“Mi ritrovai subito isolata, in una folla di sorrisi e scherzi ai quali tutti riuscivano a partecipare tranne io.” Comincia cosi il racconto di Rokaia, diciassette anni, nata in Marocco e cresciuta in Italia da quando ne aveva uno. La sua e una di quelle storie che ci costringono a guardare oltre la copertina: dietro un velo che molti leggono come simbolo di sottomissione, c’e in realta una scelta personale, maturata con consapevolezza. Questo articolo nasce da una testimonianza scritta raccolta a scuola, durante una settimana di approfondimento dedicata all’intercultura, e prova a tenere insieme due cose: la voce di chi il velo lo porta e una cornice psicologica utile per capire cosa accade davvero quando si cresce tra due culture.
Una premessa: chi parla e perche conta
La storia che segue e stata condivisa da Rokaia, studentessa di origine marocchina, nell’ambito di un incontro interculturale a scuola, con la collaborazione di Rokaia Jamaa. Le sue parole sono riportate quasi per intero, perche il valore di questa testimonianza sta proprio nella sua autenticita. Non e un saggio sull’Islam ne un trattato di teologia: e il modo in cui una ragazza racconta se stessa, la propria identita e la decisione di indossare l’hijab, il velo che copre i capelli e il collo lasciando scoperto il viso.
Le parole di Rokaia
“Mi chiamo Rokaia, sono una ragazza di diciassette anni, di origine e madrelingua marocchina, e vivo in Italia da quando avevo circa un anno. Nonostante abbia trascorso quasi tutta la mia vita qui, sentendomi a tutti gli effetti italiana e allo stesso tempo orgogliosa delle mie origini, percepisco come gli occhi della gente mi vedano ancora come una ‘diversa’, un’estranea che suscita diffidenza e disagio.
Sono di carattere estroversa e socievole, ho una compagnia consistente di amici. Eppure i primi giorni di scuola non riuscivo a integrarmi: notavo come diversi compagni manifestassero verso di me un forte distacco. Mi ritrovai subito isolata, in una folla di sorrisi e scherzi ai quali tutti riuscivano a partecipare tranne io. Il tempo e il mio carattere comunicativo mi hanno poi permesso di farmi conoscere per quello che sono davvero, con interessi e qualita comuni a quelli dei miei coetanei. Oggi la scuola e per me un luogo di formazione, ma anche di amicizia: le mie due amiche del cuore frequentano la mia stessa classe.
Quel distacco iniziale, ancora oggi, lo attribuisco alle mie origini e all’uso del velo. Indossare l’hijab e stata una mia scelta personale, non una costrizione, come il pregiudizio porta a pensare.
Da dove nasce questa scelta
Tutto comincia dalla curiosita che provavo da bambina, quando vedevo mia madre indossare i suoi veli: mi rallegravo davanti alla combinazione ricca di trame e colori che le abbellivano il viso, percepivo la bellezza e l’armonia del mondo intorno a me. Fuori casa, pero, quella grazia non veniva colta dagli altri: vedevano in lei solo una diversa appartenenza culturale, ed etichettavano me come ‘la bambina con la mamma diversa’. Ho capito presto che le persone tendono a giudicare un libro dalla copertina, trascurando le pagine ricche del mondo interiore che c’e in ognuno di noi.
Verso i dodici-tredici anni provai a indossare l’hijab. Lo portai quasi per un anno, finche il caldo dell’estate mi spinse a toglierlo. Poi, un giorno qualunque, entrai in un negozio con mio padre e il mio occhio cadde su un velo dai colori malinconici dell’autunno. Ne rimasi colpita e chiesi di comprarlo. Fu allora che mio padre, capendo che stavo crescendo, mi spiego che per la nostra religione l’hijab ha un significato che va oltre l’estetica. Ricordo le sue parole: ‘Se non lo vuoi mettere va bene, ma se decidi di metterlo devi sapere che non e un gioco, che un giorno ti piace e la settimana dopo lo butti via’.
Capire prima di scegliere
Da allora il mio rapporto con il velo cambio. Non c’e stata una motivazione precisa: ho semplicemente deciso di indagare piu a fondo. Ho dedicato molto tempo a una lettura riflessiva del Corano, leggendolo in italiano e facendomelo spiegare in arabo dai miei genitori. Si apri davanti a me un mondo che non conoscevo. Mi colpirono in particolare alcune parole: ‘Non c’e costrizione nella religione’ (Al Baqara, 2:256). Quando leggo che la fede non ha carattere costrittivo, capisco che nessuno, ne un padre ne un marito ne la societa, ha il diritto di imporre l’hijab a una donna.
Per me indossare il velo e una liberta silenziosa: cammino a testa alta, con il pensiero rivolto a cio in cui credo. Io credo nella mia religione e ogni giorno cerco di approfondirla, perche essere musulmana significa innanzitutto credere in modo consapevole e libero. E per farlo, ritengo necessario pensare con la propria testa: l’unica arma possibile per affermare l’autenticita della propria identita.”
Cosa ci insegna questa storia: la psicologia dell’identita tra due culture
Il racconto di Rokaia tocca un tema che la psicologia studia da tempo: la costruzione dell’identita negli adolescenti di seconda generazione, cioe figli di genitori migranti nati o cresciuti nel paese di arrivo. Questi ragazzi si muovono su un terreno intermedio tra due culture e devono, di fatto, negoziare chi sono: trovare un ponte tra il proprio retroterra familiare e il contesto in cui vivono ogni giorno.
Le ricerche descrivono come piu sana la cosiddetta doppia etnicita: non scegliere una cultura contro l’altra, ma integrarle. Portare il velo e ascoltare musica occidentale, sentirsi italiana e orgogliosa delle origini marocchine non sono contraddizioni, ma aspetti che possono convivere nella stessa persona. Quando Rokaia dice di sentirsi “a tutti gli effetti italiana” e allo stesso tempo legata al Marocco, sta descrivendo esattamente questo equilibrio.
C’e poi il nodo del pregiudizio. L’isolamento dei primi giorni di scuola, lo sguardo che la fa sentire “diversa”, sono esperienze concrete di esclusione che hanno un peso emotivo reale. Studi e operatori della mediazione culturale sottolineano quanto questi vissuti possano incidere sull’autostima dei ragazzi, e quanto sia importante un ambiente scolastico capace di trasformare il distacco in incontro. La storia di Rokaia, in fondo, ha un lieto fine proprio perche il tempo e il dialogo hanno permesso agli altri di vedere la persona oltre il velo.
Hijab, niqab, burqa, chador: non sono la stessa cosa
Una parte del pregiudizio nasce dalla confusione tra indumenti molto diversi tra loro. Vale la pena chiarire:
- Hijab: e quello di cui parla Rokaia. Un foulard che copre i capelli e il collo lasciando il viso completamente scoperto. E il velo piu diffuso, anche in Occidente.
- Niqab: copre il volto lasciando scoperti solo gli occhi. Diffuso in alcuni Stati del Golfo.
- Burqa: copre l’intero corpo e il viso, con una griglia di tessuto all’altezza degli occhi. Associato soprattutto all’Afghanistan, dove e stato imposto.
- Chador: un ampio mantello, in genere nero, che avvolge testa e corpo lasciando scoperto il viso. Tipico dell’Iran.
La differenza non e solo estetica: alcuni di questi indumenti, in determinati paesi, sono il frutto di un’imposizione per legge, mentre altrove l’hijab e una libera scelta individuale. Tenere insieme le due cose senza distinguere e proprio l’errore che alimenta i pregiudizi.
Scelta o costrizione? La risposta non e una sola
Sarebbe ingenuo affermare che il velo sia sempre una libera scelta: in alcuni contesti rappresenta una costrizione imposta dallo Stato o dalla famiglia, e tante donne lo subiscono. Ma sarebbe altrettanto sbagliato il contrario, cioe assumere che dietro ogni velo ci sia una donna oppressa. La realta e plurale: c’e chi lo porta per devozione, chi per identita culturale, chi per appartenenza, chi perche costretta. Anche dal punto di vista testuale, va ricordato che il Corano invita uomini e donne alla modestia nel vestire, ma non contiene una prescrizione univoca e dettagliata sul velo, lasciando spazio a interpretazioni diverse.
Ascoltare la voce di chi lo indossa, come fa Rokaia, e l’unico modo per uscire dagli slogan. La sua scelta nasce da curiosita, lettura, dialogo con i genitori e una decisione interiore. Possiamo non condividerla, ma e una scelta consapevole, e come tale merita rispetto.
Domande frequenti
Che differenza c’e tra hijab, niqab e burqa?
L’hijab copre capelli e collo lasciando il viso scoperto ed e il velo piu comune. Il niqab copre il volto lasciando visibili solo gli occhi. Il burqa copre interamente corpo e viso, con una griglia di tessuto davanti agli occhi. Sono indumenti diversi per copertura, area geografica e significato.
Il velo islamico e sempre una costrizione?
No. In alcuni paesi e imposto per legge o dalla famiglia, ma in molti casi, soprattutto in Occidente, e una scelta personale e consapevole legata alla fede o all’identita. La realta e varia e non riducibile a un’unica spiegazione.
Il Corano obbliga le donne a portare il velo?
Il Corano invita sia uomini sia donne a un abbigliamento sobrio e decoroso, ma non contiene una prescrizione univoca e dettagliata che imponga uno specifico tipo di velo. Per questo le interpretazioni variano molto da una comunita all’altra.
A che eta le ragazze musulmane iniziano a portare l’hijab?
Non esiste un’eta fissa. Spesso la scelta matura intorno alla puberta o nell’adolescenza, come momento personale di adesione consapevole. Nella testimonianza di Rokaia, la decisione arriva dopo anni di curiosita, prove e riflessione, verso i tredici-quattordici anni.
Perche alcune ragazze di seconda generazione scelgono di indossare il velo?
Per molte e un modo di affermare la propria identita e di tenere insieme due appartenenze culturali. La psicologia descrive questo equilibrio come ‘doppia etnicita’: non rinunciare a una parte di se, ma integrare origini familiari e cultura del paese in cui si vive.
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