La percezione come fondamento della realtà
In un’intervista, Castaneda riassume così la visione che attribuisce agli antichi veggenti: “L’essere umano è essenzialmente una creatura la cui prima ragion d’essere consiste nel percepire. La percezione è il senso della vita, è su di essa che si fonda e prende forma la realtà.” Il problema, aggiunge, è che ci siamo ridotti a percepire un’unica realtà, mentre saremmo “creati per percepire e vivere anche in altre realtà, in altri mondi”.
Tradotto in termini meno mistici: ciò che vediamo non è una fotografia neutra del mondo, ma il risultato di un filtro. Castaneda lo chiama buon senso: “non è altro che la risultante di un lungo processo educativo che ci impone quale unico strumento di verità la percezione ordinaria”. La cultura in cui nasciamo ci insegna cosa guardare, cosa ignorare, cosa considerare reale. E quel filtro diventa così trasparente da sembrare la realtà stessa.
Il “pregiudizio percettivo” e la base sociale della percezione
Castaneda racconta che il compito affidatogli da don Juan consisteva nell'”incrinare, a poco a poco, i pregiudizi percettivi, fino ad arrivare a una loro completa rottura”. Per descrivere questo lavoro usa la fenomenologia: la disciplina che “sospende” il giudizio e si limita a descrivere il puro atto del percepire, ricordandoci che l’atto del conoscere dipende anche dall’intenzione, non solo dagli stimoli che arrivano ai sensi.
Il punto chiave è quella che don Juan chiama base sociale della percezione: “La certezza fisica che il mondo è fatto di oggetti concreti. La definisco base sociale perché tutti esercitano un serio e considerevole sforzo per condurci a percepire il mondo così.” In un dialogo, Castaneda chiede come dovremmo allora percepire il mondo, e don Juan risponde:
“Tutto è energia. L’intero universo è energia. (…) Dovremmo fare un grande sforzo per portarci a percepire l’energia come tale. Dopo, avremmo a disposizione entrambe le alternative.”
Non si tratta quindi di sostituire una verità con un’altra, ma di ampliare il repertorio: poter scegliere come guardare, invece di subire un unico modo automatico.
Cosa dice la psicologia: percezione, attenzione e “cecità funzionale”
Spogliato del linguaggio sciamanico, questo discorso incontra temi solidissimi della psicologia. La nostra percezione non è una registrazione passiva: è un processo attivo di selezione. L’attenzione seleziona pochi stimoli rilevanti e scarta tutto il resto, perché il cervello non potrebbe elaborare l’intera mole di informazioni che lo investe ogni istante.
Da qui nasce un fenomeno ben documentato: la cecità da disattenzione (inattentional blindness). Quando siamo concentrati su un compito, eventi anche evidenti possono passarci davanti senza che li notiamo. È la prova sperimentale di un’intuizione antica: vediamo soprattutto ciò che siamo predisposti a vedere.
Lo psicoterapeuta della Gestalt Joseph Zinker lo dice con parole quasi castanediane: “Negli anni ho scoperto che tanta gente soffre di cecità funzionale. Non solo non notiamo i particolari visivi del nostro mondo, ma spesso ci sfugge l’evidenza.” Nella psicoterapia della Gestalt l’incontro parte dall’osservare con chiarezza la persona “in superficie”, perché anche la superficie contiene molti indizi sulla vita interiore.
Un incontro “cuore a cuore”
Quante volte stiamo davanti a qualcuno, lo vediamo, lo guardiamo, ma non siamo davvero in contatto con quella persona? Zinker descrive un possibile salto creativo: attraversare la superficie per arrivare al centro dell’altro, come se il proprio centro diventasse “una sorgente di luce diretta al centro dell’altra persona”. È l’incontro “cuore a cuore”: quei rari momenti in cui si riesce a entrare velocemente in dialogo con l’esperienza interiore dell’altro.
Castaneda, dal canto suo, mette in guardia dall’eccesso opposto: “Essere troppo razionale è un handicap. Gli esseri umani hanno un senso della magia molto profondo. La razionalità è solo una vernice superficiale.” Non un invito all’irrazionalità, ma a non confondere il filtro abituale con l’unico modo possibile di stare al mondo.
Altre realtà, altre culture: il caso di Jodorowsky
Il tema delle “realtà altre” attraversa molte culture. Alejandro Jodorowsky, nel suo Psicomagia, racconta di aver assistito alle guarigioni di Pachita, anziana curandera messicana che la gente consultava da lontano. Jodorowsky descrive interventi all’apparenza impossibili e, soprattutto, è onesto sul proprio dubbio: “Non oserei dire che le manipolazioni di Pachita fossero vere e proprie operazioni; ma non posso neppure dire che non lo fossero.”
La sua riflessione è preziosa proprio perché non chiede di credere, ma di spostare la domanda. Nella mentalità sciamanica non esiste un soggetto osservatore distante da un fenomeno esterno: esiste un campo di interazione in cui le aspettative, la suggestione, la relazione e il rito producono effetti concreti. “Molte persone sono realmente guarite”, osserva, pur senza mai trovare un “trucco”. E conclude con un sorriso disincantato: se era teatro, che grande attrice; e che psicologa.
Per il lettore moderno la lezione utile non è abbracciare il “miracolo”, ma riconoscere quanto la cornice mentale, la fiducia e il contesto relazionale incidano sull’esperienza, sul dolore e perfino sul corpo. È un territorio che la psicologia studia con concetti come effetto placebo, suggestione e potere della relazione di cura.
Tornare al presente: una soglia praticabile
C’è una via molto più sobria per “cambiare percezione”, e non richiede né erbe né stregoni. Jodorowsky cita un aneddoto zen: il monaco Isan confessa al maestro di sentirsi sopraffatto dalla molteplicità delle cose. Il maestro risponde:
“La tua percezione non può captare più di una cosa per volta. (…) Non esiste altro che l’istante presente. Se rimani calmo e tranquillo, senza farti prendere dall’ansia, le cose verranno una dietro l’altra e la tua vita scorrerà serena.”
È, in fondo, il cuore della consapevolezza (mindfulness): ricondurre l’attenzione a ciò che accade ora, una cosa per volta. Non c’è bisogno di credere ad altri mondi per beneficiare dell’idea centrale di Castaneda: il modo in cui guardiamo plasma ciò che viviamo, e quel modo si può allenare.
Tre esercizi semplici per “vedere” di più
- Nomina ciò che ignori. Per un minuto, in un luogo familiare, elenca dettagli che di solito non noti. Allena l’attenzione a uscire dal pilota automatico.
- Ascolto pieno. Nella prossima conversazione importante, prova a stare con la persona senza preparare la risposta: guardala come se la vedessi per la prima volta.
- Una cosa per volta. Quando ti senti sopraffatto, riporta l’attenzione al gesto presente. Il sovraccarico spesso nasce dall’anticipare tutto insieme ciò che invece arriverà un istante alla volta.
Castaneda, tra mito e spunto psicologico
Va detto con chiarezza: l’attendibilità antropologica dei libri di Castaneda è stata fortemente contestata, e molti studiosi li leggono oggi come opere letterarie e filosofiche più che come reportage etnografico. Questo non cancella il loro valore di stimolo. Anche come metafora, l’invito a riconoscere il “pregiudizio percettivo” e ad ampliare lo sguardo resta un esercizio prezioso di crescita personale.
Forse non impareremo a “vedere l’energia”. Ma possiamo imparare a notare di più, a giudicare un po’ meno in fretta e a incontrare davvero le persone. E in questo, l’altra realtà non è altrove: comincia nel modo in cui scegliamo di percepire questa.
Domande frequenti
Chi era Carlos Castaneda?
Carlos Castaneda è stato uno scrittore e antropologo (di origine sudamericana, naturalizzato statunitense) noto per una serie di libri, a partire da A scuola dallo stregone (1968), in cui racconta il proprio apprendistato presso lo sciamano yaqui don Juan Matus. La veridicità dei suoi resoconti è oggi molto discussa: vengono spesso letti come opere filosofico-letterarie più che etnografiche.
Cosa intende Castaneda con “percepire altre realtà”?
Sostiene che la nostra percezione ordinaria è un filtro appreso culturalmente, che ci fa scambiare un solo modo di vedere il mondo per l’unica realtà possibile. “Vedere” altre realtà significa, in questa visione, incrinare quel filtro automatico e percepire l’esperienza in modi diversi da quelli abituali.
C’è un fondamento psicologico in queste idee?
Sì, al netto del linguaggio mistico. La psicologia conferma che la percezione è selettiva e costruttiva: l’attenzione sceglie pochi stimoli e ne ignora altri, fino a fenomeni come la cecità da disattenzione. Anche la psicoterapia della Gestalt lavora sul “vedere” davvero la persona, oltre la superficie.
Le sostanze psicotrope sono necessarie per “cambiare percezione”?
No. Nei racconti di Castaneda compaiono sostanze psicotrope, ma usarle è pericoloso, può essere illegale e non è affatto richiesto. Pratiche come la consapevolezza, l’attenzione al presente e l’ascolto profondo permettono di ampliare lo sguardo in modo sicuro e quotidiano.
Cosa posso applicare oggi di questo discorso?
L’idea centrale: il modo in cui guardi plasma ciò che vivi. Allena l’attenzione (nota i dettagli che ignori), incontra davvero le persone senza preparare già la risposta e, quando ti senti sopraffatto, torna a una cosa per volta nell’istante presente.
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.