LA MISTERIOSA PRESENZA DELL’OMBRA
COMPAGNA SINISTRA O AUSILIATRICE?
Sono i bambini ad avere un rapporto migliore con la propria ombra; attratti soprattutto dal suo aspetto e dai giochi figurativi che con la stessa riescono a realizzare, i bimbi utilizzano l’ombra come strumento di attuazione delle proprie fantasie.
Se alcuni ne sono spaventati, sembra che la maggioranza risulti affascinata da quel suo misterioso disegnarsi sulle superfici, dal modo improvviso in cui appare e scompare, dal suo potere di tramutare le forme della realtà e il loro stesso corpo, rendendolo più lungo, più grande, quasi simile a quello del padre: questa realtà magica, oltre ad alimentare vissuti identificativi con l’adulto, contribuisce a creare vissuti di onnipotenza in grado di incrementare l’autostima e la consapevolezza di Sé.
Il potere trasformativo e trasmutante dell’ombra la fa apparire come un elemento soprannaturale che tanto si confà al desiderio di magia tipico dello stadio evolutivo infantile, in cui l’immaginazione non riveste soltanto un ruolo ludico-ricreativo, ma va ad incarnare un’importante funzione organizzativa del Sé.
La psicologia ha inoltre riscontrato, nell’ombra, una valenza socio-cognitiva in grado di renderla un elemento di relazione e socializzazione con l’altro: non sono pochi i bambini che, attirati dalla com-presenza tra il Sé e la propria ombra, la trasformano in un entità individuale, una specie di amico immaginario che rappresentano anche nei disegni, un compagno di giochi col quale confidarsi e al quale affidare sogni, segreti, momenti di condivisione giocosa che nell’infanzia rivestono un prezioso ruolo evolutivo. Il bambino insegna a se stesso, e un po’ anche all’adulto, a strutturare la realtà con l’irreale, ad organizzare il Sé attraverso il non Sé, e a cogliere nel buio una luce con cui fornire nuove prospettive al conosciuto.
L’ombra nella percezione dell’adulto
Se nell’infanzia l’ombra evoca sentimenti di onnipotenza, nell’età adulta viene identificata con un rischio incombente, temibile e oltremodo insidioso. Dal ruolo di Io ausiliario e compagno immaginario, essa si tramuta in un doppio persecutore che addolora e spaventa.
I bambini si lasciano colpire dalla componente percettivo-sensoriale dell’ombra, mentre l’adulto focalizza l’attenzione sulla sua dimensione simbolica, che inequivocabilmente riporta ad un vissuto in cui si condensano inquietudini, paure, esperienze angosciose e mai verbalizzate. Essa viene identificata come la parte peggiore del Sé, il lato oscuro colmo di desideri inesprimibili e inaccettabili, ma anche di intenti mai portati a compimento e proiettati all’esterno in una finalità catartica (Jung, 1917/1943).
L’ombra ci ricorda ciò che non siamo e che vorremmo essere, ciò che siamo pur non desiderando esserlo: così, lungi dall’apparire una fonte di onnipotenza, essa si presenta come la testimonianza di un’imperfezione inevitabile e frustrante.
A proposito dell’ombra intesa come elemento scisso dal Sé, Freud (1919) cita il concetto di perturbante, in cui il “turbamento” deriva dal riemergere di vissuti sperimentati in passato e percepiti nel presente con una connotazione angosciosa. Ciò malgrado ci sia stato un tempo in cui questo perturbante- nello specifico il concetto di ombra- non rappresentava nulla di minaccioso, ma si mostrava anzi come un vessillo di onnipotenza e di grandezza. In particolare, la presenza di un Doppio, un Sosia uguale al Sé, serviva a garantire la continuazione dell’esistenza anche dopo la morte e rendendo così possibile l’immortalità conferiva una sensazione di onnipotenza simile a quella sperimentata dal bambino.
Ma con l’avvento di fasi della vita cognitivamente e socialmente più evolute, proprio il disinvestimento dall’amore per il Sé e il contestuale investimento in altri oggetti relazionali priva il Doppio di una valenza onnipotente, conferendogli il significato opposto. Da vessillo di grandiosità esso diviene l’angoscioso memento della morte, quel simbolo che ricorda all’uomo la certezza della propria fine, e dunque la propria limitatezza e imperfezione. Collegandosi al concetto di morte, il doppio condensa in sé significati simbolici di angoscia incontrollabile perché sconosciuta, diventando un ossessivo presentimento di buio, di fine, dal quale difendersi è necessario. È il perturbante che, come un’ombra, si riaffaccia dal passato, dal già vissuto, per allungarsi sul presente con intenti sinistri ( Freud 1919, p. 96).
È dunque l’ombra ad essere mutata? Sembra più plausibile affermare che sia l’uomo ad aver subito un mutamento di pensiero, emozione e percezione, che lo ha spinto a vedere un segnale di sconfitta laddove in precedenza aveva disegnato un vessillo di fierezza e onnipotenza. Potremmo dire che il bambino creativo e ottimista è diventato un adulto nevrotico, e il valore dell’ombra si è tramutato in una sorta di ossessione più che di conforto.
L’ombra come “straniero inconoscibile”
Il mito, la superstizione, la cultura in genere hanno enfatizzato la visione perturbante dell’ombra, evidenziandone i contenuti collegati ad un significato oscuro che pone il doppio in una dimensione di diffidenza e inconoscibilità. L’interpretazione minacciosa dell’ombra ha esaltato una reazione difensiva alla stessa, ponendo l’uomo in una condizione di chiusura a tutto ciò che non può conoscere perché non può dominare.
Questo ha comportato la mortificazione della visione creativa, fantasticata e ausiliaria conferita all’Ombra durante l’età infantile, quello stadio della vita in cui, secondo la teoria freudiana, l’amore per il Sé supera la paura per il non Sé e la domina in senso adattivo. L’uscita dall’età infantile comporta forse anche la perdita di un ottimistico valore creativo, in cui il nuovo non rappresenta una minaccia ma un’opportunità d crescita e di confronto, e in cui il buio non è sempre una realtà sinistra e impenetrabile, ma una dimensione che può essere conosciuta e arricchita di nuovi aspetti.
Con la perdita del bambino che è in noi abbiamo perso anche la voglia di immaginare, creare e sognare. Varrebbe la pena rivalutare gli aspetti produttivi di quell’età in cui un pensiero scevro di limitazioni censuranti aiuta a porsi in una dimensione di accoglienza del non conosciuto, generando una curiosità di trasformazione e mutamento che può compiersi solo con l’abbraccio del nuovo, anche se buio, sconosciuto, talvolta spaventoso. Proprio come l’ombra.
Il bambino che è curioso di incontrarsi con l’altro da Sé, al fine di conoscerlo e divenire con lui qualcosa di diverso, sarà l’adulto che non temerà la propria ombra ma la prenderà per mano, riconoscendone il potere talvolta illuminante.
Sfuggire alla propria ombra serve soltanto a venirne sempre più inseguiti, e proiettarla difensivamente all’esterno significa non riconoscere nella stessa quell’oscuro, quello straniero inconoscibile che in realtà appartiene a noi tutti.Al contrario esplorando ciò che ci fa paura, tanto in noi stessi che negli altri, dell’ombra ci apparirà visibile anche la componente luminosa che sta sullo sfondo, e senza la quale l’ombra stessa non potrebbe esistere.
Luci ed ombre potrebbero essere complementari e indispensabili l’una all’altra. E ancora una volta i bambini l’hanno capito prima di noi.
BIBLIOGRAFIA
Freud, S. (1919), Il perturbante, OSF, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1978;
Giani Gallino, T. (1993), Il bambino e i suoi doppi, Bollati Boringhieri, Torino, 1999;
Jung, C.G. (1917/1943) Psicologia dell’inconscio, Vol. 7, Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1969;
Rank, O. (1914), Il significato del Sosia nella letteratura e nel folklore, SugarCo, Milano, 1987.
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