tra le diverse parti di noi, non dal predominio di una sola.

Una base comune: siamo tutti scienziati e artisti

La nostra fisiologia ci dice che ogni essere umano, pur nella diversità e nell’unicità, ha una base comune: tutti potremmo essere scienziati e tutti creativi. Così come in ognuno di noi esistono le varie tonalità emotive. Vari studiosi, a partire da Darwin, hanno iniziato a studiare e catalogare le emozioni, trovandone di simili in ogni cultura. La felicità, la tristezza, la paura, la sorpresa sono emozioni che tutti gli uomini e le donne provano allo stesso modo in ogni angolo del pianeta, anche se poi, per educazione, possono manifestarle in modo diverso.

Riconoscere questa doppia natura, razionale e creativa, aiuta a non incasellarsi in un’immagine unica di sé. Chi si considera “una persona pratica” può scoprire una vena artistica inespressa; chi si sente solo “creativo” può ritrovare piacere nel ragionamento e nell’analisi. Tenere aperti entrambi i canali è ciò che ci rende più adattabili e più vivi.

Gestire i ruoli senza esserne prigionieri

Ritornando al concetto di ruolo, quando questo è troppo rigido, quando ci identifichiamo in esso in modo assoluto, rischiamo di danneggiare il nostro benessere psicologico. Un lavoro ripetitivo fa torto alla parte creativa che è in noi. Un rapporto affettivo diventato di pura routine sopprime parte della capacità di provare gioia. E lì possono nascere insoddisfazioni e disagi di vario tipo, soprattutto quando non si ha la capacità di trovare soluzioni e, ancor prima, di capire e dare voce al proprio malessere. In ogni caso ci si sente insoddisfatti, non contenti, appesantiti da obblighi e doveri.

Il primo passo per uscire da questa condizione è accorgersene: mettere in parole la sensazione di essere intrappolati è già un modo per riprendere in mano la propria storia. Chiedersi quali parti di sé sono rimaste in silenzio, e da quanto tempo, apre la strada a piccole scelte concrete che possono restituire vitalità.

L’arte come via d’uscita dai ruoli rigidi

Ecco perché, ad esempio, recitare può essere un modo per uscire dal proprio ruolo, interrogarsi su quello di un altro, vitalizzare sé stessi attraverso il gioco serio del teatro, interpretando un personaggio.

Non dimentichiamo che un personaggio trae ispirazione dalla vita reale di chi scrive e narra delle umane vicende, siano esse tragedie, commedie o drammi. Attraverso il teatro e la pratica della recitazione ampliamo il nostro modo di vedere la vita, ci interroghiamo sui nostri e sugli altrui sentimenti ed azioni e, soprattutto, ci divertiamo. Lo stesso può accadere seguendo un corso di ballo, di canto o di pittura, o qualsiasi percorso artistico che ci permetta di esprimere quella parte di noi che rimane inespressa, imprigionata in cliché e nella rigidità di ruoli stereotipati. Interessante, a questo proposito, il film con Richard Gere e Jennifer Lopez “Shall we dance?”, che racconta proprio come un’attività creativa possa riaccendere una vita ingessata nella routine.

Domande frequenti

Perché un ruolo rigido può causare malessere psicologico?

Perché ci identifichiamo in modo assoluto con una sola parte di noi, sopprimendo le altre. Un lavoro ripetitivo mortifica la creatività, una relazione ridotta a routine spegne la capacità di provare gioia. Da questo squilibrio nascono insoddisfazione e disagi, che diventano più pesanti quando non riusciamo a dare voce a ciò che sentiamo.

Che cosa c’entrano i due emisferi cerebrali con la rigidità?

I due emisferi rappresentano, in modo semplificato, la nostra parte logica e la nostra parte creativa. Quando usiamo in modo predominante uno solo dei due, diventiamo troppo rigidi o troppo “artistici”, perdendo duttilità e capacità di adattamento. Il benessere nasce invece dall’armonia e dal dialogo tra le due parti.

Come si può uscire da un ruolo diventato troppo stretto?

Il primo passo è accorgersi del malessere e dargli un nome. Poi aiuta riattivare le parti di sé rimaste inespresse: attività creative come teatro, ballo, canto o pittura permettono di sperimentare altri modi di stare al mondo, interrogarsi sui propri sentimenti e ritrovare vitalità e piacere.

Perché la recitazione aiuta a esplorare la propria identità?

Perché interpretare un personaggio significa uscire temporaneamente dal proprio ruolo abituale e mettersi nei panni di un altro. Il teatro è un “gioco serio” che allarga il modo di vedere la vita, fa riflettere sui sentimenti propri e altrui e permette di esprimere emozioni e parti di sé che nella vita quotidiana restano imprigionate nei cliché.

I ruoli sono utili finché restano flessibili, ma diventano fonte di malessere quando si irrigidiscono e ci identifichiamo totalmente in essi. Ogni persona porta in sé una parte razionale e una creativa, e il benessere nasce dall’equilibrio tra le due, non dal predominio di una sola. Riconoscere il disagio e dargli voce è il primo passo; riattivare le parti inespresse attraverso attività artistiche come teatro, ballo, canto o pittura è una via concreta per uscire dalla rigidità e ritrovare vitalità.
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