Psicologia e Società

Neuroteologia: cosa succede nel cervello quando crediamo in Dio

Cosa accade davvero nel nostro cervello mentre preghiamo, meditiamo o viviamo un momento di profonda intensità spirituale? E soprattutto: studiare le basi cerebrali della fede significa spiegarla via, ridurla a una scarica di neuroni, oppure semplicemente conoscerla meglio? È attorno a queste domande che è nata la neuroteologia, una giovane disciplina di confine che prova […]

Neuroteologia: cosa succede nel cervello quando crediamo in Dio
Cosa accade davvero nel nostro cervello mentre preghiamo, meditiamo o viviamo un momento di profonda intensità spirituale? E soprattutto: studiare le basi cerebrali della fede significa spiegarla via, ridurla a una scarica di neuroni, oppure semplicemente conoscerla meglio? È attorno a queste domande che è nata la neuroteologia, una giovane disciplina di confine che prova a mettere in dialogo due mondi a lungo considerati nemici: le neuroscienze e la teologia.
Per molto tempo abbiamo dato per scontata una frattura tra “le due culture”: da una parte il sapere umanistico (letteratura, filosofia, teologia), dall’altra quello scientifico-tecnologico. Eppure sempre più studiosi ritengono che questa contrapposizione sia sterile. Il neuroscienziato Joseph LeDoux, per esempio, ha sostenuto che discipline umanistiche e scienze non riduzioniste possano coesistere con le neuroscienze: sono tutti modi diversi, e complementari, di interrogarsi su chi siamo. In fondo, siamo diventati homo sapiens grazie a una doppia evoluzione, biologica e culturale insieme.

Che cos’è la neuroteologia

La neuroteologia (dal greco theos, Dio, e dallo studio dei neuroni) è la disciplina che indaga le basi neurologiche delle esperienze religiose e spirituali. In altre parole, cerca di capire quali aree del cervello si attivano quando una persona prega, medita, vive un’estasi mistica o semplicemente pensa al sacro e al trascendente.

Il termine è stato reso celebre dallo scrittore Aldous Huxley e poi adottato in ambito scientifico, in particolare dai ricercatori Andrew Newberg ed Eugene d’Aquili, che lo hanno usato per descrivere il loro lavoro. È bene chiarire subito un punto, perché è la fonte di molti malintesi: la neuroteologia non pretende di dimostrare né di negare l’esistenza di Dio. Studia ciò che accade nel cervello umano, non ciò che esiste al di là di esso.

Cosa dicono le ricerche sul cervello “spirituale”

Negli ultimi decenni, grazie a tecniche di neuroimaging sempre più sofisticate (come la SPECT, una forma di tomografia che misura il flusso sanguigno cerebrale), gli scienziati hanno osservato cosa succede nel cervello di persone immerse nell’esperienza religiosa.

Gli studi di Newberg e d’Aquili sui meditatori

Andrew Newberg ed Eugene d’Aquili hanno studiato monaci buddisti e suore cristiane durante meditazione e preghiera profonda. Il loro risultato più noto, raccolto nel libro Why God Won’t Go Away (2001), riguarda il lobo parietale, l’area che ci aiuta a orientarci nello spazio e a distinguere i confini tra noi e il mondo. Durante gli stati contemplativi più intensi, questa zona riduce la propria attività: una possibile spiegazione neurologica di quella sensazione, descritta da tante tradizioni mistiche, di “fondersi con il tutto” e di dissoluzione dell’io individuale.

Il “casco di Dio” e il lobo temporale

Un altro filone di ricerca, legato al neuroscienziato Michael Persinger, ha indagato il lobo temporale. Con un apparecchio soprannominato God helmet (“il casco di Dio”), che applicava deboli campi magnetici alle tempie, alcuni partecipanti riferivano di percepire una “presenza”. È importante la cautela: questi risultati sono stati messi in discussione e non sempre replicati con successo da altri laboratori, per esempio dall’Università di Uppsala. È un buon promemoria di quanto questo campo sia ancora giovane e dibattuto.

Lo stesso vale per la fantomatica idea di un singolo “punto di Dio” nel cervello: la ricerca attuale indica che non esiste un’unica area responsabile della religiosità. L’esperienza spirituale coinvolge piuttosto reti cerebrali diffuse, che intrecciano emozione, attenzione, memoria e senso di sé.

Un’inclinazione “innata” al trascendente?

Ciò che molti ricercatori osservano è che la dimensione del sacro sembra un sentimento profondamente umano e trasversale alle culture. Newberg e d’Aquili parlano della religiosità come di una possibile “capacità” del cervello, modellata anche dall’evoluzione. Alcuni studi, inoltre, hanno segnalato correlazioni tra pratica religiosa e benessere psicofisico, per esempio in termini di gestione dello stress: dati interessanti, da leggere però con prudenza, perché correlazione non significa causa.

Tutto questo non “spiega via” la fede. Mostrare che un’esperienza ha un correlato cerebrale è ovvio per qualunque esperienza umana: anche l’amore, la musica o il senso di giustizia accendono specifiche aree del cervello, e nessuno per questo li considera illusioni.

Scienza e teologia: scontro o alleanza?

Il cuore filosofico della questione lo riassume bene il teologo Leonardo Paris nel saggio Teologia e neuroscienze. Una sfida possibile (Queriniana, 2017). Le neuroscienze tendono al monismo: la mente è un prodotto del cervello, un sistema fisico. È la posizione opposta al classico dualismo tra anima (spirituale) e corpo (materiale).

Da qui nasce un nodo affascinante. Diversi teologi contemporanei non difendono più “l’anima incorporea” della tradizione popolare e accettano che la vita mentale sia legata ai neuroni. Ma allora, si chiede LeDoux, come potrebbe Dio interagire con noi senza intervenire fisicamente sul cervello, violando le leggi della fisica? La risposta che molti pensatori propongono è sottile: Dio “interagisce ma non interviene”. E la conclusione, sul piano del metodo, è netta: la ragione scientifica non può dimostrare l’immortalità dell’anima. Lì comincia il territorio della fede, che è altra cosa dalla prova.

Per questo cresce l’idea di una collaborazione, più che di un duello. È lo spirito della celebre frase attribuita ad Albert Einstein: “La scienza senza religione è zoppa, la religione senza scienza è cieca”. Ripensare insieme la persona umana, da angolature diverse, può arricchire entrambe le prospettive senza che l’una debba annullare l’altra.

Perché tutto questo ci riguarda

Al di là delle convinzioni di ciascuno, la neuroteologia ci offre uno specchio prezioso. Ci ricorda che cercare significato, trascendenza e connessione non è un capriccio di pochi, ma una caratteristica diffusa della mente umana. Capire come il cervello sostiene queste esperienze non le svaluta: può aiutarci, semmai, a prenderle sul serio, a coltivare pratiche come la meditazione e la preghiera con maggiore consapevolezza, e a rispettare i percorsi spirituali altrui.

La lezione di fondo è quella dell’unità dei saperi: davanti alle grandi domande sull’esistenza, nessuna disciplina ha l’ultima parola da sola. Abbiamo bisogno del contributo di tutte.

La neuroteologia non dimostra ne nega l’esistenza di Dio: studia cosa accade nel cervello durante preghiera, meditazione ed esperienze spirituali. Le ricerche, dal lobo parietale dei meditatori al discusso casco di Dio, mostrano che la spiritualita coinvolge reti cerebrali diffuse, non un singolo punto di Dio. Mostrare che un’esperienza ha un correlato cerebrale non la spiega via: vale per la fede come per l’amore o la musica. E un campo giovane, dove scienza e teologia possono dialogare invece di scontrarsi.

Domande frequenti sulla neuroteologia

Che cos’è la neuroteologia in parole semplici?

La neuroteologia è lo studio scientifico di cosa accade nel cervello durante le esperienze religiose e spirituali, come la preghiera o la meditazione. Mette in dialogo neuroscienze e teologia per capire meglio la dimensione del sacro, senza pretendere di dimostrare o negare l’esistenza di Dio.

La neuroteologia dimostra che Dio non esiste?

No. La neuroteologia studia i correlati cerebrali della fede, non l’esistenza di Dio. Osservare quali aree del cervello si attivano durante la preghiera non dice nulla su ciò che esiste oltre la mente: la scienza qui resta neutrale, e la domanda su Dio appartiene alla filosofia e alla fede.

Esiste un “punto di Dio” nel cervello?

No, non esiste una singola area responsabile della religiosità. Le ricerche indicano che l’esperienza spirituale coinvolge più reti cerebrali, tra cui il lobo parietale e il lobo temporale. L’idea di un unico “God spot” è una semplificazione superata dagli studi più recenti.

Cosa succede nel cervello durante la meditazione o la preghiera?

Gli studi di Newberg e d’Aquili su monaci e suore mostrano che, negli stati contemplativi profondi, si riduce l’attività del lobo parietale, l’area che gestisce l’orientamento spaziale e il confine tra sé e il mondo. Questo potrebbe spiegare la sensazione di unità e di dissoluzione dell’io descritta da molte tradizioni mistiche.

Scienza e religione sono per forza in conflitto?

Non necessariamente. Molti studiosi, come il teologo Leonardo Paris, propongono una collaborazione tra i due ambiti. Scienza e fede rispondono a domande diverse: la prima indaga il “come” dei fenomeni, la seconda il “perché” ultimo del senso. Come sintetizzava Einstein, possono integrarsi anziché escludersi.

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