Storie e Testimonianze

Il mio terapeuta non mi crede!

“Il mio terapeuta non mi crede!” È il timore di una paziente che, dopo aver finalmente trovato il coraggio di raccontare il suo vissuto più doloroso, teme di non essere creduta e di vedersi sottrarre il punto di riferimento che ha imparato a fidarsi. Una lettera che tocca due temi centrali della psicoterapia: l’alleanza terapeutica […]

Il mio terapeuta non mi crede!
“Il mio terapeuta non mi crede!” È il timore di una paziente che, dopo aver finalmente trovato il coraggio di raccontare il suo vissuto più doloroso, teme di non essere creduta e di vedersi sottrarre il punto di riferimento che ha imparato a fidarsi. Una lettera che tocca due temi centrali della psicoterapia: l’alleanza terapeutica e la paura della fine del percorso. Risponde lo psicologo e psicoterapeuta Loris Pinzani.

La lettera: la paura di non essere creduta

La lettrice racconta di essere in terapia, iniziata per disturbi da attacchi di panico e poi proseguita perché, dopo vari tentativi, ha finalmente trovato un professionista con cui è riuscita ad aprirsi e a raccontare tutto quello che si portava dietro da anni. Pensa di aver instaurato una buona alleanza terapeutica con il dottore e ripone in lui una fiducia smisurata. Il percorso non è stato breve e, anche per la sua predisposizione, l’ha portata a sviluppare una fortissima paura della fine della terapia.

Negli ultimi tempi hanno affrontato temi molto intensi: lei ha tirato fuori tutta la sua forza e il suo coraggio e ha “parlato”. Spesso, però, ha la convinzione che il terapeuta non abbia creduto davvero a ciò che gli ha raccontato, e per questo soffre molto. È l’unica persona a cui ha potuto comunicare quello che ha provato e che ancora si porta dentro, eppure teme che lui non le creda e che abbia già in previsione la fine della terapia. Per lei il terapeuta è un punto di riferimento, un porto sicuro, una persona che ascolta e non giudica. E ha il terrore che tutto questo possa finire.

Alleanza terapeutica e paura della fine

La lettera mette al centro due dinamiche frequenti e profondamente umane nel percorso di cura. La prima è l’alleanza terapeutica: il legame di fiducia e collaborazione che si costruisce tra paziente e terapeuta, e che rappresenta uno degli elementi più importanti per la riuscita di una psicoterapia. Quando questo legame diventa solido, è naturale che si carichi di significato e che la prospettiva della sua interruzione susciti timore.

La seconda dinamica è proprio la paura della fine. Dopo aver investito coraggio ed energie nel raccontarsi, il pensiero di “perdere” il terapeuta può diventare angosciante, soprattutto quando quella relazione è stata vissuta come l’unico spazio sicuro in cui mostrarsi davvero. Il dubbio “non mi crede” può allora intrecciarsi con questa paura, alimentandola. Per questo, in psicoterapia, è spesso utile portare apertamente questi timori dentro la stanza, condividendoli con il professionista invece di custodirli in silenzio.

La risposta di Loris Pinzani

La prima cosa che mi sento francamente di dire è che ti ringrazio di aver parlato una seconda volta e di averlo fatto tramite queste righe rivolte a noi. Quando parli di coraggio usi un termine straordinario, oltre che perfettamente attagliato. Serve coraggio per parlare a un altro, raccontando a sé stessi quanto sia, e sia stato, complesso un certo aspetto della propria esistenza. Questa è la cosa che va detta in primis.

Al di là di tante considerazioni che si possono fare, e che la pratica clinica induce a comporre, la cosa possibile da dire adesso è che, naturalmente, non vuoi un altro distacco da qualcuno che hai ancora bisogno di osservare e in cui devi rivederti, diversa, mitigata. Tutto questo significa semplicemente che hai ancora bisogno di lui. Vorrei dirti di non avere in particolare questa paura. Sono certo che, se esponi al tuo interlocutore psicoterapeuta la tua condizione, sarai rassicurata nella misura in cui gli è possibile dal ruolo che veste.

Vorrei dirti ancora: così come sei stata impavida (bene!) nell’allestire la tua personale rivoluzione, puoi esserlo anche da ora, affrontando la tua paura e vedendo dove essa mette radici. Vedrai forse che le tue paure di oggi sono quelle che hai già iniziato a smantellare. Tranquillizzati, affronta quello che temi, come hai fatto finora. Auguri e a presto. Dr Loris Pinzani, Psicologo Psicoterapeuta.

Portare la paura dentro la stanza di terapia

Il consiglio che emerge dalla risposta è semplice e potente: parlare della propria paura proprio con chi può accoglierla. Il timore di non essere creduti, o quello della fine del percorso, non sono ostacoli da nascondere, ma materiale prezioso da esplorare insieme al terapeuta. Spesso, dare voce a queste preoccupazioni le ridimensiona e rafforza ulteriormente l’alleanza terapeutica.

Domande frequenti

Che cos’è l’alleanza terapeutica?

È il legame di fiducia e collaborazione che si instaura tra paziente e terapeuta. Rappresenta uno degli elementi più importanti per la riuscita di una psicoterapia, perché crea uno spazio sicuro in cui la persona può raccontarsi e affrontare i propri vissuti senza sentirsi giudicata.

È normale temere che il terapeuta non ci creda?

Sì, è un timore frequente, soprattutto dopo aver condiviso esperienze molto dolorose o difficili da credere persino per chi le ha vissute. La cosa più utile è parlarne apertamente con il terapeuta: dare voce a questo dubbio aiuta a chiarirlo e spesso rafforza la fiducia reciproca.

Perché si ha paura che la terapia finisca?

Dopo un percorso intenso, il terapeuta può diventare un punto di riferimento e un porto sicuro. La prospettiva del distacco può quindi suscitare angoscia, perché si teme di perdere quello spazio protetto. Riconoscere questo bisogno è già un passo importante, e condividerlo permette di affrontarlo con gradualità.

Come si può affrontare la paura della fine della terapia?

Il modo più efficace è portarla esplicitamente dentro la stanza di terapia e parlarne con il professionista, invece di custodirla in silenzio. Come suggerisce lo psicoterapeuta, lo stesso coraggio usato per raccontarsi può essere impiegato per affrontare questa paura e vedere dove mette radici.

Il timore di non essere creduti e la paura della fine della terapia sono vissuti comuni e profondamente umani. La via indicata dallo psicoterapeuta è chiara: usare lo stesso coraggio già dimostrato per dare voce a queste paure dentro la stanza di terapia, dove possono essere accolte e attraversate.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.