L’emozione del disgusto nella storia dell’umanità

In questo articolo si spiegheranno sinteticamente i motivi che hanno originato l’emozione del disgusto. Inizialmente si chiarirà che cosa si intende con questo termine. Successivamente si esporrà quale è stato il ruolo e l’importanza del disgusto nel corso dell’evoluzione umana e l’importanza che ha rivestito sia a livello neuroscientifico che a livello culturale.

 Il disgusto: che cos’è?

Per disgusto si indica un’emozione suscitata da un qualche stimolo che risulta particolarmente sgradevole ad un individuo e che è spesso associata alla nausea. Il disgusto diventa patologico quando si manifesta nei confronti di uno stimolo normalmente considerato piacevole. Tutti i neuroscienziati la ritengono un’emozione primaria universale perché riscontrabile in tutti gli esseri umani.

Storcere il naso, alzare in modo asimmetrico l’angolo della bocca ed abbassare il labbro inferiore, sono le espressioni facciali associate a questa emozione, gesti spontanei di solito inconsapevoli. Spesso diminuisce anche la temperatura delle mani e si riduce il battito cardiaco.

Esistono più tipi di disgusto, di seguito vengono elencati i principali.

Il cosiddetto “disgusto di base” ovvero la repulsione provata quando qualcosa di velenoso, ad esempio carne marcia o feci, viene avvicinato alla bocca di qualcuno. Quest’ultimo indietreggia, prova nausea ed emette suoni associati al vomito.

Il “disgusto da contaminazione”, definito dagli psicologi “disgusto da violazione del corpo-guscio”, quando si ha una sensazione di paura di essere contaminati da qualcosa o da qualcuno nelle vicinanze. Per esempio se ci si trova in un luogo che non viene pulito da anni, in questi casi si è riluttanti, disgustati al pensiero di sedersi o toccare qualcosa nel timore di venire infettati. Un altro esempio di questa tipologia di disgusto è la vista di una bocca spalancata con filamenti di saliva e cibo appiccicoso oppure la vista di una mosca in un piatto da mangiare.

Il “disgusto per somiglianza”, ovvero la repulsione per associazione con oggetti che si ricordano disgustosi.

Il disgusto “moralità-germi” generato dalla tendenza a considerare la corruzione fisica e quella morale alla pari. Si difende la dignità umana e quella del proprio gruppo di appartenenza al pari di quella del proprio corpo. Ne consegue che solitamente si prova disgusto verso i comportamenti immorali tanto degli altri quanto di sé stessi. Per quanto concerne la propria persona, in particolare la dignità personale è stato dimostrato che se una persona si sente moralmente intatta spesso valuta in maniera ridotta i rischi oggettivi che derivano dai propri comportamenti.

La storica Tiffany Watt Smith definisce “il disgusto del fuori posto”, ciò che contraddice l’abitudine ma non è pericoloso. Ad esempio una pietanza di un Paese straniero la cui alimentazione si basa su cibi totalmente differenti da quelli a cui si è abituati può suscitare disgusto così come un capello in un piatto. Un altro esempio è legato al contesto. Una ferita con del pus può in molte persone suscitare ripugnanza a prescindere dallo scenario mentre per un medico può trattarsi di “pus lodevole” come quando fuoriesce da un’incisione arrecando sollievo al paziente.

Dal punto di vista neuroscientifico

Dal punto di vista evolutivo il disgusto si è originato come reazione difensiva verso alimenti potenzialmente dannosi. Questi sono individuabili per esempio da odori caratteristici come quello emanato dalla carne putrefatta. In questo caso infatti i batteri presenti nei cibi in decomposizione rappresentano un grave pericolo per la salute dell’essere umano, nonostante i meccanismi immunologici attivati per combattere questi batteri. Oltre al cibo esistono altre cose che comportano il rischio di infezioni batteriche e per questo causano disgusto. Per esempio urina, feci, saliva, muco, fluidi sessuali, sangue, corpi in decomposizione e l’eccessiva sporcizia. Anche alcuni animali come scarafaggi, pidocchi, zecche, vermi, mosche, topi e ratti vengono associati ad infezioni.

La funzione protettiva nei confronti di possibili intossicazioni spiega la ragione per cui nelle donne in gravidanza aumenta la sensibilità al disgusto ed agli agenti che lo provocano. Si ipotizza che ciò sia dovuto ad una riduzione immunologica della madre durante la gestazione compensata da un aumento di sensibilità e quindi da una maggiore facilità al disgusto al fine di proteggere la madre ed il feto da possibili sostanze rischiose per la sopravvivenza.

Dal punto di vista neurobiologico la principale area coinvolta in questa emozione è la corteccia insulare. Questa regione cerebrale si attiva in caso di esposizione ad odori e sapori spiacevoli ed anche nel vedere espressioni di disgusto nel viso di altre persone. Spesso l’attivazione della corteccia insulare è accompagnata da una sensazione di nausea.

Dal momento che nel corso dell’evoluzione gli esseri umani hanno imparato che lo stare in gruppo facilita la sopravvivenza, si pensa che l’emozione del disgusto abbia proprio contribuito a questo. Infatti il disgusto è stato anche un mezzo educativo usato per la trasmissione di valori culturali, sociali e di conseguenza anche morali di una certa comunità. Il disgusto è un’emozione che evolutivamente parlando è servita anche a proteggere il proprio gruppo di appartenenza oltre che la dignità personale di un individuo e la dignità del genere umano.

Dal punto di vista culturale

Il disgusto come lo intendiamo oggi è comparso nella storia dell’umanità solo nel Settecento, rendendo obsoleti termini quali “avversione” e “repulsione” morale . La parola disgusto deriva da “gusto”. A rendere popolare questo termine furono soprattutto i filosofi Immanuel Kant e Edmund Burke. Per questi ultimi il disgusto era una reazione principalmente estetica a tutto quanto fosse deforme, sporco, brutto, quindi a tutto ciò che rappresentava l’antitesi alla sensibilità illuminista. Nel giro di pochi decenni il temine “ripugnanza” diventò obsoleto ed antico mentre quello di “disgusto” venne usato da chi voleva sembrare una persona erudita e di classe. Da quel momento il disgusto divenne un concetto molto ampio, applicato ad ogni cosa apparisse fuori posto in un determinato contesto quindi sia ad un oggetto che ad un comportamento inopportuno. Questa parola contiene diverse sfumature e resta tutt’oggi difficile capire esattamente dove inizi e dove finisca e quindi delimitarla concettualmente.

Nei tardi anni Ottanta del Novecento gli psicologi Paul Rozin e Carol Nemeroff fecero un esperimento. Chiesero ai partecipanti se erano disponibili ad indossare un maglione e la maggior parte accettò. A questo punto gli psicologi dissero che il maglione un tempo era appartenuto ad Adolf Hitler. Con l’aggiunta di questa informazione la gran parte dei partecipanti iniziò a fare smorfie, a cambiare posto in maniera da mettere distanza tra loro stessi ed il capo d’abbigliamento, a rifiutarsi di indossare il maglione, apparendo quindi disgustati ed esprimendo repulsione. Con questi risultati i due sperimentatori ipotizzarono che i partecipanti, nella loro immaginazione, temessero di venire contaminati da qualche “hitlerità” e ciò li faceva indietreggiare al solo pensiero. Questo è un chiaro esempio di influenza culturale. In questi casi il disgusto diventa qualcosa di incontrollabile che influenza anche i giudizi morali ed estetici al di là dell’effettiva pericolosità dell’oggetto stesso.

 Conclusioni

In conclusione il disgusto può essere considerata un’emozione che si è evoluta al fine di consentire un adattamento ambientale e culturale agli esseri umani. È un’emozione talmente importante che è stata individuata in tutte le persone, di culture diverse ed al di là delle differenziazioni personali. Per questo, senza che si trasformi in patologia, dovrebbe essere quasi sempre assecondata.

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