Psicologia e Società

Normalità e follia: dove finisce una e comincia l’altra?

“Esiste in ogni pazzo un genio incompreso le cui idee spaventano le persone e il cui delirio e’ l’unica soluzione allo strangolamento che la vita ha in serbo per lui.” Con queste parole Antonin Artaud, in Van Gogh, il suicidato della societa’, ribaltava una certezza che diamo per scontata: che esista una linea netta tra […]

Giornale di psicologia — Normalità e follia: dove finisce una e comincia l’altra?
“Esiste in ogni pazzo un genio incompreso le cui idee spaventano le persone e il cui delirio e’ l’unica soluzione allo strangolamento che la vita ha in serbo per lui.” Con queste parole Antonin Artaud, in Van Gogh, il suicidato della societa’, ribaltava una certezza che diamo per scontata: che esista una linea netta tra chi e’ sano e chi e’ malato, tra chi e’ normale e chi e’ folle. Ma quella linea, se proviamo a toccarla con un dito, si rivela molto piu’ mobile e fragile di quanto crediamo.

Pochi concetti hanno fatto tanti danni quanto la parola normalita’. In suo nome, chi deteneva il potere di definirla si e’ spesso arrogato il diritto di escludere, umiliare, rinchiudere e correggere chi non rientrava nei criteri. Eppure basta osservare la natura per accorgersi di quanto sia artificiale: non esistono due alberi identici, ne’ due foglie perfettamente uguali. L’unicita’, non il conformismo, e’ la regola del vivente.

Chi decide cosa e’ normale?

La psicologia non offre una risposta unica, e questo e’ gia’ un dato rivelatore. Esistono almeno tre modelli per definire la normalita’, e ciascuno mostra i propri limiti:

  • Modello statistico: e’ normale cio’ che fa la maggioranza. Ma allora ogni minoranza (di gusti, di idee, di comportamenti) diventa automaticamente “anormale”, il che e’ evidentemente assurdo.
  • Modello normativo: e’ normale chi segue le regole condivise. Qui si rischia di confondere la salute con l’obbedienza alle leggi e alle convenzioni, che non sempre sono giuste.
  • Modello soggettivo o funzionale: e’ “normale” chi riesce a vivere bene, a lavorare, a stare in relazione e a usare le proprie risorse emotive e cognitive: la prospettiva piu’ vicina alla definizione di benessere dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’.

Il punto e’ che la normalita’ non e’ una proprieta’ oggettiva della persona, ma un giudizio che dipende dalla cultura e dall’epoca. Comportamenti accettabili in una societa’ risultano scandalosi in un’altra; cio’ che era follia in un secolo diventa diritto nel successivo. Come la moda, l’idea di “anormalita’” cambia continuamente.

Quando la diagnosi e’ figlia del contesto

Nel 1973 lo psicologo statunitense David Rosenhan condusse un esperimento rimasto celebre: alcune persone perfettamente sane si presentarono in ospedali psichiatrici riferendo di sentire voci, e furono quasi tutte ricoverate con diagnosi gravi. Una volta dentro, pur comportandosi in modo del tutto normale, non riuscivano a convincere il personale di stare bene. L’esperimento mostro’ quanto la cosiddetta “sanita’ mentale” possa dipendere dall’etichetta e dal contesto, piu’ che dalla persona reale.

La “normalita’” come adattamento: e se fosse una trappola?

Numerose correnti della psicologia profonda (da Sigmund Freud, che attribuiva la distruttivita’ umana a un innato istinto di morte, fino ad autori come Alice Miller e Arno Gruen) hanno provato a spiegare perche’ l’essere umano sia capace di una crudelta’ fine a se stessa, unico tra i viventi. Una delle ipotesi piu’ feconde lega questa distruttivita’ non a un istinto, ma a una ferita precoce: il tradimento del Se’.

Quando un bambino smette di percepire l’amore incondizionato dei genitori e si ritrova, al contrario, a dover sostenere lui l’immagine fragile degli adulti, comincia ad adattarsi. Impara a conformarsi prima alle dinamiche familiari, poi a quelle sociali. Sentendosi escluso dall’Eden affettivo e isolato da se stesso, costruisce un falso Se’: un’identita’ accettabile agli occhi del mondo, ma spesso lontanissima dalla sua reale vita emotiva.

E’ un meccanismo di sopravvivenza, non una colpa. Ma ha un prezzo. Quando la fedelta’ al copione inconscio prende il posto dell’empatia e del contatto con le proprie emozioni, possono farsi strada il bisogno di controllo, la durezza, la sopraffazione. E qui nasce il paradosso piu’ inquietante: in una cultura che premia furbizia, immagine e tornaconto, chi si e’ tagliato fuori dai propri sentimenti viene considerato “realista”, “vincente”, “normale”. Mentre chi non sopporta la mancanza di valori umani rischia di essere etichettato come disadattato, fuori posto, fragile.

La “patologia della normalita’”

Non e’ un’idea isolata. Lo psichiatra Franco Basaglia, l’uomo che con la Legge 180 del 1978 porto’ alla chiusura dei manicomi in Italia, parlava esplicitamente di una “patologia della normalita’”. Influenzato da Michel Foucault (secondo cui “la follia veniva rinchiusa non perche’ malattia, ma perche’ disturbava”) e da Erving Goffman, Basaglia mostro’ come spesso la “cura” fosse un esercizio di potere: normalizzazione forzata, silenziamento della differenza.

Il suo primo gesto, negli ospedali psichiatrici, fu togliere le contenzioni, aprire le porte, rimuovere le sbarre. Un modo concreto per dire che la sofferenza psichica non e’ una colpa da punire, ma una domanda di aiuto che spesso non sappiamo accogliere. Lo sviluppo umano, in fondo, puo’ prendere due strade: una guidata da una vita interiore capace di restare connessa al mondo, e una diretta solo dall’esterno, fatta di obbedienza e conformismo, sorda al proprio dolore.

Il linguaggio del cuore contro il linguaggio della “realta’”

Esiste un “linguaggio della realta’” che ci promette sollievo dal peso dei nostri bisogni, ma al prezzo di tradire le nostre percezioni piu’ intime. E c’e’ un “linguaggio del cuore”, che nasce dal bisogno di calore, di amore dato e ricevuto, di vulnerabilita’ non vergognosa. La nostra integrita’ non si raggiunge adattandosi a una realta’ di compromesso fatta di accumulo e controllo: richiede, al contrario, la capacita’ di provare compassione, di sentire il dolore e la gioia, di abitare tutta la gamma delle emozioni umane.

L’arte, da questo punto di vista, resta una possibilita’ di salvezza: ci mette in contatto con chi non ha smarrito il legame con i bisogni umani e riesce ancora a parlare una lingua capace di abbracciare l’esperienza nella sua interezza. Forse la domanda da cui siamo partiti (dove finisce la normalita’ e comincia la follia) e’ meno importante di un’altra: quanto siamo disposti a restare fedeli a noi stessi, in un mondo che ci chiede continuamente di non esserlo?

Domande frequenti su normalita’ e follia

Esiste una definizione scientifica di “normalita’” in psicologia?

No, non esiste una definizione unica e oggettiva. La psicologia usa modelli diversi: statistico (cio’ che fa la maggioranza), normativo (cio’ che segue le regole) e funzionale (la capacita’ di vivere bene e stare in relazione), e ognuno ha limiti evidenti. La normalita’ e’ quindi un concetto relativo, che dipende dalla cultura, dall’epoca e dal contesto.

Chi stabilisce cosa e’ normale e cosa e’ follia?

Storicamente sono le istituzioni (scuole, ospedali, leggi, governi) a definire quali comportamenti siano accettabili e quali vadano corretti o esclusi. Per questo molti studiosi, da Foucault a Basaglia, hanno collegato il concetto di normalita’ al potere piu’ che alla salute reale della persona.

Cosa significa “patologia della normalita’”?

E’ un’espressione usata da Franco Basaglia e da diversi autori della psicologia profonda per indicare che anche l’adattamento perfetto alle regole sociali puo’ essere malsano. Conformarsi a tutti i costi, soffocando le proprie emozioni e i propri bisogni, non e’ necessariamente segno di salute: a volte e’ il sintomo di un Se’ tradito.

Soffrire o sentirsi “fuori posto” significa essere fragili o malati?

No. Provare disagio di fronte a un mondo che premia immagine e tornaconto puo’ essere, al contrario, un segno di sensibilita’ e di vitalita’ interiore. La sofferenza psichica non e’ una colpa, ma spesso una domanda di aiuto. Se il disagio e’ intenso o persistente, parlarne con uno psicologo o uno psicoterapeuta e’ un atto di cura, non di debolezza.

Quando e’ utile chiedere aiuto a un professionista?

Quando la sofferenza interferisce con il sonno, le relazioni, il lavoro o il piacere di vivere, oppure quando ci si sente cronicamente disconnessi da se’. In Italia esistono servizi pubblici di salute mentale gratuiti (i CSM, accessibili tramite il medico di base) e, in caso di crisi o pensieri suicidari, il Telefono Amico (02 2327 2327) e la linea di emergenza 112.

La normalita’ non e’ una misura oggettiva della persona, ma un giudizio storico e culturale che spesso ha coinciso con il potere di escludere. Riconoscerlo aiuta a leggere il disagio non come colpa o difetto, ma come una domanda di senso e a volte di aiuto. La salute, piu’ che adattamento perfetto, e’ la capacita’ di restare fedeli alla propria vita emotiva senza chiudersi al mondo.
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