Una ragazza di sedici anni che si taglia i capelli per non piacere a nessuno. Una figlia che smette quasi di mangiare per dire no a un matrimonio deciso da altri. Una donna senza istruzione formale che, in pochi anni, finisce per scrivere a papi e signori d’Europa con un’autorevolezza disarmante. Prima di essere una santa e un dottore della Chiesa, Caterina da Siena (1347-1380) è stata una personalità fuori scala: determinata, ribelle, tormentata, capace di leggere l’animo umano come pochi. Ed è proprio questo lato che la rende affascinante anche per chi guarda alla sua storia con strumenti psicologici, non solo religiosi.
In questo articolo proviamo a conoscerla come faremmo con un personaggio complesso: la sua biografia essenziale, il nodo del digiuno estremo (la cosiddetta “anoressia mirabilis”), il suo rapporto con la famiglia e con la propria identità di donna, e infine il motivo per cui le sue lettere vengono ancora oggi chiamate, non a caso, l’opera di una “psicologa”.
Chi era Caterina da Siena: una vita brevissima e intensa
Caterina nasce a Siena nel 1347, nel rione popolare di Fontebranda, venticinquesima figlia del tintore Jacopo di Benincasa e di Lapa. Ha una sorella gemella, Giovanna, che muore poche settimane dopo la nascita: un dettaglio piccolo ma significativo, perché segna fin dall’inizio la sua storia con il tema della perdita.
Secondo le fonti agiografiche, già a sei anni ha la prima visione e fa voto di verginità. Da adolescente entra tra le “Mantellate”, le terziarie domenicane: non monache di clausura, ma donne che vivono una vita religiosa restando nel mondo. È una scelta importante, perché le permette di non chiudersi tra quattro mura e, più tardi, di muoversi, parlare, scrivere.
Negli ultimi dieci anni di vita (1370-1380) detta circa trecento lettere a destinatari di ogni tipo: papi, sovrani, mercanti, carcerati, familiari. Diventa mediatrice di pace tra famiglie e città in lotta e arriva a influire sulle vicende della Chiesa del suo tempo. Muore a Roma a soli 33 anni, nel 1380. Nel 1970 Paolo VI la proclama dottore della Chiesa: è tra le prime donne, insieme a Teresa d’Avila, a ricevere questo titolo.
Una donna di parola in un’epoca che le chiedeva silenzio
Per capire la sua forza, va ricordato il contesto: nel Trecento le possibilità di autodeterminazione di una donna erano minime. Il destino “normale” era il matrimonio combinato e la maternità. Caterina costruisce invece, pezzo dopo pezzo, un’identità autonoma. Sceglie un percorso che non prevede né un marito né un convento tradizionale, e lo difende con un’ostinazione che molti intorno a lei faticano a comprendere.
Il digiuno estremo e l'”anoressia mirabilis”
Il tratto più discusso della sua vicenda è il rapporto con il cibo. Caterina digiuna in modo sempre più severo, fino a un’inappetenza quasi totale negli ultimi anni. Le fonti raccontano che a volte masticava il cibo per poi rifiutarlo. Questo comportamento ha alimentato, nel Novecento, una lettura psicologica nota come anoressia mirabilis (anoressia “miracolosa”), un fenomeno osservato in diverse mistiche medievali.
Lo storico americano Rudolph Bell, nel saggio La santa anoressia (1985, edizione italiana Laterza), ha analizzato circa cento figure religiose dal Duecento al Novecento, leggendo il rifiuto del cibo come un meccanismo psicologico simile a quello dell’anoressia moderna: un modo, per ragazze schiacciate da un ruolo già scritto, di affermare sé stesse sottraendosi all’unico destino previsto, quello di moglie e madre.
Controllo, identità e ribellione
Letto così, il digiuno non è solo penitenza: è una forma di controllo sull’unico spazio rimasto davvero proprio, il corpo. In un’epoca in cui quasi tutto, per una donna, era deciso da altri, smettere di mangiare diventava un linguaggio: un modo per dire “questa scelta è mia”. Non a caso il digiuno più estremo di Caterina coincide con il momento in cui la famiglia tenta di farla sposare.
Perché gli studiosi invitano alla prudenza
Attenzione, però, a non trasformare una santa medievale in una “paziente” di oggi. La medievista Caroline Walker Bynum ha criticato la lettura troppo clinica: nell’anoressia contemporanea c’è una componente individualistica e legata all’immagine corporea che nel mondo di Caterina, almeno a livello consapevole, non esiste. Il suo digiuno nasceva dentro una cultura simbolica in cui il cibo, l’eucaristia e il corpo avevano significati spirituali precisi. In altre parole: possiamo usare la psicologia per comprendere meglio la sua esperienza, non per ridurla a una diagnosi. È una distinzione importante anche per noi oggi, quando siamo tentati di “diagnosticare a distanza” personaggi pubblici o storici.
Famiglia, conflitto e il “no” che fonda un’identità
Il rapporto con i genitori è un capitolo cruciale. La madre Lapa, donna concreta e volitiva, non capisce le scelte estreme della figlia e, dopo la morte di un’altra figlia, spinge per un matrimonio vantaggioso con un vedovo. Caterina resiste: si taglia i capelli, intensifica il digiuno, ribadisce il voto fatto da bambina. Il conflitto è durissimo.
Eppure, ed è questo il dettaglio psicologicamente più interessante, il legame affettivo non si spezza. Lapa resterà vicina alla figlia per tutta la vita, accompagnandola perfino nei viaggi. La vicenda di Caterina non è quella di una rottura, ma di una differenziazione: il faticoso processo, di cui parla anche la psicologia familiare, con cui una persona afferma chi è senza dover cancellare i propri legami.
La “psicologa di Dio”: le lettere e la conoscenza dell’animo
C’è un’altra ragione per cui Caterina interessa chi si occupa di mente e relazioni: la sua straordinaria capacità di capire le persone. Le sue lettere sono state definite l’opera di una “psicologa” perché sa adattare il tono a ogni destinatario, cogliere paure e desideri nascosti, incoraggiare e insieme richiamare.
Al centro del suo pensiero c’è un’idea sorprendentemente moderna: la “conoscenza di sé”. Per Caterina non si può crescere, né spiritualmente né umanamente, senza guardarsi dentro con sincerità. Usa l’immagine della “cella interiore”: uno spazio mentale che ci portiamo dentro e in cui possiamo rientrare ovunque ci troviamo. Tradotta in termini contemporanei, è una pratica vicina all’introspezione e alla consapevolezza interiore: fermarsi, osservare le proprie emozioni, riconoscere ciò che ci muove davvero.
Visioni, estasi e corpo provato
Le esperienze mistiche di Caterina, estasi e svenimenti, vanno lette nel loro contesto, ma anche con realismo: erano favorite dalla combinazione di digiuno prolungato, sonno scarso, fatica e tensione emotiva. Condizioni che, lo sappiamo oggi, alterano profondamente la percezione. Riconoscerlo non sminuisce la sua esperienza interiore: aiuta a tenere insieme due piani, quello spirituale e quello del corpo, senza schiacciarne uno sull’altro.
Perché Caterina parla ancora a noi
Al di là della fede, la figura di Caterina da Siena tocca temi profondamente attuali: il bisogno di trovare una voce propria, la fatica di affermare la propria identità dentro le aspettative altrui, il rapporto complicato tra mente e corpo, il potere e i rischi del controllo. La sua storia ci ricorda che ogni vita umana, anche la più lontana nel tempo, può essere uno specchio in cui leggere qualcosa di noi.
Domande frequenti su Caterina da Siena
Chi era Caterina da Siena?
Caterina da Siena (1347-1380) fu una mistica e terziaria domenicana, figura religiosa e politica di grande rilievo nel Trecento. Autrice di circa trecento lettere e del Dialogo della divina provvidenza, è patrona d’Italia e d’Europa e, dal 1970, dottore della Chiesa.
Perché si parla di “anoressia” a proposito di Caterina?
Perché il suo digiuno estremo è stato letto da alcuni studiosi, in particolare Rudolph Bell, come una forma di “anoressia mirabilis”: un modo di affermare la propria identità rifiutando un ruolo imposto. Altri studiosi, come Caroline Walker Bynum, invitano alla prudenza: non è corretto applicare senza filtri una diagnosi moderna a un’esperienza nata in un contesto culturale e religioso diversissimo.
Che cos’è la “conoscenza di sé” in Caterina?
È l’idea, centrale nel suo pensiero, che non si possa crescere senza guardarsi dentro con sincerità. Caterina la rappresenta con l’immagine della “cella interiore”, uno spazio mentale sempre disponibile: un’intuizione vicina a ciò che oggi chiamiamo introspezione e consapevolezza.
Perché le sue lettere sono così importanti?
Perché rivelano una straordinaria capacità di comprendere le persone e di adattare il proprio linguaggio a ciascun destinatario, dai papi ai carcerati. Per questo Caterina è stata definita una “psicologa” ante litteram, oltre che una donna di rara intelligenza relazionale.
Caterina da Siena soffriva davvero di un disturbo psicologico?
Non è possibile fare diagnosi sul passato. Possiamo usare la psicologia per comprendere meglio la sua esperienza, ma applicare etichette cliniche a una persona vissuta sette secoli fa è metodologicamente scorretto. La sua resta una personalità complessa, irriducibile a un’unica chiave di lettura.
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