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Attaccamento disorganizzato: cos’è, come riconoscerlo e come guarire

Ci sono persone che desiderano la vicinanza con tutta se stesse e, nello stesso istante, ne hanno il terrore. Si avvicinano e poi scappano, cercano affetto e poi lo sabotano, amano qualcuno e al tempo stesso lo temono. Se ti riconosci in questo movimento contraddittorio, potresti aver sperimentato quello che gli psicologi chiamano attaccamento disorganizzato: […]

Giornale di psicologia — Attaccamento disorganizzato: cos’è, come riconoscerlo e come guarire

Ci sono persone che desiderano la vicinanza con tutta se stesse e, nello stesso istante, ne hanno il terrore. Si avvicinano e poi scappano, cercano affetto e poi lo sabotano, amano qualcuno e al tempo stesso lo temono. Se ti riconosci in questo movimento contraddittorio, potresti aver sperimentato quello che gli psicologi chiamano attaccamento disorganizzato: il pattern relazionale più complesso e doloroso fra quelli descritti dalla teoria dell’attaccamento.

In questo articolo vediamo cos’è l’attaccamento disorganizzato, da dove nasce, come si manifesta nei bambini e negli adulti, e soprattutto perché non si tratta di una condanna a vita: con il giusto percorso, si può costruire una nuova sicurezza.

Che cos’è l’attaccamento disorganizzato

La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bowlby e Mary Ainsworth, descrive il legame che ogni bambino costruisce con chi si prende cura di lui. Attraverso la celebre procedura della Strange Situation (la “situazione estranea”), Ainsworth osservò come i bambini reagivano a brevi separazioni e ricongiungimenti con la madre, individuando tre stili “organizzati”: sicuro, insicuro-evitante e insicuro-ambivalente.

Negli anni Ottanta, le ricercatrici Mary Main e Judith Solomon notarono che alcuni bambini non rientravano in nessuna di queste categorie. Nei momenti di stress mostravano comportamenti paradossali e incoerenti: si avvicinavano al genitore con la testa girata dall’altra parte, si bloccavano come congelati, assumevano espressioni stordite o simili a uno stato di trance. Nel 1986 Main e Solomon coniarono per loro una quarta etichetta: attaccamento disorientato/disorganizzato.

La parola chiave è proprio disorganizzazione: questi bambini non riescono a mettere in atto una strategia coerente quando hanno bisogno di conforto. Negli altri stili, anche quelli insicuri, esiste comunque una logica (chi evita, chi si aggrappa). Qui, invece, la strategia crolla.

Da dove nasce: il paradosso della paura senza via d’uscita

Per capire l’origine di questo pattern, Main e Hesse hanno introdotto il concetto di figura di attaccamento “spaventata o spaventante”. Il bambino si trova davanti a un cortocircuito impossibile da risolvere: la stessa persona che dovrebbe proteggerlo e tranquillizzarlo è anche la fonte della sua paura.

Questo accade tipicamente in contesti segnati da:

  • trascuratezza, maltrattamento o abuso;
  • genitori essi stessi traumatizzati, imprevedibili o emotivamente assenti;
  • ambienti familiari instabili, dove l’affetto si alterna a rabbia o spavento;
  • lutti, malattie o eventi traumatici non elaborati dal caregiver.

Il risultato è una contraddizione biologica insostenibile: l’istinto spinge il bambino a cercare vicinanza, ma quella stessa vicinanza segnala pericolo. Non potendo né avvicinarsi né fuggire, il sistema si “disorganizza”. Lo psicologo italiano Giovanni Liotti ha inoltre proposto che questo pattern predisponga, in età adulta, a una maggiore tendenza alle alterazioni dello stato di coscienza e alla dissociazione.

Come si manifesta l’attaccamento disorganizzato nell’adulto

Quel cortocircuito infantile non scompare con la crescita: spesso si trasforma in un modo di stare nelle relazioni. L’adulto con attaccamento disorganizzato vive un’oscillazione costante fra desiderio di intimità e paura dell’intimità stessa.

Segnali tipici nelle relazioni

  • Avvicinamento e fuga: il bisogno di vicinanza convive con l’impulso a respingere o sabotare il legame.
  • Relazioni instabili e intense, con alternanza fra dipendenza estrema e improvvisi bisogni di autonomia totale.
  • Forte ansia di abbandono, ma anche timore di essere “inglobati” dall’altro.
  • Immagine di sé frammentata e negativa, con difficoltà a sentirsi degni di amore.
  • Difficoltà a regolare le emozioni: reazioni intense, sbalzi, sensazione di vuoto.

Cosa accade dentro

A livello psicologico e corporeo possono comparire ipervigilanza cronica (la sensazione di dover sempre stare in allerta), episodi di dissociazione (sentirsi distaccati da sé o dalla realtà) e quella che gli studiosi chiamano coazione a ripetere: la tendenza, spesso inconsapevole, a ricercare relazioni ambigue e disfunzionali che riproducono il copione conosciuto.

Le implicazioni cliniche

La disorganizzazione dell’attaccamento è considerata uno dei principali fattori di rischio per diverse difficoltà psicologiche in età adulta. La ricerca la associa in particolare a una maggiore vulnerabilità verso i disturbi dissociativi, alcuni disturbi di personalità, le difficoltà nella regolazione affettiva e a stati ansiosi o depressivi talvolta resistenti ai trattamenti tradizionali.

È importante chiarire un punto: avere uno stile di attaccamento disorganizzato non significa avere un disturbo psichiatrico. Si tratta di una vulnerabilità, non di una diagnosi, e tantomeno di una colpa. Indica un terreno reso fragile da esperienze precoci difficili, non un destino già scritto.

Si può guarire? La sicurezza si può “conquistare”

La buona notizia, sostenuta dalla ricerca, è netta: l’attaccamento non è immutabile. Gli studiosi parlano di earned security, ovvero “sicurezza acquisita” o conquistata: persone cresciute in contesti difficili che, nel tempo e attraverso esperienze relazionali correttive, sviluppano un attaccamento sicuro da adulte.

I percorsi che favoriscono questo cambiamento includono:

  • Psicoterapia: la relazione con un terapeuta affidabile e coerente può diventare essa stessa un’esperienza emotiva correttiva, un “laboratorio” sicuro in cui sperimentare un legame che non spaventa.
  • Approcci integrati (relazionali, corporei e neurobiologici) e terapie specifiche per il trauma, che lavorano sull’integrazione delle parti di se e sull’ampliamento della cosiddetta “finestra di tolleranza” alle emozioni.
  • Relazioni significative stabili: legami affettivi e amicizie sicure possono offrire, nel tempo, la prova concreta che la vicinanza non è per forza pericolosa.

Il lavoro non consiste nel cancellare il passato, ma nel dargli un senso e costruire, mattone dopo mattone, modalità relazionali fondate su sicurezza, coerenza ed empatia.

Dove chiedere aiuto

Se ti riconosci in questo articolo e ne soffri, rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta è il primo passo concreto. In Italia puoi cercare un professionista iscritto all’Albo degli Psicologi tramite l’Ordine della tua regione. Per il sostegno psicologico esistono inoltre servizi pubblici presso i Consultori e i Centri di Salute Mentale delle ASL. In caso di forte sofferenza o pensieri di farti del male, contatta il Telefono Amico Italia o, in emergenza, il 112.

In sintesi: l’attaccamento disorganizzato nasce quando la figura che dovrebbe proteggere diventa anche fonte di paura, e da adulti si traduce in un’oscillazione tra desiderio di vicinanza e timore di essa. Non è una diagnosi né una colpa, ma una vulnerabilità: con la psicoterapia, le terapie per il trauma e relazioni stabili e affidabili si può conquistare una sicurezza acquisita.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra attaccamento disorganizzato e ambivalente?

Nell’attaccamento ambivalente il bambino ha comunque una strategia coerente: si aggrappa e protesta per ottenere vicinanza. Nel disorganizzato manca proprio una strategia: i comportamenti sono contraddittori e incoerenti perché la figura di attaccamento è vissuta insieme come rifugio e come minaccia.

L’attaccamento disorganizzato è per sempre?

No. La ricerca mostra che lo stile di attaccamento può cambiare grazie a esperienze relazionali correttive e alla psicoterapia. Molte persone sviluppano una “sicurezza acquisita” anche partendo da infanzie difficili.

Quali sono i segnali dell’attaccamento disorganizzato in amore?

I più comuni sono l’oscillazione tra desiderio di intimità e paura di essa, relazioni instabili e intense, forte ansia di abbandono unita al timore di essere soffocati, e la tendenza a sabotare i legami quando diventano profondi.

L’attaccamento disorganizzato è una malattia mentale?

No. È uno stile relazionale e un fattore di rischio per alcune difficoltà psicologiche, ma non una diagnosi. Molte persone con questo stile conducono una vita piena, soprattutto se ricevono un sostegno adeguato.

A chi posso rivolgermi?

A uno psicologo o psicoterapeuta, contattabile tramite l’Ordine degli Psicologi della tua regione, oppure ai servizi pubblici di salute mentale delle ASL e ai Consultori del territorio.

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