Che cos’è il coraggio secondo la psicologia
Il coraggio è da sempre oggetto di studio e di interesse in ogni campo del sapere, dalla filosofia alla psicologia. I filosofi hanno meditato sulla questione fin dall’antichità, considerandolo una delle virtù cardinali. Gli psicologi, che hanno avuto un inizio significativamente più tardo, si sono concentrati soprattutto sulla paura, sui suoi meccanismi e sui suoi effetti, più che sul coraggio in quanto tale. La letteratura riflette questo squilibrio e contribuisce a spiegare perché una definizione semplice e condivisa fatichi ancora a imporsi.
In termini psicologici, possiamo descrivere il coraggio come la capacità di agire in direzione di ciò che si ritiene giusto o necessario, nonostante la presenza della paura. Non è quindi assenza di timore, ma una particolare relazione con esso. Proprio per questo il coraggio non riguarda solo gli atti eccezionali o eroici: si esprime anche nelle scelte ordinarie in cui una persona decide di affrontare ciò che teme, invece di evitarlo.
Una virtù che rende possibili le altre
Poiché il coraggio è una virtù universalmente ammirata, molti lo considerano un attributo da promuovere e incoraggiare. Se una qualsiasi virtù deve essere coltivata all’interno di una società, si potrebbe ragionevolmente sostenere che il coraggio dovrebbe essere il primo tra tutti, perché è spesso necessario per mantenere ed esercitare le altre. Dire la verità, essere onesti, restare fedeli ai propri valori: tutto questo, in molte circostanze, richiede coraggio. Qualunque siano le condizioni che lo mettono alla prova, il denominatore comune resta uno solo: la paura deve essere superata.
Coraggio e paura: qual è il legame
La maggior parte dei filosofi e degli psicologi concorda sul fatto che il coraggio implichi la persistenza nel pericolo o nelle difficoltà. Su un punto, però, le posizioni si dividono: alcuni sostengono che il coraggio sia sinonimo di impavidità, mentre altri suggeriscono che la presenza o l’assenza di paura non abbia nulla a che fare con il coraggio. Per orientarsi in questo dibattito è utile scomporre la paura nelle sue componenti.
Le tre componenti della paura
Per comprendere la definizione di coraggio occorre tenere conto di tre componenti della paura, che possono presentarsi insieme oppure in modo indipendente:
- la sensazione soggettiva di apprensione, cioè il vissuto interiore del timore;
- la reazione fisiologica alla paura, come l’aumento della frequenza cardiaca, la tensione muscolare o la sudorazione;
- la risposta comportamentale alla paura, per esempio lo sforzo di sfuggire o evitare la situazione temuta.
Questi componenti sono collegati in modo imperfetto ed è possibile sperimentarne uno o due senza gli altri. La persona coraggiosa effettua una sorta di disaccoppiamento delle componenti della paura: resiste alla risposta comportamentale e affronta la situazione temuta, nonostante il disagio prodotto dalle reazioni soggettive e fisiche. È qui che si gioca la differenza. Il coraggio non consiste nel non provare paura, ma nel non lasciare che la paura decida il comportamento.
Perché la persona senza paura non è coraggiosa
Se una persona è del tutto senza paura, la componente comportamentale non è nemmeno in discussione, perché non c’è motivo di evitare o sfuggire a qualcosa che non suscita alcuna sensazione soggettiva o fisica di timore. Per questo sembra ingiustificato sostenere che chi non prova paura sia coraggioso. In altri termini, a meno che non si provi la sensazione di paura, soggettivamente o fisicamente, non è richiesto alcun coraggio. Paradossalmente, quindi, è proprio la paura a rendere possibile il coraggio: senza qualcosa da temere, non c’è nulla da superare.
I diversi tipi di coraggio
Il coraggio non è un blocco unico. A seconda del tipo di paura che chiama in causa, assume forme diverse. La distinzione più classica è quella tra coraggio fisico e coraggio morale.
Il coraggio fisico
La paura che accompagna il coraggio fisico si riferisce a lesioni fisiche o alla morte. È anche possibile che la paura della vergogna, dell’arbitrio o di simili umiliazioni stimoli il coraggio fisico, producendo quello che è comunemente chiamato il coraggio nato dalla paura: si affronta un pericolo concreto pur di non subire una perdita di stima o di dignità.
Il coraggio morale
Il coraggio morale può riguardare la paura delle opinioni avverse degli altri. Sembrare stupidi davanti ai coetanei, per esempio, è una paura comune. Ma il coraggio morale spinge o consente a un individuo di fare ciò che crede giusto, nonostante il timore delle conseguenze. È la forma di coraggio che permette di prendere posizione, di dire un’opinione impopolare, di difendere qualcuno anche quando costa.
La paura che può evocare il coraggio morale assume molte forme: la paura di perdere il lavoro, la paura della povertà, la paura delle critiche, la paura dell’ostracismo, la paura dell’imbarazzo, la paura di farsi nemici, per citarne solo alcune. Si può inoltre temere una perdita di integrità etica o addirittura di autenticità se non si agisce in accordo con la propria coscienza.
Dal coraggio sociale a quello politico
Poiché esistono molte varianti della paura, esistono altrettante dimensioni del coraggio morale, che vanno dal coraggio sociale al coraggio politico. Le opportunità di agire con coraggio morale sono numerose e le paure che lo richiedono sono varie quanto gli individui stessi. Ognuno, nella propria vita, incontra le proprie soglie: ciò che per una persona è banale, per un’altra può richiedere una notevole dose di coraggio.
Come promuovere il coraggio giorno dopo giorno
Se il coraggio è la capacità di agire nonostante la paura, allora si può allenare, un po’ come si allena una competenza. Non attraverso gesti eroici improvvisi, ma attraverso una pratica graduale. Esporsi progressivamente a ciò che si teme, invece di evitarlo, tende a ridurre nel tempo l’intensità della risposta di paura e a rafforzare la fiducia nelle proprie capacità di farvi fronte.
Sul piano quotidiano, coltivare il coraggio significa riconoscere le piccole occasioni in cui la tentazione è quella di tirarsi indietro: dire ciò che si pensa in una riunione, chiedere aiuto, ammettere un errore, difendere un valore. Ogni volta che si sceglie di agire in linea con ciò che si ritiene giusto, malgrado il disagio, si consolida un po’ di più questa virtù. Chiarire i propri valori aiuta: sapere per che cosa vale la pena affrontare la paura rende più facile trovarne la spinta.
Domande frequenti
Il coraggio è l’assenza di paura?
No. Secondo la psicologia, il coraggio non è assenza di paura ma la capacità di agire nonostante la paura. Chi non prova alcun timore, di fronte a una certa situazione, non ha bisogno di coraggio: è proprio la presenza della paura a rendere coraggioso il comportamento di chi decide comunque di affrontarla.
Qual è la differenza tra coraggio fisico e coraggio morale?
Il coraggio fisico riguarda la paura di lesioni o della morte e si esprime affrontando pericoli concreti per il corpo. Il coraggio morale riguarda invece paure come il giudizio altrui, la perdita del lavoro, l’ostracismo o l’imbarazzo, e consiste nel fare ciò che si ritiene giusto nonostante queste conseguenze temute.
Il coraggio si può allenare?
Sì. Poiché consiste nell’agire malgrado la paura, il coraggio può essere coltivato attraverso l’esposizione graduale a ciò che si teme e attraverso scelte quotidiane coerenti con i propri valori. Ogni volta che si affronta un timore invece di evitarlo, si rafforza la fiducia nelle proprie capacità e diventa più facile agire con coraggio in futuro.
Perché la psicologia ha studiato più la paura che il coraggio?
La psicologia ha avuto un inizio recente rispetto alla filosofia e si è concentrata soprattutto sulla paura, sui suoi meccanismi fisiologici e sui suoi effetti clinici, più facili da osservare e misurare. Il coraggio, come virtù, è stato a lungo terreno della filosofia, e solo più di recente è diventato oggetto sistematico della ricerca psicologica.
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