Cosa vuol dire fare yoga?
Yoga e’ una parola diventata ormai comune per tutti, comunemente associata a una pratica che genera benessere nella persona. Ma cosa vuol dire davvero fare yoga? Di stili ce ne sono decine, e ogni giorno spunta una nuova variante. Come capire qual e’ quello piu’ adatto alle proprie necessita’? Quello piu’ valido? Quello che realmente puo’ portare una condizione di benessere nella propria esistenza?
In realta’ non c’e’ una risposta univoca, perche’ il bello dello yoga, in tutta questa varieta’, e’ proprio che permette a ogni carattere, personalita’ e struttura fisica di trovare quello che cerca. La maggior parte delle persone vi si avvicina per il mal di schiena o i dolori cervicali; altri perche’ soffrono d’ansia o sono stressati; una parte per trovare un mezzo con cui conoscere se stessi e arrivare alla realizzazione interiore.
Esistono pratiche di asana statiche, come l’iyengar yoga, e percorsi piu’ dinamici come l’ashtanga, il dharma e il vinyasa, oltre alla meditazione, spesso porta d’ingresso a tutto il resto. In realta’ il percorso classico dello yoga e’ esattamente opposto a quello che molti immaginano partendo dalle posture. Il testo base di riferimento e’ lo Yoga Sutra di Patanjali, in cui vengono sviluppati otto passi da seguire per arrivare alla realizzazione interiore.
Gli otto passi di Patanjali
Lo Yoga Sutra organizza il cammino yogico in otto stadi successivi, una scala che parte dal comportamento etico verso il mondo e culmina nell’unione con il Divino.
Yama e Niyama: l’etica verso gli altri e verso se stessi
Yama e’ la morale universale, il modo in cui ci poniamo verso il mondo. Comprende ahimsa, la non violenza; satya, la promozione della verita’; asteya, l’onesta’, il non rubare; brahmacharya, la continenza in ogni aspetto della vita; aparigraha, l’assenza di avidita’ e possessivita’.
Niyama raccoglie invece le osservanze personali, il rapporto con se stessi. Sono sauca, la purezza a tutti i livelli dell’essere, dal fisico allo spirituale; santosa, il sapersi accontentare; tapas, la disciplina e l’austerita’; svadhyaya, lo studio di se’ e delle scritture; isvara pranidhana, l’abbandono alla volonta’ del Divino.
Asana e Pranayama: il corpo e il respiro
Asana sono le posture del corpo, quelle che ormai si vedono in tutti i centri e le palestre. Pranayama indica gli esercizi di respirazione e il controllo del prana, l’energia sottile che permea il nostro corpo. E’ qui che la pratica fisica si lega al respiro, trasformandosi da semplice esercizio in disciplina interiore.
Dal ritiro dei sensi all’unione
Pratyahara e’ il controllo dei sensi: i sensi devono ritirarsi dal mondo esteriore per poter iniziare a percepire quello che avviene interiormente. Seguono dharana, la concentrazione, e dhyana, la meditazione. Il cammino culmina nel samadhi, l’unione con il Divino, lo stato in cui ogni separazione si dissolve.
Il giusto equilibrio delle parti
Quello che conta, innanzitutto, e’ essere catturati da cio’ che si fa. E’ inutile passare un’ora a occhi chiusi se si sta solo pensando ai fatti propri e se la cosa annoia. Come e’ inutile eseguire un’asana fisicamente impegnativa restando in un’apnea sofferta che fa desiderare soltanto che tutto finisca il prima possibile. Affinche’ lo yoga sia yoga, e non attivita’ ginnica o una comoda posizione seduta, occorre essere presenti e mantenere un respiro calmo.
Ognuno deve trovare il giusto equilibrio delle parti. Chi e’ molto dinamico, in una meditazione di un’ora o in una pratica molto lenta come il raja yoga, probabilmente diventera’ ancora piu’ nervoso e perdera’ da subito interesse e concentrazione. Chi e’ molto introspettivo per carattere, al contrario, trovera’ assurda e inutile la fatica dell’ashtanga o del vinyasa. Non c’e’ lo stile giusto in assoluto, ma quello che ci permette di trovare l’equilibrio interiore ed esteriore che cerchiamo.
Lo stesso vale per gli otto passi: ognuno puo’ partire dal gradino che risuona meglio dentro di se’. Chi ha difficolta’ a tenere le redini della propria vita vorra’ applicare yama e niyama, per avere consapevolezza e controllo sulle proprie azioni. Chi ha piu’ problemi fisici preferira’ avvicinarsi alle posture. Qualcun altro sviluppera’ alcune tecniche di concentrazione per conquistare nuovi traguardi nello sport o nel lavoro.
Otto passi che si intrecciano
Di fatto, pero’, questi otto passi si intersecano tra loro. La concentrazione viene aiutata dalla pratica delle asana, perche’ senza di essa alcune posture sarebbero quasi impossibili da raggiungere ed e’ attraverso di esse che vengono mantenute. Senza un’adeguata respirazione, il pranayama, ogni asana diventa pura azione muscolare e fatica fisica; ed e’ la stessa respirazione controllata e diretta secondo regole precise che permette di passare dalla concentrazione alla meditazione. Senza la forza spirituale della meditazione, la sola forza muscolare non basterebbe a mantenere certe asana in posizione stabile, sthira, e confortevole, sukha, come scritto negli Yoga Sutra. E senza queste due condizioni, lo yoga non e’ piu’ yoga.
Il respiro come punto di partenza
Il respiro e’ il nostro alito di vita. Attraverso di esso comunichiamo inconsapevolmente con il mondo intorno a noi, dando e prendendo. Prendere coscienza del proprio respiro, percepire come avviene in noi, sentire se e’ libero oppure limitato da tensioni, e’ il primo gesto concreto del cammino yogico. E’ da qui che, in approfondimenti dedicati, si possono affrontare problematiche oggi molto comuni come l’ansia e la depressione, due facce di una stessa medaglia, attraverso semplici esercizi di respirazione.
Domande frequenti
Cos’e’ lo Yoga Sutra di Patanjali?
E’ il testo base di riferimento dello yoga, in cui Patanjali sviluppa un percorso in otto passi che conduce alla realizzazione interiore. Descrive un cammino completo che parte dall’etica e dalla disciplina personale e arriva, attraverso il corpo, il respiro e la mente, fino al samadhi.
Quali sono gli otto passi dello yoga?
Sono yama, l’etica verso gli altri; niyama, le osservanze personali; asana, le posture; pranayama, il controllo del respiro; pratyahara, il ritiro dei sensi; dharana, la concentrazione; dhyana, la meditazione; samadhi, l’unione con il Divino.
Qual e’ lo stile di yoga migliore?
Non esiste uno stile migliore in assoluto. Ogni carattere e ogni struttura fisica trovano la propria via: chi e’ molto dinamico fatica negli stili lenti, chi e’ introspettivo fatica in quelli intensi. Lo stile giusto e’ quello che aiuta a raggiungere il proprio equilibrio interiore ed esteriore.
Da quale degli otto passi conviene iniziare?
Da quello che risuona di piu’ con la propria condizione. Chi cerca controllo sulle proprie azioni puo’ partire da yama e niyama, chi ha esigenze fisiche dalle asana, chi vuole sviluppare concentrazione dalle tecniche di dharana. I passi, comunque, si intrecciano e si sostengono a vicenda.
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