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La sindrome di Stendhal

La bellezza di un'opera d'arte può talvolta lasciare senza fiato. Talvolta nel vero senso della parola, e capita dunque che certi soggetti, di fronte alla bellezza di uno stimolo formale, presentino una sintomatologia di malessere psico-fisico diffuso, con notevole coivolgimento di sintomatologia somatica. Dato come si tratti di un disturbo che si manifesta soprattutto in occasione di viaggi ed esperienze turistiche, gli scettici credono si tratti di un semplice effetto della stanchezza, magari dovuto al viaggio o al jet-leg. La psicologia, e in particolar modo la psicoanalisi, sostiene invece l'esistenza di una psicopatologia che sia in grado, attraverso la visione di opere d'arte, di risvegliare conflitti psichici inconsci non rielaborati di cui la contemplazione dello stimolo artistico consente l'attivazione specifica. La sindrome di Stendhal, così come viene denominato il disturbo, sembra inoltre in grado di proiettare l'osservatore dell'opera d'arte nella medesima dimensione emotiva dell'artista che l'ha realizzata, creando un legame formale-affettivo che, per quanto non scientificamente provato, gode di innegabile fascino.

La sindrome di Stendhal

Quando la bellezza fa star male

Una cosa può essere tanto bella da far star male. Non è soltanto un modo di dire: esiste davvero un vissuto emotivo -sperimentato di fronte alla vista di un bellezza estetica- in grado di coinvolgere l’osservatore in una profondità talmente intensa da provocargli una sorta di malessere psicofisico diffuso e pressoché impossibile da descrivere.

L’origine di questo disagio sembra riconducibile alla precipua percezione di uno stimolo formale situato in un determinato contesto, a seguito della quale si sviluppano esperienze emotive de realizzanti, unite ad un consequenziale disorientamento cognitivo. È come se la visione dello stimolo formale, del quale vengono apprezzate le caratteristiche estetiche, comportasse la rottura di una gestalt, di un’armonia interiore, da cui scaturisce una reazione emotiva dalla portata particolarmente intensa. La psicologia gestaltica si riferisce a questo tipo di reazione soggettiva con il nome di emozione estetica, mettendo in evidenza gli aspetti puramente formali dello stimolo in grado di generarla.

LE ORIGINI DEL SINTOMO della Sindrome di Stehdhal

Nel caso di sindrome di Stendhal, l’opera d’arte osservata cessa di essere ciò che è, per assumere un significato simbolico e metaemotivo che richiama la esperienze affettive  inconsciamente legate allo stimolo formale.

In occasione di una visita all’Acropoli, lo stesso Freud ebbe modo di sperimentare un vissuto di iperreattività alla bellezza delle strutture architettoniche, un’impotenza perturbante e anelante che lo pervase completamente, in una sorta di destabilizzazione emotiva paragonabile, sebbene con minore intensità, a quella generata da un trauma. Riferì persino di aver provato, di fronte a tanta ineffabile bellezza, una sorta di smarrimento cognitivo.

Questo fenomeno è stato studiato dalla dr.ssa Graziella Magherini, psicoanalista che nel 1989 ne riscontrò la presenza in molti turisti venuti in visita a Firenze. Nello specifico questi soggetti, di fronte alla vista delle bellezze della città, divenivano preda di veri e propri attacchi d’ansia, o comunque di un malessere psichico diffuso, che spesso comportava sintomi come nausea, tremori, sudorazioni, vomito, dolori epigastrici. La Magherini la chiamò sindrome di Firenze, ma in seguito venne ribattezzata Sindrome di Stendhal, in riferimento al malore di cui fu preda il famoso scrittore francese di fronte alla vista della Basilica di Santa Croce, in occasione di una sua visita proprio nel capoluogo toscano.

INQUADRAMENTO DIAGNOSTICO della Sindrome di Stehdhal

Oggi sappiamo che la sindrome di Stendhal è un disturbo psicosomatico che si manifesta in alcuni soggetti sottoposti alla vista di opere d’arte – da dipinti ad affreschi, passando per statue e sculture fino ad arrivare ad opere architettoniche e monumentali- percepite come estremamente estasianti. Essa si presenta in maniera imprevedibile, ha tendenza recidivante e i suoi pur provvisori effetti ( si stima che il disturbo possa risolversi in un paio d’ore circa), sono tuttavia particolarmente intensi e altresì diversificati: alcuni soggetti avvertono l’urgenza di allontanarsi dalle opere e di distogliere lo sguardo dalle stesse, mentre altri restano a guardarle come persi in una compenetrazione estatica; altri ancora riferiscono di aver sperimentato, durante l’attacco, vissuti de realizzanti e depersonalizzanti, in grado di farli percepire al di fuori del proprio corpo e della realtà.

Mediante strumenti di neuroimaging è stato possibile individuare, durante gli attacchi, una forte stimolazione del sistema limbico, connesso alla risposta istintiva ad uno stato ansioso che non viene dunque rielaborato dalla corteccia cognitiva. Questo spiega le connotazioni improvvise, irrefrenabili e incoercibili caratteristiche della pulsione. (Innocenzi et al., 2014).

In secondo luogo si è riscontrata, durante la sintomatologia specifica, una risposta eccessiva dei neuroni specchio, che sappiamo essere coinvolti nei processi di imitazione dell’azione o di immedesimazione emotiva. In questo caso l’immedesimazione avviene con gli stati emozionali provati dall’artista durante la realizzazione dell’opera. Stato d’animo che il soggetto avverte come letteralmente incarnato nel proprio vissuto psichico, in una replica estatica che coinvolge anche la dimensione somatica oltre a quella puramente emotiva.

L’effetto è quello di un allontanamento subitaneo dalla realtà in favore della percezione di una dimensione simile a quella in cui l’artista ha realizzato l’opera. Di colpo quegli stessi stati d’animo vengono riprodotti nella psiche del soggetto il quale, facendoli propri, si dissocia completamente dal proprio vissuto esistenziale, costruendo una realtà parallela e insondabile.

LA VISIONE DELLA PSICODINAMICA

Sembra che per alcuni soggetti le opere d’arte divengano strumento di elicitazione di pulsioni rimosse, conflitti inconsci, emozioni non verbalizzate, contenuti sub simbolici e impulsi repressi.

Freud parla della rievocazione di un vissuto inscindibilmente legato ad un’esperienza conflittuale rimossa, che tramite l’opera d’arte viene percepita in tutta la sua intensità emotiva, e definita perturbante, perché legata ad un concetto “oscuro”, segregato nell’inconscio e privo di simbolizzazione.  In quanto energia non verbalizzata, essa si palesa con modalità incontrollabile, irruente e comunicabile  soltanto tramite agiti corporei o sintomi somatici improvvisi, il cui valore somatico è in realtà il riflesso di un profondo significato psichico non rielaborato.

Alcuni soggetti accolgono con scetticismo l’ipotesi dell’esistenza di questa sindrome, cui preferiscono attribuire un’origine essenzialmente organica. In particolare molti credono che si tratti di un disagio psicofisico provvisorio caratterizzato, nei turisti, da condizioni di debilitazione e stordimento dovuti al jet leg, al viaggio, allo scarso riposo e trattabile con farmaci in grado di alleviare i sintomi situazionali specifici. Ciò non basta tuttavia a spiegare per quale motivo la sindrome colpisca solo alcuni individui, risparmiandone altri che invece, pur in presenza di jet leg, non mostrano alcuna sensibilità alla vista delle opere d’arte.

Si osserva inoltre come sarebbe difficile collocare questa sindrome in un quadro psicopatologico ben preciso, data la variegatura dei sintomi che la caratterizzano: in alcuni soggetti prevalgono infatti sintomatologie psicosomatiche, in altri disturbi relativi ad un vissuto ansioso-depressivo, o altrimenti simili all’ansia parossistica tipica dell’attacco di panico, mentre altri soggetti sperimentano episodi deliranti, allucinatori e fortemente derealizzanti, con affinità psicotiche precipue. Il dibattito dunque è ancora aperto. Ma le diatribe sulla validazioni scientifiche di certe sintomatologie sembrano perdere di consistenza di fronte all’ipotesi, ben più affascinante, che esista una bellezza così misteriosa e coinvolgente da destabilizzare l’equilibrio psicofisico di un soggetto. Fin quasi a rapirlo, in una sorta di magia estatica cui resistere è impossibile.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Freud, S. (1936), Un disturbo della memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romain Rolland, in http://www.nilalienum.it/Sezioni/Freud/Opere/Acropoli.html;

Innocenti, C., Fioravanti, G. Spiti, R. Faravelli, C. (2014) La sindrome di Stendhal fra psicoanalisi e neuroscienze, in Rivista di Psichiatria, 49 (2): 61-66;

Magherini G. (2003). La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte. Casa Editrice Ponte alle Grazie. Milano.

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