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La misteriosa presenza dell’ombra

Sono i bambini ad avere il rapporto migliore con la propria ombra: attratti dal suo aspetto e dai giochi figurativi che con essa riescono a realizzare, la usano come strumento per dare forma alle proprie fantasie. Compagna sinistra o ausiliatrice? L’ombra, vessillo di onnipotenza nell’infanzia e memento della morte nell’eta’ adulta, ci parla di cio’ […]

La misteriosa presenza dell’ombra
Sono i bambini ad avere il rapporto migliore con la propria ombra: attratti dal suo aspetto e dai giochi figurativi che con essa riescono a realizzare, la usano come strumento per dare forma alle proprie fantasie. Compagna sinistra o ausiliatrice? L’ombra, vessillo di onnipotenza nell’infanzia e memento della morte nell’eta’ adulta, ci parla di cio’ che siamo e di cio’ che non vorremmo essere. Riconoscerla, anziche’ fuggirla, e’ un modo per ritrovare il bambino creativo che eravamo.

L’ombra nell’esperienza del bambino

Se alcuni ne sono spaventati, sembra che la maggioranza dei bimbi risulti affascinata da quel suo misterioso disegnarsi sulle superfici, dal modo improvviso in cui appare e scompare, dal suo potere di tramutare le forme della realta’ e il loro stesso corpo, rendendolo piu’ lungo, piu’ grande, quasi simile a quello del padre: questa realta’ magica, oltre ad alimentare vissuti identificativi con l’adulto, contribuisce a creare vissuti di onnipotenza in grado di incrementare l’autostima e la consapevolezza di Se’.

Il potere trasformativo e trasmutante dell’ombra la fa apparire come un elemento soprannaturale che tanto si confa’ al desiderio di magia tipico dello stadio evolutivo infantile, in cui l’immaginazione non riveste soltanto un ruolo ludico-ricreativo, ma va a incarnare un’importante funzione organizzativa del Se’.

La psicologia ha inoltre riscontrato, nell’ombra, una valenza socio-cognitiva in grado di renderla un elemento di relazione e socializzazione con l’altro: non sono pochi i bambini che, attirati dalla com-presenza tra il Se’ e la propria ombra, la trasformano in un’entita’ individuale, una specie di amico immaginario che rappresentano anche nei disegni, un compagno di giochi col quale confidarsi e al quale affidare sogni, segreti, momenti di condivisione giocosa che nell’infanzia rivestono un prezioso ruolo evolutivo. Il bambino insegna a se stesso, e un po’ anche all’adulto, a strutturare la realta’ con l’irreale, a organizzare il Se’ attraverso il non Se’, e a cogliere nel buio una luce con cui fornire nuove prospettive al conosciuto.

L’ombra nella percezione dell’adulto

Se nell’infanzia l’ombra evoca sentimenti di onnipotenza, nell’eta’ adulta viene identificata con un rischio incombente, temibile e oltremodo insidioso. Dal ruolo di Io ausiliario e compagno immaginario, essa si tramuta in un doppio persecutore che addolora e spaventa.

I bambini si lasciano colpire dalla componente percettivo-sensoriale dell’ombra, mentre l’adulto focalizza l’attenzione sulla sua dimensione simbolica, che inequivocabilmente riporta a un vissuto in cui si condensano inquietudini, paure, esperienze angosciose e mai verbalizzate. Essa viene identificata come la parte peggiore del Se’, il lato oscuro colmo di desideri inesprimibili e inaccettabili, ma anche di intenti mai portati a compimento e proiettati all’esterno in una finalita’ catartica (Jung, 1917/1943).

L’ombra ci ricorda cio’ che non siamo e che vorremmo essere, cio’ che siamo pur non desiderando esserlo: cosi’, lungi dall’apparire una fonte di onnipotenza, essa si presenta come la testimonianza di un’imperfezione inevitabile e frustrante.

A proposito dell’ombra intesa come elemento scisso dal Se’, Freud (1919) cita il concetto di perturbante, in cui il “turbamento” deriva dal riemergere di vissuti sperimentati in passato e percepiti nel presente con una connotazione angosciosa. Cio’ malgrado ci sia stato un tempo in cui questo perturbante, nello specifico il concetto di ombra, non rappresentava nulla di minaccioso, ma si mostrava anzi come un vessillo di onnipotenza e di grandezza. In particolare, la presenza di un Doppio, un Sosia uguale al Se’, serviva a garantire la continuazione dell’esistenza anche dopo la morte e, rendendo cosi’ possibile l’immortalita’, conferiva una sensazione di onnipotenza simile a quella sperimentata dal bambino.

Ma con l’avvento di fasi della vita cognitivamente e socialmente piu’ evolute, proprio il disinvestimento dall’amore per il Se’ e il contestuale investimento in altri oggetti relazionali priva il Doppio di una valenza onnipotente, conferendogli il significato opposto. Da vessillo di grandiosita’ esso diviene l’angoscioso memento della morte, quel simbolo che ricorda all’uomo la certezza della propria fine, e dunque la propria limitatezza e imperfezione. Collegandosi al concetto di morte, il doppio condensa in se’ significati simbolici di angoscia incontrollabile perche’ sconosciuta, diventando un ossessivo presentimento di buio, di fine, dal quale difendersi e’ necessario. E’ il perturbante che, come un’ombra, si riaffaccia dal passato, dal gia’ vissuto, per allungarsi sul presente con intenti sinistri (Freud 1919, p. 96).

E’ dunque l’ombra a essere mutata? Sembra piu’ plausibile affermare che sia l’uomo ad aver subito un mutamento di pensiero, emozione e percezione, che lo ha spinto a vedere un segnale di sconfitta laddove in precedenza aveva disegnato un vessillo di fierezza e onnipotenza. Potremmo dire che il bambino creativo e ottimista e’ diventato un adulto nevrotico, e il valore dell’ombra si e’ tramutato in una sorta di ossessione piu’ che di conforto.

L’ombra come straniero inconoscibile

Il mito, la superstizione, la cultura in genere hanno enfatizzato la visione perturbante dell’ombra, evidenziandone i contenuti collegati a un significato oscuro che pone il doppio in una dimensione di diffidenza e inconoscibilita’. L’interpretazione minacciosa dell’ombra ha esaltato una reazione difensiva alla stessa, ponendo l’uomo in una condizione di chiusura a tutto cio’ che non puo’ conoscere perche’ non puo’ dominare.

Questo ha comportato la mortificazione della visione creativa, fantasticata e ausiliaria conferita all’ombra durante l’eta’ infantile, quello stadio della vita in cui, secondo la teoria freudiana, l’amore per il Se’ supera la paura per il non Se’ e la domina in senso adattivo. L’uscita dall’eta’ infantile comporta forse anche la perdita di un ottimistico valore creativo, in cui il nuovo non rappresenta una minaccia ma un’opportunita’ di crescita e di confronto, e in cui il buio non e’ sempre una realta’ sinistra e impenetrabile, ma una dimensione che puo’ essere conosciuta e arricchita di nuovi aspetti.

Con la perdita del bambino che e’ in noi abbiamo perso anche la voglia di immaginare, creare e sognare. Varrebbe la pena rivalutare gli aspetti produttivi di quell’eta’ in cui un pensiero scevro di limitazioni censuranti aiuta a porsi in una dimensione di accoglienza del non conosciuto, generando una curiosita’ di trasformazione e mutamento che puo’ compiersi solo con l’abbraccio del nuovo, anche se buio, sconosciuto, talvolta spaventoso. Proprio come l’ombra.

Il bambino che e’ curioso di incontrarsi con l’altro da Se’, al fine di conoscerlo e divenire con lui qualcosa di diverso, sara’ l’adulto che non temera’ la propria ombra ma la prendera’ per mano, riconoscendone il potere talvolta illuminante.

Sfuggire alla propria ombra serve soltanto a venirne sempre piu’ inseguiti, e proiettarla difensivamente all’esterno significa non riconoscere nella stessa quell’oscuro, quello straniero inconoscibile che in realta’ appartiene a noi tutti. Al contrario, esplorando cio’ che ci fa paura, tanto in noi stessi quanto negli altri, dell’ombra ci apparira’ visibile anche la componente luminosa che sta sullo sfondo, e senza la quale l’ombra stessa non potrebbe esistere.

Luci e ombre potrebbero essere complementari e indispensabili l’una all’altra. E ancora una volta i bambini l’hanno capito prima di noi.

Domande frequenti

Perche’ i bambini hanno un rapporto positivo con la propria ombra?

Perche’ ne colgono la componente percettivo-sensoriale e ludica. L’ombra permette loro di dare forma alle fantasie, alimenta vissuti identificativi con l’adulto e sentimenti di onnipotenza che incrementano autostima e consapevolezza di Se’. Molti la trasformano addirittura in un amico immaginario, un compagno di giochi con cui condividere sogni e segreti.

Perche’ nell’adulto l’ombra diventa una presenza minacciosa?

Perche’ l’adulto si concentra sulla dimensione simbolica anziche’ su quella sensoriale. L’ombra viene identificata con la parte peggiore del Se’, il lato oscuro di desideri inaccettabili, e, collegandosi al concetto di morte, diventa un memento della propria fine e imperfezione.

Cosa intende Freud con il concetto di perturbante applicato all’ombra?

Per Freud (1919) il perturbante e’ il turbamento che nasce dal riemergere di vissuti passati percepiti nel presente in modo angoscioso. Il Doppio, un tempo garanzia di immortalita’ e onnipotenza, perde questa valenza con la maturazione e si trasforma nell’angoscioso presentimento di buio e di fine.

Come si puo’ trasformare l’ombra da nemico ad alleato?

Smettendo di fuggirla o di proiettarla all’esterno, e riconoscendo che quello straniero inconoscibile appartiene a noi tutti. Esplorando cio’ che ci fa paura emerge anche la componente luminosa dell’ombra, senza la quale essa non potrebbe esistere: luci e ombre sono complementari, come i bambini hanno capito prima di noi.

L’ombra non cambia: cambiamo noi. Nell’infanzia e’ vessillo di onnipotenza e strumento creativo, nell’eta’ adulta diventa memento della morte e simbolo di imperfezione. Riconoscerla come parte di noi, invece di fuggirla o proiettarla all’esterno, permette di ritrovare quello sguardo curioso del bambino per cui luci e ombre sono complementari e indispensabili l’una all’altra.
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Bibliografia

Freud, S. (1919), Il perturbante, OSF, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1978.

Giani Gallino, T. (1993), Il bambino e i suoi doppi, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

Jung, C.G. (1917/1943), Psicologia dell’inconscio, vol. 7, Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1969.

Rank, O. (1914), Il significato del Sosia nella letteratura e nel folklore, SugarCo, Milano, 1987.

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