Lo spaesamento di fronte all’imprevisto
Chi piu’ chi meno, condividiamo tutti giornate segnate da una sensazione di spaesamento, una nube di nebbia che ci avvolge e ci allontana dal sentire di poter afferrare la situazione. Certi periodi portano ognuno di noi a un cambiamento drastico di routine, all’inasprirsi cadenzato delle possibilita’ quotidiane, al percepire un senso di fragilita’ sul nostro corpo e su quello dei nostri cari. Possono persino portarci faccia a faccia con la morte, quella estranea che non ci sfiorava collettivamente cosi’ da vicino ormai da decenni.
Ma un pericolo ulteriore, che si aggira silenzioso dietro le quinte di scenari sociali carichi di paura, consiste nel fatto che non sappiamo cosa dirci. In quei momenti qualunque parola mostra la sua debolezza: non vi sono certezze sul presente, ne’ su quello che sara’ il mondo in futuro.
Le parole ci accolgono alla nascita
L’attuale attenzione filosofica e psicologica al linguaggio, erede del pensiero novecentesco, ci dice che ogni periodo storico elabora le categorie linguistiche, e di conseguenza mentali, per inquadrare all’interno di copioni conosciuti le situazioni che la maggior parte delle persone vive.
Le parole che utilizziamo per parlare di noi stessi e di cio’ che ci accade ci accolgono alla nascita, cullando il nostro orecchio gia’ in fasce. Come afferma Jerome Bruner, fondatore della psicologia narrativa, le narrazioni veicolate dalla nostra cultura ci servono per dare una sorta di prevedibilita’ e di valore collettivo a cio’ che viviamo. Senza quelle narrazioni condivise, l’esperienza resta muta.
Che cos’e’ il trauma
Trauma e’ il termine di cui fa uso la psicoanalisi per indicare un evento, a raggio comunitario o individuale, connotato dalla specificita’ di essere impensabile. Si tratta di un evento inatteso, che colpisce lo psichico lasciandolo impreparato a elaborare l’esperienza. Per elaborazione dell’esperienza intendiamo, in questa sede, il poter leggere la realta’ attraverso una narrazione integrabile fra le maglie della nostra storia individuale e collettiva.
Etimologicamente, la parola trauma deriva dal greco e significa lacerazione, ferita. A partire dalla teoria freudiana, elaborata nei primi anni del Novecento, il trauma e’ stato concepito come un evento unico, oppure ripetuto nel tempo, che produce una quantita’ di eccitazione psichica contro cui l’attuale assetto elaborativo non e’ pronto a far fronte. Secondo la teoria psicoanalitica, differenti esiti, patologici o meno, si propongono al soggetto a seguito della ristrutturazione psichica conseguente a un trauma. Qui ci soffermiamo solamente sul vissuto d’estraneita’ causato dall’evento impensabile.
Perche’ un evento diventa traumatico
Ogni disciplina delle scienze umane sembra oggi concorde sul fatto che la caratteristica piu’ specifica dell’essere umano sia quella di donare significato a ogni esperienza che vive. Il dolore di un evento inatteso e’ quindi creato dal coglierci sprovvisti di un’interpretazione da attribuirgli, che e’ per noi, animali costretti al linguaggio, la chiave d’accesso all’esperienza. La parola delinea, delimita, permette il riconoscimento e la condivisione con l’altro. Per questo, in certe giornate, puo’ capitare di trovarsi invasi dal senso di estraneita’: in mancanza di significati condivisi e collaudati attraverso cui leggere l’improvviso mutamento di realta’, la sensazione conseguente e’ quella di lontananza e d’impotenza.
La parola come ago che ricuce
Solo un evento impensabile puo’ farci riflettere sul potere strabiliante della messa in parole: portare il nostro vissuto a un livello cosciente, renderlo parte della nostra storia e del nostro senso di continuita’. La parola permette una rappresentazione psichica dell’esperienza, senza la quale il vissuto rimarrebbe un caotico flusso di sensazioni.
Cio’ che rende un’esperienza “traumatica” e’ lo scardinare la nostra idea di coerenza del mondo, imponendo una faglia alla trama narrativa che di esso ci siamo costruiti. La caratteristica dell’esperienza traumatica risiede proprio nell’incomunicabilita’, a noi stessi e quindi all’altro, derivata da un mancato legame fra l’esperienza e il suo significato. L’ago capace di ricucire questa faglia, di trascinarci fuori dal senso di spaesamento e farci tornare a vivere coscientemente, e’ la parola. Scriveva il poeta Stefan George (1919), ripreso poi da Heidegger (1927), a questo proposito: “Nessuna cosa e’ (sia) dove la parola manca”.
Cercare un nuovo lessico
Affinche’ i periodi difficili siano un pieno e non uno strappo, e le cose tornino “a essere”, siamo investiti di compiti importanti, anche quando siamo chiusi in casa. Il primo e’ cercare le parole intime con cui potersi pensare, lontano dalle routine che quotidianamente ci definiscono.
Il secondo, piu’ collettivo, consiste nel rendere reale cio’ che prima era inimmaginabile. Inventare un nuovo lessico per condividere la situazione puo’ permetterci di mandare in pensione modi di dire e locuzioni riciclate da esperienze passate, come quella della guerra, e avere uno strumento per situarci a pieno in cio’ che il nostro oggi ci domanda di vivere.
Domande frequenti
Perche’ un evento improvviso ci lascia senza parole?
Perche’ l’essere umano accede all’esperienza attraverso il linguaggio: doniamo significato a cio’ che viviamo servendoci di narrazioni condivise. Quando un evento e’ impensabile, mancano i significati collaudati per leggerlo, e la conseguenza e’ un senso di estraneita’, lontananza e impotenza.
Che cosa significa “trauma” in psicoanalisi?
Indica un evento inatteso, individuale o collettivo, con la specificita’ di essere impensabile: colpisce lo psichico lasciandolo impreparato a elaborare l’esperienza. Etimologicamente la parola greca significa lacerazione, ferita. Nella teoria freudiana produce un’eccitazione psichica contro cui l’assetto elaborativo non e’ pronto.
In che modo la parola aiuta a elaborare il trauma?
La parola permette una rappresentazione psichica dell’esperienza, senza la quale il vissuto resterebbe un caotico flusso di sensazioni. Portare il vissuto a un livello cosciente lo rende parte della nostra storia e del nostro senso di continuita’: e’ l’ago che ricuce la faglia aperta dall’evento impensabile.
Perche’ cercare un nuovo lessico?
Perche’ riciclare locuzioni da esperienze passate, come quella della guerra, non ci aiuta a situarci in cio’ che stiamo vivendo davvero. Inventare parole nuove, sia intime sia condivise, permette di rendere reale cio’ che prima era inimmaginabile e di tornare a vivere il presente in modo pieno.
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.