Asmita o ASMITA?

Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Nutrire il nostro ego o trovare il più vasto Sé?

Lo yoga è una pratica fisica ma al contempo una pratica interiore. Le asana (le posizioni fisiche che si praticano comunemente nei centri e nelle palestre e con cui in genere si identifca lo yoga) fanno parte dei primi anga dell’astanga yoga di Patanjali, quelli definiti mezzi esteriori. Brevemente ricordo che i sutra di Patanjali sono uno dei testi principali di riferimento per chi pratica e insegna yoga. Patanjali delineò un percorso composto da otto parti per raggiungere la conoscenza dell’Assoluto: astanga yoga. Asta vuol dire otto, anga viene tradotto con parti o membra, otto membra di un unico corpo. Vengono analizzate singolarmente, ma in realtà sono tutte correlate fra loro (in merito vedi articolo su Patanjali).

Gli ultimi tre anga sono concentrazione, meditazione e contemplazione. Sono definiti mezzi interiori.

Quando si parla dell’aspetto fisico dello yoga, si fa riferimento alle asana.

La mia esperienza

Ma è davvero così? Quello che ho imparato dall’esperienza è che si può entrare in meditazione anche attraverso le asana. Quello che le rende una pratica prettamente fisica e non interiore è il nostro approcco ad esse. Quando faccio una sequenza di asana senza pensare che voglio chiudermi a libro o piegarmi all’indietro come se non avessi neanche la colonna, quando semplicemente mi godo il viaggio nelle asana, allora facilmente si aprono le porte della meditazione. Perché? Perché non VOGLIO raggiungere uno scopo, non c’è l’io che si è fissato una meta e ha stabilito che deve essere raggiunta. Perchè non sono nella mente che programma quello che VUOLE che accada, ma sono in un flusso e lascio che accada ciò che deve accadere. Ovviamente questo non vuol dire stare molli e senza vita mentre si esegue la posizione. Ma non c’è quella tensione egoica che impedisce di aprirsi al vasto, che impedisce di sentire intuitivamente, di seguire anzichè di imporre la propria verità.

In realtà ogni cosa si faccia può diventare una pratica interiore, quello che fa la differenza è l’approccio.

Nei sutra Patanjali si parla di asmita, termine cui dà una doppia valenza.

Asmita

ego

Nel primo caso asmita è uno dei cinque klesa o afflizioni che tormentano l’uomo. Le altre quattro sono avidya (ignoranza nel senso di considerare eterno il perituro), raga (ricerca del piacere), svesa (avversione per tutto ciò che ci provoca dolore), e abhinivesa (attaccamento verso questo corpo e conseguente paura che possa subire danni e da ultimo morire).

Asmita è l’ego, il nostro piccolo ego tanto chiacchierato nella psicologia, a cui si cerca di dar sostegno quando si sente depresso e contenimento quando si esalta o che si cerca di unificare quando è scisso in più personalità. Come viene visto questo piccolo ego nello yoga? É una tappa lungo il percorso. La tappa umana. Come esseri umani, a differenza degli animali, abbiamo sviluppato un ego, un nucleo centrale organizzatore. Il problema è che questo ego è convinto di essere il padrone di casa mentre invece è al suo servizio. Il padrone di casa, la nostra casa fisica, il nostro corpo, lo ha creato perchè facesse da tramite per lui, perchè fosse i suoi occhi nel mondo. E invece si è convinto di essere lui il protagonista sulla scena!

Quando facciamo yoga radicati nell’illusione di asmita, cerchiamo di conseguire un risultato. Vediamo la verità a modo nostro e vogliamo raggiungere quella specifica forma di verità nel tempo che abbiamo stabilito noi. VOGLIAMO fare, non lasciamo accadere. Ad esempio, abbiamo deciso che dobbiamo arrivare a un certo livello di flessibilità entro un dato tempo. Magari ci arriviamo anche (e magari senza farci troppo male) ma cosa ci rimane quando abbiamo raggiunto l’obiettivo? Qualche centimetro di flessibilità in più, che male di sicuro non fa, ma è un successo davvero di poco conto. E magari il nostro piccolo ego gonfia il petto e si sente vasto come l’infinito per un tale limitato conseguimento.

ASMITA

asmita

Ma se invece l’ego scegliesse un’altra strada? Se invece di concentrarsi sul realizzare solo quello che può vedere e concepire, se invece di fermarsi alle proprie scelte e volontà, si lasciasse guidare? Se provasse a cancellare tutte le aspettative create, i tempi stabiliti, svuotasse la propria mente e il proprio cuore,  e si mettesse in una umile condizione di ascolto? Allora forse ASMITA potrebbe emergere da dietro il velo di asmita. Il piccolo sè si espanderebbe per riflettere il vasto Sè scoprendo che bastava uscire dal proprio limitato confine per immergersi nell’infinito.

Fare yoga nell’ottica di ASMITA vuol dire non cercare risultati. Si sta nell’asana, si sta nel respiro, lo si vive, senza proiettare la mente nel futuro risultato. Si è semplicemente presenti, abbandonati, umilmente se stessi nella capacità fisica che si ha in quel momento. E se si lasciano andare tutte le aspettative, ad un certo punto qualcosa si apre. E l’infinito che vive nelle nostre profondità piano piano trova spazio per sgattaiolare fuori e manifestarsi. E allora arriva la meditazione anche durante la pratica delle asana. Arriva una sensazione di gioia e di pace senza causa, che hanno origine da se stesse. E si sente che si potrebbe stare in quella posizione per l’eternità senza bisogno di muoversi più. Io credo che quando Patanjali parlava di sthira e sukham (stabile e confonrtevole) per definire le asana, intendesse questa esperienza. Non c’è più sforzo nè necessità di aggiustamento. Si è in un equilibrio perfetto.

E allora cosa scegliamo: asmita o ASMITA? Vogliamo nutrire il nostro piccolo ego o il nostro più vasto Sé?

Leggi anche

Iscriviti allaNewsletter

Iscriviti allaNewsletter

E ricevi nella tua casella di posta le nostre novità, ancora fresche di stampa!

Fantastico! Iscrizione effettuata!

Pin It on Pinterest

Share This