Psicologia e Società

Maschilismo ed emofilia: perché la metafora di Shirin Ebadi ci riguarda tutti

“Il maschilismo è come l’emofilia: gli uomini se ne ammalano, ma sono le donne a trasmetterla.” La frase è della giurista iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace, e ha la forza fulminante delle verità scomode. Non assolve gli uomini e non condanna le donne: descrive un meccanismo. Suggerisce che la cultura della disuguaglianza […]

Giornale di psicologia — Maschilismo ed emofilia: perché la metafora di Shirin Ebadi ci riguarda tutti
“Il maschilismo è come l’emofilia: gli uomini se ne ammalano, ma sono le donne a trasmetterla.” La frase è della giurista iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace, e ha la forza fulminante delle verità scomode. Non assolve gli uomini e non condanna le donne: descrive un meccanismo. Suggerisce che la cultura della disuguaglianza non viaggia solo dall’alto verso il basso, ma passa di mano in mano, di generazione in generazione, spesso attraverso chi quella cultura la subisce per prima. È una metafora che disturba proprio perché chiama in causa anche le vittime. Ma capirla, senza fraintenderla, è forse il primo passo per spezzare la catena.

Cosa intendeva davvero Shirin Ebadi

L’emofilia è una malattia genetica che si manifesta quasi sempre negli uomini, ma viene trasmessa dalle donne, che ne sono “portatrici sane”: la portano senza ammalarsi. Ebadi usa questa immagine per parlare di trasmissione culturale, non biologica. Il suo punto, espresso in più interviste, è semplice e duro: dietro a ogni uomo prepotente c’è stata spesso un’educazione, e quell’educazione è passata anche attraverso le madri, le nonne, le figure femminili che, in buona fede, hanno consegnato ai figli maschi un’idea di superiorità e alle figlie un’idea di subordinazione.

Attenzione: non è una colpevolizzazione delle donne. È il riconoscimento che il patriarcato sopravvive solo perché viene riprodotto, e che alla riproduzione partecipano, spesso senza accorgersene, anche coloro che ne pagano il prezzo più alto. La portatrice sana non è colpevole della malattia: ne è il veicolo inconsapevole. Ed è proprio qui che la psicologia ci offre uno strumento per capire.

La misoginia interiorizzata: quando il pregiudizio diventa nostro

Gli psicologi parlano di misoginia interiorizzata per descrivere quel processo in cui una donna, cresciuta in un ambiente che la considera inferiore, finisce per assorbire e fare propri quegli stessi giudizi. Non li riconosce come imposti dall’esterno: li sente come naturali, ovvi, “il modo in cui vanno le cose”.

Si traduce in frasi all’apparenza innocue, “le donne sono complicate”, “una ragazza per bene non fa così”, “al maschio si può perdonare”, e in atteggiamenti più sottili: la severità maggiore verso le figlie femmine, la diffidenza verso le altre donne, la tendenza a misurare il proprio valore sullo sguardo maschile. Sono i “lacci” di cui parla la tradizione: invisibili, ma efficaci proprio perché chi li porta non li vede più.

Perché passa di madre in figlia (e in figlio)

La psicologia della famiglia descrive la cosiddetta trasmissione intergenerazionale: il passaggio, da una generazione all’altra, non solo di parole ma di emozioni, aspettative e fantasie inconsce. I bambini non imparano dai discorsi sull’uguaglianza, imparano da ciò che vedono. Un figlio che osserva la madre svalutarsi impara che le donne valgono meno; una figlia impara che il proprio posto è al margine. Nessuno lo dice apertamente: si trasmette per identificazione, come un copione recitato senza copione.

È il senso più profondo della metafora di Ebadi. La “malattia” non è nel sangue, è nello sguardo che impariamo da piccoli prima ancora di avere parole per discuterlo.

“E Dio negò la donna”: le radici nei testi sacri

La scrittrice Vittoria Haziel, nel saggio “E Dio negò la donna. Come la legge dei padri perseguita da sempre l’universo femminile” (Sperling & Kupfer), rintraccia una delle sorgenti di questa cultura nei testi sacri dei tre monoteismi, ebraismo, cristianesimo e islam. La sua è una requisitoria documentata: in nome di Dio o di un principio morale, sostiene Haziel, si sono legittimate per millenni discriminazioni e violenze, spesso accettate dalle stesse vittime.

Il libro attraversa pratiche e tragedie lontane nel tempo e nello spazio, dai roghi delle vedove in India agli stupri etnici, dalle infibulazioni alle lapidazioni, ma il punto di Haziel non è puntare il dito contro una sola religione: è mostrare un’uniformità inquietante. Cita passi in cui la donna è “sottomessa al marito”, considerata impura, segnata dal simbolo del peccato. Una figura di servizio, relegata a un ruolo secondario.

La sua proposta è culturale: rileggere e “tradurre” i testi sacri nella sensibilità contemporanea, a partire dal riconoscimento del femminile. Ma Haziel non si ferma agli uomini: anche le donne, scrive, sono parte integrante di questa cultura, schiacciate da responsabilità enormi e isolate tra loro, e per questo incapaci di spezzare catene che pure contribuiscono a tenere salde.

Liberarsi non è un atto di volontà: è un lavoro

Qui sta il limite di ogni soluzione troppo “mentale”. Non ci si libera dalle catene con un semplice atto di buona volontà, come se bastasse decidere di non essere più condizionati. “Per uscire da una prigione bisogna prima conoscerla davvero”, scriveva Marguerite Yourcenar. E conoscere la propria parte in un meccanismo che dura da millenni, riconoscere le frasi che ripetiamo, gli automatismi che riproduciamo, è un’opera lunga e faticosa.

È un processo di trasformazione, non un interruttore. Significa accorgersi di ciò che diciamo alle figlie e ai figli, dello sguardo con cui giudichiamo le altre donne, delle convinzioni che spacciamo per “natura”. È lento, ma è esattamente il punto in cui la metafora di Ebadi smette di essere un atto d’accusa e diventa una possibilità: se la cultura si trasmette, allora può anche cambiare strada. Le portatrici inconsapevoli possono diventare interruttrici consapevoli.

La metafora di Shirin Ebadi non accusa: descrive. Il maschilismo si trasmette di generazione in generazione, anche attraverso chi lo subisce, ma proprio perche e cultura puo essere interrotto. Riconoscere le frasi e gli automatismi che ripetiamo, soprattutto verso figli e figlie, e il primo passo per trasformare le portatrici inconsapevoli in interruttrici consapevoli.

Domande frequenti

Cosa significa la frase “il maschilismo è come l’emofilia”?

È una metafora di Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace: come l’emofilia colpisce gli uomini ma è trasmessa dalle donne portatrici, così il maschilismo “si manifesta” negli uomini ma viene riprodotto culturalmente anche dalle donne, attraverso l’educazione che impartiscono ai figli. Non è una colpa biologica: è trasmissione culturale inconsapevole.

La frase incolpa le donne del maschilismo?

No. Una “portatrice sana” non è responsabile della malattia: ne è il veicolo involontario. Ebadi indica un meccanismo, non una colpa. Il suo obiettivo è rendere visibile come il patriarcato sopravviva riproducendosi, perché una volta visto possa essere interrotto da chi lo subisce per primo.

Che cos’è la misoginia interiorizzata?

È il processo psicologico per cui una donna, cresciuta in un contesto che la considera inferiore, fa propri quei giudizi negativi sul femminile e li percepisce come naturali. Si manifesta in autosvalutazione, severità verso le altre donne e nel misurare il proprio valore sullo sguardo maschile.

Di cosa parla il libro “E Dio negò la donna” di Vittoria Haziel?

È un saggio che indaga come ebraismo, cristianesimo e islam abbiano relegato il femminile a un ruolo subordinato, legittimando “in nome di Dio” discriminazioni e violenze. Haziel propone di rileggere i testi sacri nella cultura contemporanea e riconosce anche la complicità inconsapevole delle donne nel perpetuare questa cultura.

Si può spezzare questa trasmissione culturale?

Sì, ma non con un semplice atto di volontà. Serve consapevolezza: riconoscere le frasi, gli automatismi e i pregiudizi che ripetiamo, soprattutto verso figli e figlie. È un percorso lento di trasformazione, ma proprio perché la cultura si trasmette, può anche essere cambiata.

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