Nel sempre più ampio spettro dei disturbi di dipendenza da internet, si sta facendo strada, specie tra gli adolescenti, il fenomeno del VAMPING, inteso come l’incapacità di disconnettersi dalla rete anche solo per un breve lasso di tempo, a causa di una vera e propria fobia di disconnessione, denominata FOMO – FEAR OF MISSING OUT, legata alla paura di perdersi qualche informazione posta su rete o di non poter rispondere a dei messaggi on line.
Il motivo è un altro
Il soggetto vittima di VAMPING avverte un senso di identità solo quando si connette, percependo vissuti di vuoto e disorientamento ogni qualvolta si allontana dalla fonte informatica. Navigare in rete è il solo modo che ha per sentirsi ancorato ad una realtà che altrimenti appare liquida, inconsistente, insignificante.
Perché VAMPING
I soggetti coinvolti da questa condotta sono capaci di stare connessi fino all’alba, trascurando persino di dormire. È proprio da qui che si origina il termine vamping: proprio come dei vampiri, essi sono operativi di notte e nonostante la notte, bisognosi di succhiare le risorse della rete come si trattasse di una linfa necessaria alla sopravvivenza. Ma in un contesto in cui sembrano loro a vampirizzare la “rete”, nutrendosi avidamente delle sue fonti, accade in realtà l’esatto contrario: è la rete a vampirizzarli, cibandosi totalmente delle loro esistenze e identità, fino a dissolverle nel mare indistinto e dispersivo della dimensione virtuale.
Le conseguenze non sono trascurabili: stare connessi anche durante la notte può avere ripercussioni sul benessere psicofisico, causando disturbi del sonno, danni al ritmo circadiano e al metabolismo, disagi psicosomatici, vissuti emotivi di ansia, irritabilità, instabilità dell’umore; oltretutto possono verificarsi disturbi dell’attenzione e della concentrazione, con ripercussioni sul rendimento scolastico e delle prestazioni in generale. Senza contare il disinvestimento sociale, la perdita di contatto con il Sé e con punti di riferimento concreti e motivanti, appannaggio di modelli imitativi virtuali, inverosimili e totalmente avulsi dalla realtà.
È ben prospettabile, in questi casi, un autentico disturbo della dipendenza da rete, in cui la connessione viene inteso uno stimolo saliente che riempie e perseguita, arricchendo e svuotando al contempo.
Fattori predisponenti possono risultare l’isolamento, la bassa stima di sé, scarsi interessi e motivazioni, l’intento di emulare i pari che già attuano la condotta. È del resto necessario per gli adolescenti essere accettati dal gruppo per non sentirsi esclusi e inadeguati, soprattutto data la scarsità di modelli di imitazione alternativi offerti dalla società attuale.
Sotto questo punto di vista gli adulti – i genitori in particolare- possono svolgere un ruolo protettivo, volto a mostrare ai ragazzi l’utilità di non investire tutte le loro risorse in un mondo meramente virtuale.
Come?
È meglio non proibire la connessione con divieti inderogabili e categorici. Si otterrebbe soltanto l’effetto contrario, al di là di una apparente e maldisposta obbedienza che il ragazzo eluderebbe appena possibile, non avendone compreso la motivazione. È invece opportuno:
– Porsi come esempio virtuoso, anziché “virtuale”, per il proprio figlio, mostrando in prima persona atteggiamenti adeguati nella connessione e nella permanenza in internet;
– provare a chiedergli il perché dei suoi atteggiamenti, il motivo per cui non riesce a staccarsi dalla rete e soprattutto cosa spera di trovarvi;
– cercare di evidenziare i rischi e i pericoli collegati ad una eccessiva connessione, per attivare condotte prudenziali in grado di agevolare i processi di regolazione e automonitoraggio;
– stabilire una routine della navigazione, che preveda modalità e tempistiche di collegamento più adeguate,assieme ad opportune limitazioni, ad esempio non collegarsi nell’ora prima di andare a dormire;
– amplificare le occasioni di socializzazione non virtuale e il contatto con un contesto più realistico, dove i legami siano costruiti con soggetti autentiche e non con degli “avatar”;
– sostenere il ripristino della percezione del Sé identitario e corporeo, spesso indebolito da ore di prolungata connessione;
– rafforzare i momenti di condivisione emotiva e la comunicazione verbale, anche creando degli appositi spazi di confidenza, nei quali genitori e figlio possono parlare dei più svariati argomenti, cercando di confrontare i rispettivi punti di vista;
E se il divieto si mostra necessario, l’importante è non inquadrarlo come un provvedimento meramente coercitivo, ma spiegarne cause e motivazioni, offrendo modelli alternativi di investimento socio- emotivo in grado di allontanare dalle degenerazioni, spesso patologiche, di una eccessiva e indiscriminata connessione in rete.
Agli adulti il compito di aiutare i figli a non finire nelle trappole della rete, che come un “vampiro”, è sempre in agguato, alla ricerca di cerca di possibili vittime.





























