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CORONA VIRUS: un’occasione per azzerare le disuguaglianze?

Quanto questa epidemia sta rivelando del profondo culto dell’individualismo della nostra cultura?

L’epidemia che sta colpendo il nostro paese sta facendo emergere importanti aspetti a lungo coperti da ipocrisia e perbenismo. Gli atteggiamenti più diffusi sono estremi e radicalmente opposti: c’è chi banalizza e continua a svolgere la propria quotidianità, chi si terrorizza e preso dal panico corre a svaligiare il supermercato. Cosa ci rivela tutto questo se ci fermiamo ad osservare più da vicino?

Corona virus: perché disposizioni per la tutela si trasformano in punizioni

Purtroppo è inevitabile ammettere che molti di noi hanno avuto reazioni complesse e contro il benessere collettivo. Cambiare le nostre abitudini, rinunciare a soldi, occasioni di lavoro o di svago sono risultati comportamenti molto più duri del previsto.
L’atteggiamento mostrato dalla massa nell’ultimo periodo è la prova più evidente di quanto sia radicato in noi il pensare al proprio orticello con estrema indifferenza verso quello del prossimo.

Proprio l’adozione di questa prospettiva purtroppo, porta a vivere provvedimenti limitativi COME PUNIZIONI PERSONALI E NON COME TUTELA DELLA COLLETTIVITÀ…collettività…è proprio questa parola che non esiste, si conosce ma non SI SENTE.

Questa filosofia di vita è talmente radicata in noi, da essere stata sottofondo di molte trasmissioni e opinioni politiche, soprattutto all’inizio dell’epidemia nel nostro Paese; ciò non ha fatto altro che rinforzare questa linea di pensiero, confermandola come “normalità”. Decine di programmi televisivi hanno dato parola a gente che lamentava la chiusura degli altri paesi verso l’Italia: “ci hanno ghettizzato”, “ci hanno rovinato le vacanze “, ” ci trattano da infetti”….

In prima battuta l’opinione pubblica ha dato spazio a tali idiozie anziché sfruttare l’occasione per sottolineare quanto fosse importante proteggere la comunità e rispettare gli altri. Si è data rilevanza e voce alla limitazione della propria libertà, al danno economico subito, al sentirsi emarginato, al proprio orticello…INTANTO IL NUMERO DEI CONTAGI continuava a crescere.

Rapporto tra individuo e istituzioni: educare alla collettività

Troppo facile richiamare il valore della collettività a ridosso di una pandemia, l’appartenenza e il rispetto della comunità sono valori che vanno coltivati e proprio in questi casi emergono in tutta la loro potenza. Se non c’è stata alcuna semina, perché aspettarci il grano?

Lo stato e le istituzioni in generale, hanno sempre dato dimostrazione di essere preoccupati dei propri interessi. Quando si è genitori è fondamentale educare i propri figli attraverso il buon esempio: se affermo di non fumare, ma sono un fumatore, mi dovrò aspettare una riduzione dell’efficacia della mia norma.

Il comportamento diffuso dei politici ha progressivamente corroso la fiducia della gente nelle istituzioni, con perdita della possibilità di sentirsi adeguatamente rappresentata e tutelata. Ciò ha promosso inevitabilmente la tendenza a pensare al proprio benessere individuale SENZA UNA GUIDA. Lo stesso fenomeno avviene anche per i figli che non possono contare sui propri genitori: si diventa autonomi prematuramente e in alcuni casi si sviluppa “egoismo” di sopravvivenza, accompagnato dalla sfiducia che l’altro possa essere una fonte d’aiuto.

Lo Stato, proprio come un genitore che educa il proprio figlio, ha mal educato i propri cittadini. Un figlio viziato e non abituato a pensare anche agli altri, non accetterà di dividere la propria razione di cibo con i suoi fratelli in caso di improvvisa carestia; si sentirà derubato, ingiustamente privato e offeso da tale obbligo. Forse, rimanere tutti a digiuno, farà risvegliare in noi quel briciolo di solidarietà e rispetto dell’altro.

La pandemia educativa?

Molti medici dicono che il modo più efficace di conoscere una malattia è prendersela. Effettivamente, provando sulla propria pelle una situazione è possibile empatizzare e condividere le emozioni con chi ha vissuto esperienze analoghe. Proprio la condivisione è ciò che crea connessione e legame, favorendo la percezione di “appartenenza”. La diffusione di un virus non fa differenze: colpisce neri, bianchi, ricchi, poveri, famosi e gente non famosa. Proprio la sua pericolosità per chiunque fa percepire impotenza: in sua presenza siamo finalmente tutti uguali e ciò ha un effetto collante sul tessuto sociale. Effettivamente l’aumento della catastrofe si sta accompagnando ad un aumento del rispetto della collettività e delle forme di solidarietà.

È un po’ triste pensare che ci sia stato bisogno di una epidemia per arrivare a questo, tuttavia spesso le più grandi intuizioni e i più profondi cambiamenti, accadono proprio quando si è vicini alla morte.

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