Benessere e Crescita

La resa del corpo: quando arrendersi al sentire diventa cura

C’e’ un’immagine che attraversa la psicologia del corpo e gran parte della grande letteratura del Novecento: quella dell’uomo che, per anni, ha cercato di risolvere tutto con la testa, e che a un certo punto si arrende al proprio corpo. Non come sconfitta, ma come ritorno a casa. Non e’ un caso che uno dei […]

Giornale di psicologia — La resa del corpo: quando arrendersi al sentire diventa cura

C’e’ un’immagine che attraversa la psicologia del corpo e gran parte della grande letteratura del Novecento: quella dell’uomo che, per anni, ha cercato di risolvere tutto con la testa, e che a un certo punto si arrende al proprio corpo. Non come sconfitta, ma come ritorno a casa. Non e’ un caso che uno dei testi fondamentali di Alexander Lowen, padre dell’analisi bioenergetica, si intitoli proprio Arrendersi al corpo.

D.H. Lawrence lo scriveva con parole che sembrano una diagnosi: “La vita del corpo e’ la vita delle sensazioni e delle emozioni. Il corpo prova vera fame, vera sete, vera gioia, vera ira, vero dolore, vero amore. Tutte le emozioni appartengono al corpo; la mente non fa che riconoscerle.” E’ da qui che vogliamo partire: dall’idea che il sentire non sia un difetto dell’intelligenza, ma la sua radice piu’ onesta.

Che cosa significa “la resa del corpo”

Gli esseri umani tendono a pensare di poter governare ogni cosa con la mente, invece di sentire. Ma il sentire non ha a che fare con la forza o con il controllo. Come ricordava Lowen, e’ solo lavorando su se stessi e sul proprio corpo , lo strumento attraverso cui l’uomo davvero percepisce , che si puo’ aspirare a una vita piu’ sana, piu’ libera, piu’ capace di amore.

“Arrendersi al corpo” non vuol dire abbandonarsi all’istinto senza pensiero. Vuol dire smettere di trattare il corpo come un nemico da disciplinare e iniziare ad ascoltarlo come una fonte di informazioni preziose: dove si blocca il respiro, dove si irrigidisce la mascella, dove il dolore chiede semplicemente di essere riconosciuto. E’ una resa che cura, perche’ restituisce alla persona la sua interezza.

Il corpo che ricorda: la lezione di Lowen

Alexander Lowen (1910-2008), psichiatra e allievo di Wilhelm Reich, costrui’ l’analisi bioenergetica intorno a un’intuizione semplice e potente: le emozioni che non riusciamo a esprimere si cristallizzano nel corpo. Possiamo dimenticare l’origine di una vecchia ferita, ma il corpo non la dimentica. Continua a raccontarla attraverso le tensioni croniche, le spalle chiuse, il bacino rigido, il respiro trattenuto.

Per sciogliere questi blocchi, secondo Lowen, non basta capire con la mente: bisogna anche lavorare sul corpo, per recuperare il vero piacere di vivere. E proprio qui entra in gioco la resa: Lowen raccontava di aver imparato che, quando si concedeva di sentire il dolore lasciandolo emergere, riusciva finalmente a comprendere la tensione che lo alimentava. L’apertura, non la chiusura, era la via.

Perche’ “sentire” non e’ una debolezza

Nella nostra cultura, “essere razionali” gode di buona stampa, mentre “lasciarsi andare” sembra quasi un cedimento. Eppure la psicologia del corpo ribalta questa gerarchia: le emozioni non sono rumore da zittire, sono dati. La rabbia segnala un confine violato, la tristezza una perdita da elaborare, la tenerezza un legame che conta. Negarle non le elimina, le sposta soltanto , spesso nel corpo, sotto forma di sintomo.

La letteratura come palestra del corpo negato

Lo stesso conflitto tra mente e corpo, tra ideale e reale, ha attraversato la grande letteratura. Tre romanzi, in particolare, raccontano la fatica dell’uomo diviso tra spirito e carne restituendo umanita’ a una figura che la tradizione aveva reso quasi incorporea: quella di Gesu’.

Un anno prima di morire, D.H. Lawrence scrive L’uomo che era morto: un racconto in cui un uomo crocifisso si risveglia dal proprio martirio. Libero da ogni missione, amareggiato dalla folla che lo aveva adorato, scopre nel risveglio una possibilita’ inattesa: rinascere semplicemente come essere umano. Nel silenzio percepisce le vibrazioni del corpo rinato, la gratitudine per la donna che lo accudisce, il richiamo dei piaceri semplici. Si arrende a se stesso e alla vita del corpo, e capisce che la vera resurrezione e’ il ritorno alla natura delle cose.

Nel 1954 e’ la volta de L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis, condannato dalla Chiesa cattolica. Lo scrittore greco immagina un Dio che non e’ rifugio ne’ consolazione, ma chiamata: “Tu non sei uno schiavo, ne’ un giocattolo nelle mie mani. Sei il mio compagno nella battaglia.” Un grido che invita l’uomo a riprendersi la propria dignita’, la propria capacita’ di giudizio e le proprie responsabilita’.

Nel 1992 il premio Nobel Jose’ Saramago pubblica Il Vangelo secondo Gesu’ Cristo, accolto da accuse di blasfemia tanto dure da spingerlo a lasciare il Portogallo. Il suo Gesu’ e’ umano fin troppo: vulnerabile, smarrito, in conflitto tra la propria carne e le aspettative paterne, con la sensazione finale di essere stato immolato a un disegno deciso da altri. “E’ meglio non azzardare giudizi morali assoluti”, scrive Saramago, “perche’ arrivera’ sempre il giorno in cui la verita’ diventera’ menzogna e la menzogna si trasformera’ in verita’.”

Tre opere diverse, un’unica intuizione: la rimozione del corpo e’ una ferita, individuale e culturale. Negare la carne, la sessualita’, la fragilita’ non rende piu’ spirituali: rende soltanto piu’ divisi.

Eraclito e Jung: l’enantiodromia, ovvero come l’eccesso genera il suo contrario

C’e’ una legge antica che spiega bene questo fenomeno. Eraclito la riassumeva cosi’: “Cio’ che si oppone conviene, e dalle cose che differiscono si genera l’armonia piu’ bella.” Carl Gustav Jung riprese questa idea e la chiamo’ enantiodromia, dal greco enantios (opposto) e dromos (corsa): la “corsa nel proprio contrario”.

Il principio e’ questo: quando la coscienza si spinge in modo troppo unilaterale verso un solo polo , per esempio la sola purezza, il solo controllo, la sola spiritualita’ senza corpo , il polo opposto, inascoltato, finisce per irrompere dall’inconscio con altrettanta forza, per ristabilire l’equilibrio. Non e’ una patologia: e’ un meccanismo naturale di autoregolazione della psiche, che tende sempre a integrare le sue parti opposte.

Restituire corpo, sessualita’ e umanita’ a cio’ che la cultura aveva reso astratto e’, in questo senso, un gesto sano sul piano psicologico. E’ il movimento attraverso cui cio’ che abbiamo represso torna a chiedere ascolto , ed e’ lo stesso movimento che, in terapia, riporta a galla un’emozione sepolta da anni.

Dalla pagina alla vita: che cosa portarci a casa

Non serve essere lettori di Lawrence o pazienti di un terapeuta bioenergetico per riconoscere questa dinamica. La “resa del corpo” e’ qualcosa che possiamo praticare ogni giorno, con piccoli gesti di ascolto:

  • Notare il respiro quando ci sentiamo in tensione: spesso lo tratteniamo senza accorgercene.
  • Dare un nome alle emozioni invece di razionalizzarle subito: “sono in collera”, “sono triste”, “ho paura”.
  • Concedersi il movimento: camminare, ballare, stare al sole, ritrovare il piacere semplice del corpo.
  • Smettere di giudicare il sentire come una debolezza, e iniziare a leggerlo come un’informazione.

Arrendersi al corpo non significa rinunciare alla mente. Significa rimetterli in dialogo, restituire all’esperienza la sua interezza. E’, forse, la forma piu’ onesta di liberta’: smettere di delegare altrove la paura di noi stessi e tornare ad abitare, finalmente, la vita che gia’ sentiamo nelle ossa.

Domande frequenti sulla resa del corpo

Che cosa significa “arrendersi al corpo” in psicologia?

Significa smettere di controllare e reprimere le sensazioni fisiche ed emotive e iniziare ad ascoltarle. Nell’analisi bioenergetica di Alexander Lowen, la “resa” non e’ passivita’, ma un atto di apertura che permette di sciogliere le tensioni croniche e recuperare il piacere di vivere.

Chi era Alexander Lowen e cos’e’ l’analisi bioenergetica?

Alexander Lowen (1910-2008) era uno psichiatra americano, allievo di Wilhelm Reich, fondatore dell’analisi bioenergetica. Questo approccio sostiene che le emozioni non espresse si fissano nel corpo come tensioni muscolari, e che lavorando insieme su corpo e mente si possano sciogliere quei blocchi.

Che cos’e’ l’enantiodromia di Jung?

E’ la tendenza, descritta da Carl Gustav Jung riprendendo Eraclito, per cui ogni atteggiamento spinto a un estremo genera col tempo il suo opposto. Quando la coscienza diventa troppo unilaterale, l’inconscio fa emergere il polo trascurato per riportare la psiche in equilibrio.

Perche’ reprimere le emozioni fa male al corpo?

Perche’ le emozioni non espresse non spariscono: tendono a tradursi in tensioni fisiche, respiro bloccato, sintomi psicosomatici. Riconoscere e dare un nome a cio’ che sentiamo e’ il primo passo per non lasciare che il malessere si sedimenti nel corpo.

Come si puo’ iniziare ad ascoltare di piu’ il proprio corpo?

Con piccoli gesti quotidiani: osservare il respiro nei momenti di stress, dare un nome alle emozioni invece di razionalizzarle, concedersi movimento e contatto con la natura, e sospendere il giudizio sul “sentire”. Se il disagio e’ intenso o persistente, e’ utile rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta.

Arrendersi al corpo non e’ rinunciare alla mente: e’ rimetterle in dialogo. Le emozioni non espresse non spariscono, si depositano come tensioni fisiche; ascoltarle, nominarle e concedersi il movimento e’ il modo piu’ onesto per tornare ad abitare la vita che gia’ sentiamo nelle ossa.
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