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PROSPETTIVE E PREVENZIONE DELLA DEVIANZA GIOVANILE DI GRUPPO

Come nasce il bullismo e il cyberbullismo?

Riassunto dell’Articolo

L’articolo spiega come l’influenza sociale e come il conformismo, influenzino il comportamento di giovani e meno giovani. L’intento dell’articolo è far conoscere sia in modo più tecnico il fenomeno del bullismo, delle bande giovanili, del fenomeno degli hikikomori, con accenni di grandi studiosi sul comportamento e su l’influenza cui molti individui attengono come: figure famigliari, dei mass media e programmi e serie tv. Accenni alle bande giovanili di Clowar e Ohlin, l’apprendimento sociale di Albert Bandura e molto altro. L’articolo, è mirato ad far acquisire le capacità di comprendere da parte dei genitori, ma anche agli addetti ai lavori nel campo sociale, nonché ai tutori della legge, se un individuo è atto a compiere atti di bullismo o se ne è vittima. Nell’articolo, c’è un accenno all’impegno attuale per sconfiggere la criminalità da parte di Dottori come il Dottor. Slutkin ( ho avuto modo di interagire con il suo staff, per avere maggiori informazioni, presenti nella mia tesi di Laurea sperimentale) preciso che il Dottor Gary Slutkin è un epidemologo di fama mondiale e non uno Psicologo o Psichiatra, il quale ha intuito un metodo di regressione della violenza, come fosse una vera e propria epidemia, attualmente applicato in più nazioni, programma denominato CURE VIOLENCE, ha riscontrato un grosso successo. Nell’articolo vi è trattato anche l’attualissimo tema del cyberbullismo, la possibilità di interrompere la catena di trasmissione da un individuo all’altro di questi atteggiamenti devianti.

PROSPETTIVE E PREVENZIONE DELLA DEVIANZA GIOVANILE DI GRUPPO

Comprensione del fenomeno e di giovani vittime di bullismo o autori del fenomeno

Allarme sociale: le bande giovanili

Questo articolo spunto dal mio interesse per il fenomeno di rilevante allarme sociale delle bande giovanili, che ho quindi deciso di analizzare.Atti di bullismo, baby gangs, spaccio al minuto di droga, sono solo alcuni dei fenomeni che oggi inducono a porsi un importante interrogativo: perché alcuni adolescenti, da sempre considerati una fascia strutturalmente “debole”, da proteggere e tutelare, per quanto portati a trasgredire, si rendono sempre più protagonisti di crimini, spesso anche in collegamento con le organizzazioni criminali, che li attenzionano e li reclutano?

Certamente è fondamentale, attraverso un lavoro quotidiano di osservazione sul campo, individuare le dinamiche con cui le organizzazioni criminali s’insinuano tra i giovani, modificandone i valori, fino a renderli criminali al pari di un adulto, specialmente in quelle realtà socioculturali degradate, che troviamo in alcuni territori del Meridione, dove per alcune fasce della popolazione il crimine viene a rappresentare, di fatto, una scelta di carriera che rientra in un quadro di sconcertante “normalità”.

Per comprendere a fondo tale fenomeno, appare centrale come momento quello dello studio del rapporto tra le organizzazioni e le sottoculture giovanili, in particolare del modo in cui s’instaura un legame tale, da indurre ad interrogarsi su quelli che possono essere definiti i “nuovi miti del XXI secolo”, che hanno, in alcune realtà, ormai soppiantato quelli tradizionali dei cartoni animati, o al più dei cantanti neomelodici. 

“Nuovi miti” possono essere definiti Provenzano, Riina, Cutolo, fino a giungere al personaggio di Tony Montana, del film di Brian De Palma Scarface, a Tonino del film di Matteo Garrone Gomorra, come testimoniano le notizie riportate sui quotidiani italiani.Questi nuovi miti hanno modificato anche il modo di porsi dinanzi all’etichettamento.
Spesso i giovani, come possiamo vedere dai nomi che scelgono di attribuirsi sui Social, associano alla loro stessa identità uno di questi “miti”, come Ciro l’Immortale della serie Gomorra o Il Libanese di Romanzo criminale, film che racconta la storia della Banda della Magliana.
In questo lavoro di tesi la mia intenzione è quella di analizzare quali interventi e quali azioni sia possibile ed auspicabile mettere in atto a fini preventivi, cercando di comprendere, ad esempio, se questi ragazzi sono controllati dai loro famigliari, un passaggio assai importante, così come di estrema rilevanza è anche comprendere in che termini i ragazzi stessi interpretino questo loro voler somigliare a esponenti della malavita, veri o inventati, come Genny Savastano della serie Gomorra, e come mai questi giovani non abbiano compreso il vero messaggio veicolato dalla serie TV, nonostante gli svariati appelli degli attori interpreti dei vari personaggi e le spiegazioni, sia da parte loro che degli autori, che il messaggio che volevano inviare non era quello di esaltare le capacità criminali avventate, sprezzanti del pericolo, ma la realtà che avvolge tali attività, la mancanza di legami veri fatti di affetti veri, il disprezzo folle che divide i gruppi criminali per il controllo dei territori, per lo spaccio, per le tangenti, e per tutte le altre attività illecite.
Ancor più grave, come alcuni degli autori hanno detto, è il fatto che i giovani, molti giovani, non hanno compreso il messaggio più importante, che è quello che chi fa parte di questi gruppi è destinato a una vita di fughe, ad essere braccato dalla legge e dagli avversari, fino alla morte, violenta e con atti terribili, quali la distruzione del cadavere, l’accanirsi sui corpi esanimi degli avversari, cose che un ragazzo non dovrebbe condividere o esaltare, ma disprezzare, utilizzando queste stesse informazioni per farsene un monito e per agire in modo onesto, consapevole delle conseguenze delle proprie azioni non solo su di lui, ma anche su attori dal ragazzo stesso coinvolti in caso di attività illecite, non ultimo il dramma che causerebbe ai genitori.
Insomma, non basta “credere” che semplicemente facendo vedere la serie Gomorra ai giovani, essi ne comprendano automaticamente il senso autentico, piuttosto bisogna prepararli e formarli, nelle scuole, nei gruppi di aggregazione, per strada (come proposto dal modello americano Cure Violence, al quale nel corso di questo lavoro di tesi si farà ampio e costante riferimento), recandosi nei quartieri a rischio e spiegando ai giovani quante altre opportunità si hanno nella vita.A tal proposito, io amo definire tale condizione con la locuzione di “visione a delta”, come il delta di un fiume, che sta ad indicare la possibilità di vedere più vie dinanzi a sé, in contrapposizione ad una “visione ad estuario”, che consente di vedere una sola via, quasi si fosse obbligati a percorrere quella sola ed unica strada.

Aderire ad una tale prospettiva a delta permetterebbe, una volta per tutte, di smettere di accusare la società se un individuo delinque o se si formano associazioni mafiose, trincerandosi dietro spiegazioni (a volte vere e proprie giustificazioni), legate alla mancanza di lavoro, come spesso si sente dire; sta di fatto che, a ben vedere, schiavi di una visione ad estuario, nessuno di questi ragazzi appare disposto a fare lavori umili o a spostarsi lontano dalla famiglia per lavorare, poiché in Italia, in particolare nel Centro e nel Sud, i giovani vivono fino a tarda età con i genitori e non si respira quella cultura, come ci ha spiegato il Professor Pisanti Olandese, in cui i giovani, oltre ad essere incentivati ad “uscire” di casa dal “nido”, vengano formati in base a caratteristiche ad essi più attinenti, rilevabili, ad esempio, attraverso la somministrazione di test attitudinali, ma anche in modo più informale attraverso colloqui e confronti con professionisti dotati di diversa formazione professionale, come docenti universitari, operatori del sociale e psicologi.

Quindi, tornando all’inizio di questo pensiero, sarà per me fondamentale analizzare il ruolo dei genitori, non solo nei termini dell’ambiente circostante a questi giovani, o dell’influenza sociale alla quale sono sottoposti, ma anche nei termini di una più profonda comprensione del fatto che i genitori stessi siano disposti a collaborare attivamente con i professionisti del welfare sociale, per aiutare il giovane ad intraprendere una formazione sociale positiva, o se, al contrario, prendono la cosa in modo superficiale, contrastando gli specialisti del settore e non facendo altro che incentivare i giovani a danneggiare se stessi e gli altri.Per interrogarsi sul fenomeno delle gang giovanili e sui (falsi) miti che ne accompagnano la formazione, nel primo capitolo verranno considerati i principali studiosi che si sono occupati del fenomeno della devianza giovanile di gruppo, proponendo una serie di teorie che sono divenute, di diritto, riferimenti fondamentali e imprescindibili per chiunque si approcci allo studio delle baby gang.Saranno nello specifico analizzati tre modelli teorici, ossia: la teoria della sottocultura di Cohen, la teoria delle bande giovanili di Cloward e Ohlin e la teoria dell’apprendimento sociale di Bandura, che nell’economia di questo lavoro di tesi rappresentano i fondamenti teorici su cui impiantare le successive riflessioni, tanto teoriche quanto applicative.Nel secondo capitolo si passerà dall’ambito più propriamente teorico a quello applicativo, con l’esplorazione del modello di intervento denominato Cure Violence, proposto dal Dr. Gary Slutkin, nato in territorio statunitense e mirato alla cura della “patologia” che, secondo lo studioso, tenderebbe a diffondersi all’interno delle bande giovanili di stampo delinquenziale.

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