Nel sempre più ampio spettro dei disturbi di dipendenza da internet, si sta facendo strada, specie tra gli adolescenti, il fenomeno del VAMPING, inteso come l’incapacità di disconnettersi dalla rete anche solo per un breve lasso di tempo, a causa di una vera e propria fobia di disconnessione, denominata FOMO – FEAR OF MISSING OUT, […]
Il maltrattamento a danno dei bambini è spesso perpetrato ad opera di figure affettivamente rilevanti e inserite stabilmente nel contesto familiare, come i genitori, che in questo caso, anziché costituire un elemento di solidità e sicurezza affettiva, costruiscono uno scenario educativo disfunzionale e disgregato che va a ledere lo sviluppo psicofisico del bambino, spesso compromettendolo irreversibilmente. Esiste una particolare forma di maltrattamento, più sottile ma non per questo meno pervasiva e deleteria, che si attua attraverso una serie di condotte omissive sotto l’aspetto affettivo-relazionale. Piccole mancanze genitoriali, deficit di premura e vicinanza, che col tempo possono tramutarsi in un incolmabile vuoto affettivo.
Il termine “cecità temporale” in riferimento al disturbo ADHD indica l’incapacità di percepire la dimensione temporale nel suo valore oggettivo e di conferire alla stessa una funzione applicativa nella realtà di tutti i giorni. Dunque, nello stesso modo in cui un daltonico non distingue la differenza tra i colori né riesce ad apprezzarne la diversità, un soggetto ADHD non riesce ad elaborare lo scorrere e la durata del tempo nelle modalità consuete. Con tutte le conseguenze che questo può comportare nella vita individuale e relazionale. Si tratta di una limitazione patologica che può essere tuttavia arginata, nel suo disvalore, attraverso un’adeguata educazione comportamentale che serva a rendere più accessibile, per il soggetto ADHD, il concetto di tempo e dei costrutti ad esso collegati.
L’impossibilità di disporre, a tutt’oggi, di una terapia clinica in grado di bloccare definitivamente gli effetti compromissori dell’Alzheimer e di ripristinare il benessere del paziente, non significa che non sia possibile ritardare l’evolvere patologico degli stessi e di preservare al contempo le competenze cognitive residue. È quanto si prefigge la Terapia della Reminiscenza, fondata sulla stimolazione mirata della funzione mnestica attraverso la somministrazione di adeguati cues attivanti. Ricordarsi di ricordare, oltre a costituire un autentico “allenamento” della memoria, aiuta il paziente a mantenere inalterato quel senso di continuità e coesione del Sé che nella malattia di Alzheimer viene dolorosamente perduto.
Il concetto di ombra porta in sé una componente misteriosa, per certi aspetti inquietante. Associata al concetto di buio, presente e tuttavia inafferrabile, inconoscibile e per questo pericolosa, la percezione dell’ombra pone l’essere umano in una condizione di disagio emotivo spesso identificabile con l’ansia, talvolta con la paura. Talvolta invece la sua presenza evoca nostalgia, ricordi di un passato inafferrabile che attraverso l’ombra si allungano sul presente, portando alla memoria frammenti di un’esistenza che ci accompagna e cammina al nostro fianco, senza mai lasciarsi prendere né guardare in faccia. Perché l’ombra scompare quando ci voltiamo nel tentativo di afferrarla, è sfuggente e stizzosa come una bambina, e come una bambina che gioca a nascondino non si lascia mai prendere, e ci spinge a chiederci cosa si nasconda al di là del suo mistero. Nel corso del tempo, la psicologia ha provato a formulare possibili interpretazioni in merito.
Le emozioni sono correlate di una componente fisiologica di notevole importanza, la cui presenza è in grado di generare stati somatici differenziati per ciascuna emozione.
Questi stati fisiologici, una volta memorizzati dall'individuo ed inseriti in un repertorio esperienziale specifico, vengono riattivati ogni volta che si presenta un contesto di attivazione simile a quello nel quale sono stati sperimentati la prima volta.
Ma c'è di più: oltre al contesto evocativo viene riattivato anche lo stato fisiologico specifico di quella emozione e di quel contesto. Damasio lo chiama "MARCATORE SOMATICO", in riferimento ad uno stato fisiologico in grado di selezionare stimoli positivi e negativi utili non solo alla sperimentazione emotiva, ma soprattutto al processo decisionale, nei confronti del quale svolgono un ruolo di predittore selettivo per le laternative più opportune verso le quali optare. Ad un marcatore somatico positivosi associa dunque una decisione produttiva, laddove ad uno stato somatico negativo si collega una decisione foriera di conseguenze non favorevoli, che è meglio evitare. Basta ascoltare il proprio corpo, dunque, per prendere la decisione più giusta.
Li vediamo campeggiare sulla pelle di donne e uomini, ragazzi e adulti, di qualsiasi razza, ceto sociale, contesto sculturale. Spuntano nei posti più impensabili, fanno capolino anche laddove nessuno penserebbe di poterli vedere, a volte piccoli, delicati, quasi impercettibili, a volte così grandi da disorientare lo sguardo, e lasciare inebetiti chi li osserva, così colorati, eccentrici e vistosi. Vogliono mostrarsi e vogliono mostrare, talvolta sono una provocazione, talvolta un invito, talvolta una confessione, un segno di protesta, il segno di un’emozione indelebile. Ma sempre, al di là della loro forma esteriore, sono una forma di comunicazione, lanciata intenzionalmente da coloro che ne fanno sfoggio. Nella speranza che qualcuno se ne accorga. Ma cosa si cela davvero al di là del tatuaggio?
La bellezza di un'opera d'arte può talvolta lasciare senza fiato.
Talvolta nel vero senso della parola, e capita dunque che certi soggetti, di fronte alla bellezza di uno stimolo formale, presentino una sintomatologia di malessere psico-fisico diffuso, con notevole coivolgimento di sintomatologia somatica.
Dato come si tratti di un disturbo che si manifesta soprattutto in occasione di viaggi ed esperienze turistiche, gli scettici credono si tratti di un semplice effetto della stanchezza, magari dovuto al viaggio o al jet-leg.
La psicologia, e in particolar modo la psicoanalisi, sostiene invece l'esistenza di una psicopatologia che sia in grado, attraverso la visione di opere d'arte, di risvegliare conflitti psichici inconsci non rielaborati di cui la contemplazione dello stimolo artistico consente l'attivazione specifica.
La sindrome di Stendhal, così come viene denominato il disturbo, sembra inoltre in grado di proiettare l'osservatore dell'opera d'arte nella medesima dimensione emotiva dell'artista che l'ha realizzata, creando un legame formale-affettivo che, per quanto non scientificamente provato, gode di innegabile fascino.
Può trattarsi di un’impresa complicata e per certi aspetti inusuale, ma senza alcun dubbio interessante, quella di provare a disegnare un quadro “psicologico” delle grandi menti che hanno popolato l’arte, la letteratura, la storia, scrivendone le pagine a tratti indelebili. Nello specifico riferimento alla letteratura, un approccio che tenga conto non solo delle caratteristiche stilistiche e contenutistiche delle opere, peraltro già abbondantemente analizzati nel corso degli anni, ma altresì della personalità dei loro autori, sarà di sicura utilità per comprendere non solo il significato più incognito delle opere, ma altresì per creare un parallelismo tra quest’ultimo e la mente di colui che le ha scritte, fornendo nuove e più flessibili chiavi di interpretazione. Il tutto in una prospettiva che vede l’arte come un mezzo di espressione della propria interiorità, e delle luci e delle ombre che della stessa fanno parte.