Perché parlarne conta più di quanto pensiamo
La sessualità è parte dello sviluppo di ogni persona, eppure resta uno dei temi che più spesso vengono lasciati fuori dalle conversazioni in famiglia. Aprire un dialogo sereno permette di affrontare insieme argomenti che, ad alcune età, rischiano di essere vissuti in modo distorto. Oggi bambini e ragazzi hanno un accesso facilissimo a contenuti sessuali: dalla televisione, che propone una vera e propria spettacolarizzazione del sesso e del corpo, fino ai contenuti pornografici di ogni tipo, dove molti adolescenti sfogano le proprie curiosità. Parlare con loro significa offrire un’alternativa, un luogo dove non ci sia imbarazzo né disagio nel toccare i temi legati al sesso.
A che età bisogna parlarne?
Non esiste un momento o un’età “giusta” in cui è più indicato affrontare l’argomento: bisognerebbe parlarne a tutte le età, dall’asilo e lungo tutto il percorso di crescita, adattando linguaggio e contenuti alle esigenze dei diversi stadi di sviluppo. Un bambino piccolo pone domande semplici e concrete, spesso legate alle differenze tra i corpi o all’arrivo di un fratellino; un preadolescente ha bisogno di parole diverse, più vicine ai cambiamenti che sta vivendo. In entrambi i casi il principio è lo stesso: aprire con i figli un confronto sereno, senza creare un clima di imbarazzo quando si sfiorano i temi legati alla sessualità.
Domande diverse per età diverse
Adattarsi non significa complicare, ma dosare. A un bambino dell’asilo bastano risposte oneste e proporzionate alla sua curiosità, senza anticipare ciò che non ha ancora chiesto. Con la crescita le domande si fanno più specifiche e riguardano le relazioni, i sentimenti, il corpo che cambia. Rispondere in modo chiaro, senza sovraccaricare di informazioni ma senza nemmeno eludere, insegna ai figli che la sessualità è un argomento di cui si può parlare come di qualsiasi altro aspetto della vita.
Non facciamolo diventare un tabù
Non bisogna bloccare la curiosità dei bambini: al contrario, occorre accogliere le loro domande e restituire rimandi costruttivi, normalizzando i temi che portano. Ancora oggi, purtroppo, in alcune famiglie la sfera della sessualità resta un tabù, una “zona rossa” che non può essere esplorata, o meglio che si può esplorare ma di cui non si deve parlare. Questo atteggiamento crea confusione: vedendo nei genitori una postura difensiva e tendente alla chiusura, i bambini concludono che parlare di sesso e fare domande sia una cosa brutta, qualcosa che “non si fa”.
La conseguenza è quasi automatica. I figli tendono a chiudersi a loro volta ed evitano ogni confronto con il padre o la madre su questi temi, affidandosi ad altre “guide”: gli amici più grandi che hanno già fatto esperienze, oppure internet, nella maggior parte dei casi. Il silenzio dei genitori, insomma, non elimina le domande: le sposta soltanto verso fonti meno affidabili e meno protettive.
Non basta l’educazione sessuale a scuola?
Molte famiglie si affidano al fatto che nelle scuole sia prevista, quando lo è, l’educazione sessuale. Anche qui, però, si incontrano dei punti critici. Chi ha partecipato a questi incontri alle medie o alle superiori sa come sono spesso strutturati: viene invitata una figura esterna, di solito un’ostetrica o una ginecologa, che illustra con delle diapositive com’è fatto l’apparato genitale femminile e maschile, quali sono i metodi contraccettivi e quali le conseguenze del loro mancato uso. In pratica, una lezione di anatomia.
Ma a cosa serve raccontare ai ragazzi com’è fatto un utero che non vedranno mai? A cosa serve ripetere per l’ennesima volta che senza preservativo si rischia l’HIV? È mai servito dire a un quindicenne di smettere di fumare per evitare un possibile tumore ai polmoni? L’educazione sessuale dovrebbe essere pensata per i ragazzi e con i ragazzi: dovrebbe soddisfare le loro curiosità, le loro inquietudini e le loro esigenze reali.
Oltre l’anatomia: il rispetto e il consenso
Un percorso davvero utile non si limita alla promozione dei metodi contraccettivi. Dovrebbe sottolineare l’importanza di saper dire di no, di ascoltare il proprio corpo e conoscerlo a fondo, di rispettare se stessi e gli altri in ogni contesto, soprattutto in quello sessuale, dove i limiti a volte sono poco visibili. Sono proprio questi gli elementi che aiutano un ragazzo a orientarsi: non l’elenco delle malattie, ma la consapevolezza dei propri confini e di quelli altrui.
Siate la guida dei vostri figli
Per tutti questi motivi dovrebbero essere anzitutto i genitori a dare insegnamenti ai figli. Sono loro gli adulti che si prendono cura dei ragazzi, che li conoscono a fondo, che ne conoscono i timori e le curiosità. Per questo i figli dovrebbero sempre sentirsi legittimati a fare domande, di ogni tipo e su ogni cosa. Ma perché ciò accada serve che siano gli adulti, per primi, a dare loro modo di fidarsi e di sentirsi accolti: un ascolto senza giudizio vale più di qualsiasi lezione.
Domande frequenti
A che età si comincia a parlare di sessualità ai figli?
Non c’è un’età giusta: se ne può parlare a tutte le età, dall’asilo in poi, adattando il linguaggio e i contenuti allo stadio di sviluppo. L’importante è rispondere alle domande che i bambini pongono, in modo chiaro e proporzionato, senza rimandare e senza anticipare ciò che non hanno ancora chiesto.
Come evitare che la sessualità diventi un tabù in famiglia?
Accogliendo le domande dei bambini invece di bloccarle e restituendo rimandi costruttivi che normalizzino i temi. Un atteggiamento difensivo o di chiusura da parte dei genitori insegna ai figli che di sesso “non si parla”, spingendoli a chiudersi e a cercare risposte altrove, tra gli amici o su internet.
Basta l’educazione sessuale a scuola?
Spesso non basta. Quando è prevista, tende a ridursi a una lezione di anatomia e prevenzione, con poco spazio per le curiosità e le esigenze reali dei ragazzi. Un percorso efficace dovrebbe essere costruito con loro e includere temi come il rispetto, l’ascolto del proprio corpo e la capacità di dire di no.
Cosa fare se non so cosa rispondere a una domanda?
Non è necessario avere subito la risposta perfetta. Si può creare un momento di confronto sereno, dire onestamente che ci si informerà e tornare sull’argomento. Ciò che conta è non chiudere la porta al dialogo: mantenere aperto il canale è più importante della singola risposta.
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