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Io sono cittadino del mondo

Nasco in una citta’, studio in un’altra, trovo lavoro all’estero e riparto ancora. La generazione degli “indipendenti” ha imparato a staccare le cinture di sicurezza e a partire senza biglietto di ritorno. Ma quanto pesa davvero la distanza dalle radici, e quanto essere cittadini del mondo ci rende liberi? Dietro il fascino del viaggio senza […]

Io sono cittadino del mondo
Nasco in una citta’, studio in un’altra, trovo lavoro all’estero e riparto ancora. La generazione degli “indipendenti” ha imparato a staccare le cinture di sicurezza e a partire senza biglietto di ritorno. Ma quanto pesa davvero la distanza dalle radici, e quanto essere cittadini del mondo ci rende liberi? Dietro il fascino del viaggio senza fine si nasconde una domanda che accompagna ogni partenza: ne e’ valsa la pena?

Le domande che il viaggiatore non si pone

C’e’ un racconto che molti riconoscono come proprio. Si nasce in un luogo, si studia in un altro, ci si innamora dove capita e ci si trasferisce dove porta l’occasione. Poi arriva un’opportunita’ di lavoro lontana e si accetta. Non ci si sente a proprio agio e si chiede un altro trasferimento. Nel frattempo la madre manca e si torna un po’ a casa, il padre si e’ spostato altrove e lo si raggiunge, una sorella si e’ sposata ed e’ l’unica a sembrare “stabile”. Ogni tappa aggiunge una citta’ alla mappa e sottrae qualcosa al senso di appartenenza.

Nella generazione degli indipendenti in tanti hanno deciso di allentare le “cinture di sicurezza” e partire. L’inseguimento di un benessere sempre maggiore ci ha portati ovunque, con qualunque mezzo e senza un biglietto di ritorno, perlomeno materiale. La possibilita’ di muoversi, che dovrebbe essere una conquista, si trasforma spesso in un interrogativo silenzioso.

Per chi parte, e non sa se tornera’, le domande interiori sono molteplici e generano facilmente una frustrazione che si fatica a spiegare. Non e’ il rimpianto del luogo lasciato, ma qualcosa di piu’ sottile: la sensazione che ogni guadagno di liberta’ porti con se’ una piccola perdita di radicamento.

Alla ricerca della felicita’

Nella societa’ attuale la felicita’ viene spesso identificata con la liberta’. Ma definire la liberta’ e’ difficile e finisce per assumere un contorno filosofico: viene intesa come assenza di limiti. Il paradosso e’ che, senza indicazioni o punti fermi, si rischia di perdersi, e proprio allora la felicita’ sembra allontanarsi.

“La felicita’ e’ una scelta”, “essere felici e’ una abilita’”, “non e’ felice chi piu’ ha, ma chi fa tesoro di cio’ che ha”: frasi che risuonano sui social network, spesso accompagnate dall’immagine di un furgone hippy o di uno zaino enorme visto di spalle. Ci fanno riflettere, ma raramente ci dicono di cosa sia fatta davvero la felicita’.

Dimentichiamo spesso quanto gli affetti contribuiscano a questa ricerca. L’era tecnologica ci permette di restare vicini a chi puo’ rassicurarci, eppure a volte non basta. Poi accade che la felicita’ ci sorprenda: di fronte a un’aurora boreale, alla gentilezza degli abitanti del paese che abbiamo scelto, a un tramonto, ci diciamo “si’, e’ questa la vita che voglio”. In quei momenti la domanda torna a farsi sentire: allora la felicita’, di cosa e’ fatta?

Alla ricerca del benessere

Benessere economico, fisico, morale, psicologico. Ognuno di noi, al momento della partenza, giustifica la propria scelta con una di queste necessita’. A volte una va a discapito dell’altra, ma spesso si conquista davvero cio’ che si cercava. Il benessere non e’ un traguardo unico: e’ un equilibrio mobile, che cambia con le stagioni della vita.

A Genova, nel quartiere di Boccadasse, una targa recita: “Stavo bene e per star meglio mi trovo qua”. Sullo sfondo c’e’ il mare, e la frase fa capire come il benessere sia una ricerca personale, che il contesto puo’ solo arricchire. Non e’ il luogo a renderci soddisfatti, ma il significato che gli attribuiamo. Lo stesso posto puo’ essere approdo per uno e prigione per un altro.

Il feedback dei social network

Felicita’, benessere e liberta’ vengono pubblicati fotograficamente sui social network, per dare un riscontro a chi ci conosce e, forse, per riceverne uno a nostra volta. E’ una risposta implicita alla domanda che ci portiamo dentro: avro’ fatto la scelta giusta? Se susciti un po’ di ammirazione, o forse un po’ di invidia, allora ti convinci che si’, la strada intrapresa doveva essere quella.

Il conforto nasce anche dal fatto che, essendo parte di un network cosi’ social, non ci sentiamo mai del tutto fuori dal mondo di origine. Queste piattaforme funzionano da conferma per il viaggiatore, ma anche da stimolo: le frasi motivazionali accompagnate da immagini da sogno accendono in molti la voglia di partire e di somigliare a chi sembra aver trovato cio’ che quasi tutti cerchiamo. Il rischio e’ scambiare la rappresentazione della felicita’ per la felicita’ stessa.

Partire o scappare, la consapevolezza che manca

Partiamo o scappiamo? Troviamo o perdiamo? Ci avviciniamo o ci allontaniamo? Le domande interiori dei viaggiatori sono molteplici e contrastanti. Chi viaggia prende in mano la propria vita e prova a farne qualcosa di piu’. A volte, pero’, il viaggio e’ anche un perdersi. E spesso cio’ che manca non e’ il coraggio di partire, ma la consapevolezza di cio’ che si sta cercando.

Essere cittadini del mondo e volerne fare parte fino in fondo ha un prezzo: lasciare e perdere le proprie tracce per ritrovarne di continuo di nuove. Il viaggio senza ritorno diventa allora arricchimento e perdita al tempo stesso. La differenza tra un allontanamento e una ricerca non sta nella meta, ma nella lucidita’ con cui la si insegue.

Domande frequenti

Essere cittadini del mondo rende davvero piu’ liberi?

La mobilita’ amplia le possibilita’, ma la liberta’ intesa come pura assenza di limiti puo’ generare disorientamento. Ci si sente piu’ liberi quando la partenza risponde a una scelta consapevole, non quando serve a evitare qualcosa. Senza punti fermi, il rischio e’ confondere la fuga con la conquista.

Perche’ chi viaggia molto prova frustrazione anche in condizioni favorevoli?

Perche’ ogni guadagno di liberta’ comporta una piccola perdita di radicamento. La distanza dagli affetti e dai luoghi di origine lascia un vuoto difficile da nominare, che convive con la soddisfazione per le nuove esperienze.

Che ruolo hanno i social network in questa ricerca?

Funzionano da specchio e da conferma: pubblicare la propria vita serve a ricevere un riscontro che rassicuri sulla scelta compiuta. Allo stesso tempo alimentano nuovi desideri di partenza, mostrando modelli idealizzati che spingono a personificarsi in chi sembra aver “trovato” la felicita’.

Come si trasforma un viaggio in arricchimento anziche’ in fuga?

Attraverso la consapevolezza. Sapere cosa si cerca e cosa si e’ disposti a lasciare rende il movimento una crescita anziche’ una dispersione. Il benessere resta una ricerca personale, che il contesto puo’ solo arricchire.

Il viaggio senza ritorno arricchisce e sottrae allo stesso tempo. Cio’ che distingue una ricerca da una fuga non e’ la meta, ma la consapevolezza con cui si parte: sapere cosa si cerca, cosa si e’ disposti a perdere e riconoscere che il benessere resta una scelta personale, che nessun luogo puo’ garantire al posto nostro.
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