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“VOGLIO ANDARE A VIVERE IN CAMPAGNA” (cit. A.Celentano)

“Voglio andare a vivere in campagna”, cantava Adriano Celentano. In questi giorni di distanza tra gli individui, ma di forzata vicinanza ai pochi conviventi, a tutti sorge un dubbio: abbiamo davvero bisogno di ritirarci in una campagna lontana da tutti, oppure non vediamo l’ora di tornare a far parte della macchina sociale in cui siamo […]

Giornale di psicologia — “VOGLIO ANDARE A VIVERE IN CAMPAGNA” (cit. A.Celentano)
“Voglio andare a vivere in campagna”, cantava Adriano Celentano. In questi giorni di distanza tra gli individui, ma di forzata vicinanza ai pochi conviventi, a tutti sorge un dubbio: abbiamo davvero bisogno di ritirarci in una campagna lontana da tutti, oppure non vediamo l’ora di tornare a far parte della macchina sociale in cui siamo inseriti? La domanda di fondo è una sola: siamo davvero esseri sociali?

Siamo davvero esseri sociali?

In questi giorni di distanza tra gli individui, ma di forzata vicinanza ai pochi conviventi ove presenti, a tutti noi sorge il dubbio se abbiamo più bisogno di ritirarci in una campagna e vivere distanti da tutti per il resto della nostra esistenza, oppure se non vediamo l’ora di tornare a far parte della macchina sociale in cui ci siamo inseriti: lavorare, andare in palestra, fare aperitivo e tornare a casa, stanchi.

La tensione tra il desiderio di isolamento e il bisogno di relazione non è nuova, ma la pandemia l’ha resa improvvisamente concreta e quotidiana. Per la prima volta molti di noi hanno potuto sperimentare, in modo prolungato, cosa significhi ridurre al minimo i contatti sociali. E proprio questa esperienza ci offre l’occasione per capire meglio la nostra natura.

Nasciamo davvero soli?

“Nasci solo e solo andrai”, canta Ligabue. Ma nasciamo soli per davvero? Se fossimo da soli, in teoria, non potremmo nemmeno nascere. La frase non funziona per definizione, non me ne voglia il celebre autore. Fin dalla nascita viviamo in una società e non ne possiamo fare a meno: veniamo al mondo grazie a un legame e cresciamo dentro una rete di relazioni che ci accompagna per tutta la vita.

Avete mai visto un gregge di pecore, uno stormo di uccelli o un branco di cavalli allo stato brado? Avete notato come rimangano compatti, per istinto, seguano i loro simili e non se ne allontanino, per non perdersi? E noi umani, come saremmo allo stato brado? Siamo animali da branco o no?

Per rispondere a questa domanda vengono in mente diverse immagini: una gita scolastica di bambini; l’impulso di attraversare con il semaforo rosso solo perché due persone di fronte lo hanno appena fatto; i social network; i neuroni specchio. Ebbene, direi proprio di sì: siamo animali da branco. La nostra tendenza a imitare, a seguire il gruppo e a cercare la presenza degli altri è profondamente radicata nella nostra biologia e nella nostra psicologia.

Vivere in una città fantasma

“Living in a ghost town”, cantavano i Rolling Stones proprio in quei mesi. Nelle giornate condizionate dal Covid-19 il nostro istinto da branco è stato notevolmente inibito. Alcuni di noi hanno avuto la possibilità di avvicinarsi alla terra, curando i propri giardini o terrazzi e provando un piacere naturale a cui di solito non si ha il tempo di dedicarsi.

Nonostante le previsioni critiche iniziali e alcuni casi eccezionali, le situazioni di convivenza hanno spesso portato a nuovi equilibri relazionali, che hanno permesso la sopravvivenza dei rapporti e delle persone. Tutto ciò è avvenuto grazie alla capacità di riconoscere i propri e gli altrui spazi, tendendo a non intralciarsi a vicenda, in modo da non raggiungere mai una soglia limite di sopportazione. La tendenza, quindi, è stata quella dell’individualizzazione all’interno della vicinanza forzata.

E chi era solo?

Ma quanti di noi, senza una persona convivente o senza una connessione a Internet, avrebbero sofferto o hanno sofferto a causa della lontananza sociale? Raramente riusciamo davvero a stare soli senza provare l’impulso di condividere momenti con altre figure umane. La solitudine prolungata, per la maggior parte delle persone, non è una condizione naturale e serena, ma una prova che pesa sul benessere psicologico.

Ebbene sì, siamo esseri sociali

In conclusione, si può affermare che la società è un contenitore di individui e per gli individui, i quali permangono nella loro individualità ma continuano a esistere grazie alla società stessa. Lo stare soli, a volte, fa bene: è questione di tempo, ma per voglia o per necessità ricorreremo sempre ad altre figure che possano permetterci di soddisfare il nostro istinto sociale.

Domande frequenti

L’essere umano è per natura un animale sociale?

Sì. Come molte specie che si muovono in gregge, stormo o branco, anche l’uomo mostra un forte istinto a seguire il gruppo, a imitare gli altri e a cercarne la presenza. Fenomeni come i neuroni specchio e i comportamenti di imitazione confermano questa tendenza.

Stare da soli fa bene o fa male?

Dipende dalla durata e dal contesto. Momenti di solitudine possono essere rigeneranti, ma un isolamento sociale prolungato tende a pesare sul benessere psicologico della maggior parte delle persone, che sentono l’impulso di condividere i momenti con gli altri.

Come hanno reagito i rapporti durante la convivenza forzata?

Molte convivenze hanno trovato nuovi equilibri grazie alla capacità di riconoscere gli spazi propri e altrui, evitando di intralciarsi. Questa individualizzazione all’interno della vicinanza ha permesso di preservare i rapporti anche nei periodi più intensi.

Perché la solitudine tecnologica ha pesato così tanto?

Perché per molte persone la connessione a Internet e i contatti a distanza sono stati l’unico modo per soddisfare il bisogno di relazione. Senza un convivente o senza strumenti digitali, la lontananza sociale è risultata molto più difficile da sopportare.

Tra il richiamo della campagna solitaria e il bisogno di tornare alla vita di sempre, la pandemia ci ha mostrato quanto siamo profondamente esseri sociali. La solitudine può fare bene per un po’, ma prima o poi cerchiamo di nuovo gli altri: la società è il contenitore che, pur lasciandoci individui, ci permette di continuare a esistere.
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