Lo Yoga Sutra di Patanjali

Cosa vuol dire fare yoga?

Yoga è una parola diventata ormai comune per tutti. Ed è comunemente associata ad una pratica che genera benessere nella persona. Ma cosa vuol dire fare yoga? Di stili di yoga ce ne sono decine e ogni giorno spunta una nuova variante. Come capire qual è quello più adatto alle proprie necessità? Quello più valido? Quello che realmente può portare una condizione di benessere nella propria esistenza?

In realtà non c’è una risposta, perchè il bello dello yoga in tutta questa sua varietà è proprio che permette ad ogni carattere, personalità e struttura fisica diversa di trovare quello che cerca. La maggior parte delle persone ci si approccia perchè ha mal di schiena, male alla cervicale… altri perchè soffrono d’ansia, sono stressati… una parte per trovare un mezzo per conoscere se stesso e arrivare alla realizzazione interiore…

Il mio primo approccio allo yoga è avvenuto attraverso la meditazione, per poi passare a pratiche di asana statiche (iyengar yogapranayoga, un particolare metodo dell’hatha yoga) e infine allo yoga dinamico (ashtanga,dharma,vinyasa).

In realtà il percorso classico dello yoga è esattamente opposto. Il testo base di riferimento dello yoga è Lo Yoga sutra di Patanjali, in cui vengono sviluppati otto passi da seguire per arrivare alla realizzazione interiore che riassumo brevemente.

Gli otto passi di Patanjali

Yama: la morale universale. Vuol dire praticare ahimsa (la non violenza), satya (promuovere la verità), asteya (non rubare, essere onesti), brahamacharya (continenza in ogni aspetto della vita), aparigharaha (assenza di avidità e possessività)

Niyama: osservanze personali. Comprendono sauca (purezza in tutti i livelli dell’essere, dal fisico allo spirituale), santosa (sapersi accontentare), tapas (praticare asusterità), svadhiaya (studio di sè e delle scritture), Isvara pranidhana (abbandono alla volontà del Divino)

Asana: posture del corpo (quelle che si vedono ormai in tutti i centri e palestre per intenderci)

Pranayama: esercizi di respirazione e controllo del prana, l’energia sottile che permea il nostro corpo

Pratyahara: controllo dei sensi. I sensi devono ritirarsi dal mondo esteriore per poter iniziare a percepire quello che avviene interiormente

Dharana: concentrazione

Dhyana: meditazione

Samadhi: unione con il Divino

Il giusto equilibrio delle parti

Nel mio percorso ho potuto sperimentare che quello che conta è innanzitutto essere ‘catturati’ da quello che fai. E’ inutile passare un’ora a occhi chiusi seduti se stai solo pensando ai fatti tuoi e se ti annoia farlo. Come è inutile fare un’asana impegnativa fisicamente se solo stai in un’apnea sofferta che ti fa desiderare che tutto finisca il prima possibile. Affinchè lo yoga sia yoga e non attività ginnica o una comoda posizione seduta, quello che conta è essere presenti e mantenere un respiro calmo.

Ognuno deve trovare il giusto equilibrio delle parti.

Chi è molto dinamico, in una meditazione di un’ora o in una pratica di raja yoga, molto lenta, probabilmente diventerà ancora più nervoso e perderà da subito interesse e concentrazione. Chi è molto introspettivo per carattere, probabilmente troverà assurda e inutile la fatica dell’ashtanga o del vinyasa yoga.

Non c’è lo stile giusto, ma quello che ci permette di trovare l’equilibrio interiore ed esteriore che cerchiamo.

Volendo riprendere gli otto passi di Patanjali, ognuno può partire dal passo che risuona meglio dentro di sè. Magari chi ha difficoltà a tenere le redini della propria vita, vorrà provare ad applicare yama e niyama, per avere un controllo sulle proprie azioni ed esserne più consapevole. Oppure chi ha più problemi fisici, preferirà approcciarsi alle posture yogiche. O ancora qualcun altro preferirà sviluppare alcune tecniche di concentrazione per conquistare nuovi traguardi nello sport o in ambito lavorativo.

Di fatto, però, questi otto passi si intersecano fra loro. La concentrazione viene aiutata dalla pratica delle asana, perchè senza di essa alcune asana sarebbero pressochè impossibili da raggiungere ed è attraverso essa che vengono mantenute. Senza un’adeguata respirazione (pranayama) ogni asana diventa pura azione muscolare e fatica fisica, ed è la stessa respirazione controllata e diretta secondo regole precise che permette di passare dalla concentrazione alla meditazione. Senza forza spirituale (meditazione) la forza muscolare non sarebbe sufficiente a mantenere determinate asana in posizione stabile (sthira) e confortevole ( sukha), come scritto negli yoga sutra di Patanjali. E senza queste due condizioni, lo yoga non è più yoga.

Nei prossimi articoli affronteremo alcune problematiche abbastanza comuni nella nostra società, l’ansia e la depressione, le due facce di una stessa medaglia, attraverso alcuni semplici esercizi di respirazione. 

Il respiro è il nostro alito di  vita. Attraverso di esso noi comunichiamo incosciamente con il mondo intorno a noi, dando e prendendo. Nel primo esercizio, inizieremo a prendere coscienza del nostro respiro, a percepire come avviene in noi, se lo sentiamo libero oppure limitato da tensioni. Nei prossimi articoli impareremo due tecniche di respirazione che possono essere di supporto per il superamento dell’ansia e della depressione.

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