abitudine; quotidiano;
I gesti quotidiani, che si trasformano in abitudini, per scoprire lo straordinario.

L’abitudine alla Meraviglia

Ricoprire la semplicità per gustarsi la straordinarietà

Quanto è facile meravigliarsi. Quanto non lo è, nella realtà delle cose.
Un secolo fa, il poter assistere ad una sola delle performance ritratte nei video che dilagano tra i nostri cellulari, sarebbe stato un evento unico e irripetibile da lasciare sbalorditi e da raccontare a tutto il quartiere per gli anni seguire. Eppure oggi questi eventi ricevono un semplice gesto di approvazione, o al limite una condivisione.
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Il continuo essere esposti ad eventi sorprendenti innalza la soglia di salienza dell’individuo, il quale sviluppa abitudine per quella tipologia di stimoli. Questo fa sì che il soggetto ricerchi stimolazioni sempre maggiori.
Come quando indossiamo una maglietta, dapprima sentiamo la sensazione tattile del tessuto sulla nostra pelle, ma dopo poco tempo non vi prestiamo più attenzione. Si dice che quello stimolo percettivo sia andato incontro ad abituazione, cioè il mio cervello non pensa più che sia rilevante e quindi abbassa la risposta relativa ad esso. Meccanismo ben riscontrabile anche a livello neuronale.

Innalzamento soglia sensoriale

Quando vi è un innalzamento della soglia sensoriale, significa che il soggetto ha la possibilità di orientarsi solamente verso gli stimoli che hanno un’intensità che supera quella soglia, poiché se fossero al di sotto di essa, non si avrebbe accesso alla coscienza di quello stimolo.

Quando poi ci si trova di fronte, di persona, ad eventi eccezionali, essi provocano spesso estraniamento. Da bambini non ci pensavamo troppo su. Bu-bu settete! Ci meravigliavamo e seguivamo la nostra spinta interiore.
Con l’adultità
(e questa seriosità dilagante) è quasi disdicevole rimanere colpiti da qualche cosa. Mostrarsi sorpresi significa svelarsi per quello che siamo, far emergere il bambino che è in noi.
Tutti questi fattori, compresi quelli delineati precedentemente, fanno sì che nascano interrogativi (per lo meno a livello non consapevole).
Come è possibile che di fronte al mio cantante preferito non riesca a sentire (to feel) quello che avrei voluto sentire. Dov’è quella botta di vita che avevo preventivato.
Come è possibile che davanti ad un panorama la mia mente non riesca ad accedere alle infinte sfumature emotive che esso mi può potenzialmente scaturire.

Disorientamento e vergogna fanno sì che a quel punto si eriga dinnanzi a noi uno schermo, che protegge, un filtro che testimonia l’evento e che pretende di essere uno strumento atto a completare un’elaborazione che non trova elementi (o funzioni) abili a poterlo fare. Si registra un video e si condivide a qualcuno. Magari lo teniamo per noi stessi. Lo condividiamo al “noi stessi” del futuro.

Bion riporta un modello di mente in cui le sensazioni e le percezioni vengono elaborati dalla funzione Alfa della mamma con lo scopo di restituirgli oggetti pensabili, e che quindi possano entrare a far parte delle sue esperienze e dei suoi pensieri. Successivamente questa funzione viene introiettata e il bambino procede autonomamente. Se le sensazioni non vengono elaborate, si trasformano in elementi Beta (le “cose in sé” kantiane per intenderci) e l’unico modo per evacuarli è tramite l’identificazione proiettiva, espelle cioè questi elementi non elaborati in qualcun altro per poterli valutare da una distanza di sicurezza. Gli eventi straordinari vengono quindi, in prima battuta, digeriti da qualcun altro tramite la condivisione dell’evento, e, successivamente, l’attivazione che ne deriva viene “evacuata” guardando alcuni video di soggetti che esprimono quell’emozione (vedasi i numerosi video di reaction che spopolano ormai ovunque).

La condivisione sembra svolgere questa funzione al posto nostro, ci rende oggettivabili emozioni che non riusciamo più a gestire, né tantomeno accedervi. Il messaggio di risposta con scritto “figata” è sicuramente qualcosa di più maneggevole e ci restituisce il senso di quello che si sta vivendo.

La sfida titanica delle scienze umane di questi anni è quella di cercare di abbassare quella soglia, per portare sempre di più l’attenzione agli aspetti elementari della percezione, contrastando quella insoddisfazione causata da un mondo privo di stimoli (che paradosso!). É portando quindi l’attenzione verso gli aspetti più semplici e “scontati” dell’esperienza cosciente che anche i colori intorno a noi possono riacquisire luce e vita. In questo modo si attua una vera e propria ristrutturazione dell’esperienza: Maria Montessori descrive come bambini molto piccoli sono in grado di discernere lievissime sfumature tra varie tipologie di rosso, tramite l’allenamento e l’esercizio. Una semplice tecnica? Prendi un oggetto che hai di fronte a te, osservalo. Bene, ora immagina di volerlo dipingere. Alcuni pittori possono spendere ore solo per fare un filo d’erba. E se poi si volesse dipingere anche quello di fianco? È più chiaro o più scuro? E come mai uno tira verso destra e l’altro verso sinistra. Mi ricordo da bambino quando pensavo che i fili d’erba fossero i capelli della terra. E strappavo i fili d’erba. Almeno fino a quando non mi resi conto quanto faccia male farsi strappare i capelli. Dipingi con la mente, e lasciati stupire da essa.

E’ così che possiamo tornare a meravigliarsi, riscoprendo il fanciullino dentro di noi, stupendoci della ciclicità delle stagioni, di quel profumo così particolare, fino a meravigliarci del sapore dell’acqua.

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