Psicologia e Società

Genitori sindacalisti e docenti baby-sitter

C’è una confusione sempre più diffusa tra il proteggere i figli e l’assecondarli in tutto. Alcuni genitori sembrano scambiare i docenti per baby-sitter al proprio servizio e si ergono a “sindacalisti ad oltranza” delle proprie creature, difendendole anche quando hanno torto marcio. Ma educare non significa viziare: vuol dire l’esatto contrario, cioè aiutare i figli […]

Genitori sindacalisti e docenti baby-sitter
C’è una confusione sempre più diffusa tra il proteggere i figli e l’assecondarli in tutto. Alcuni genitori sembrano scambiare i docenti per baby-sitter al proprio servizio e si ergono a “sindacalisti ad oltranza” delle proprie creature, difendendole anche quando hanno torto marcio. Ma educare non significa viziare: vuol dire l’esatto contrario, cioè aiutare i figli a diventare adulti autonomi e responsabili. In questo articolo proviamo a mettere ordine tra amore, limiti e crescita.

Scuola e famiglia: un’alleanza, non un rapporto cliente-fornitore

Alcuni genitori, che si ritengono “utenti” della “scuola-azienda”, finiscono per considerare i docenti come baby-sitter assunti al loro servizio e alle loro dipendenze. Ma non è così. I doveri di vigilanza sui minori esistono e sono seri, tuttavia non sono tali da giustificare, ad esempio, lunghe attese all’uscita da scuola per accontentare i genitori ritardatari, quelli che se la prendono più comodamente contando sul fatto che qualcuno resterà comunque a sorvegliare.

Il punto di fondo è che scuola e famiglia non sono un rapporto commerciale tra un cliente e un fornitore di servizi. Sono, o dovrebbero essere, un’alleanza educativa: due mondi che collaborano verso lo stesso obiettivo, la crescita del bambino. Quando questa alleanza si incrina, e la famiglia si schiera sistematicamente contro l’istituzione scolastica, a rimetterci non è il docente. È il figlio, che impara una lezione sbagliata: che si può contestare qualsiasi regola, che l’autorità dell’adulto non conta, che avrà sempre qualcuno pronto a coprirlo.

Cosa significa davvero educare

Vale la pena ricordare a molti che “educare” non significa viziare, bensì l’esatto contrario: vuol dire fare in modo che i figli diventino individui autonomi e responsabili, e non tiranni capricciosi e infantili.

Viene allora da chiedersi se siano genitori capaci e maturi coloro che si limitano ad assecondare i propri figli, ergendosi sul piedistallo nel ruolo, errato e improprio, di “sindacalisti ad oltranza” delle loro creature, anche quando hanno torto marcio. Sono pronti e disponibili a esaudire qualsiasi loro richiesta, anzi pretesa, senza esigere nulla in cambio. Concedono tutto e subito, in maniera incondizionata, ma non sanno rendere i figli autonomi, maturi e responsabili, in condizione di far fronte alle avversità della vita. Genitori solo in quanto li hanno generati, ma non li sanno educare, nella misura in cui non riescono a opporgli neppure il rifiuto più blando. Ancor meno sanno infliggere ai propri figli la benché minima punizione per fini educativi, non repressivi né coercitivi.

Non a caso, la stessa nozione di “educare” discende dall’etimo latino “e-ducere”, che significa letteralmente estrarre fuori, emancipare. Non castrare, inibire e opprimere, ma tirare fuori il meglio. Lo sforzo educativo più serio ed efficace equivale proprio a tirar fuori, a far fuoriuscire, la personalità di un adulto che “cova” nel bambino.

Perché il “no” è un atto d’amore

In una cultura che spesso associa l’amore alla concessione e alla generosità materiale, dire di no può sembrare un tradimento dell’affetto. È vero l’opposto. Il rifiuto detto al momento giusto, con calma e coerenza, comunica al bambino un messaggio prezioso: il mondo non ruota attorno a lui, esistono altri bisogni oltre ai suoi, ci sono limiti che valgono per tutti.

Un bambino a cui non viene mai detto di no non impara a tollerare la frustrazione. E la tolleranza alla frustrazione è una delle competenze psicologiche più importanti per la vita adulta: serve per studiare quando si preferirebbe giocare, per aspettare il proprio turno, per accettare una sconfitta senza crollare, per portare a termine un progetto anche quando diventa faticoso. Il genitore che protegge il figlio da ogni piccolo dispiacere, con l’intenzione di amarlo, in realtà lo lascia disarmato di fronte alle difficoltà che inevitabilmente incontrerà.

L’amore per i figli: proteggere non è assecondare

L’amore per i propri figli non significa proteggerli a oltranza e in ogni caso, persino quando sbagliano in modo eclatante. Comporta invece la capacità e la volontà di correggerli, e talvolta di punirli, contro il nostro stesso desiderio istintivo di cura e di protezione.

È questo l’amore intelligente, perché giova al bene e alla crescita psico-emotiva e socio-affettiva dei figli. Serve far comprendere loro che, quando commettono un errore, devono saperne assumere la paternità e la responsabilità personale, e pagarne ogni conseguenza. Altrimenti non diventeranno mai adulti consapevoli e responsabili.

C’è una differenza enorme tra la punizione educativa e quella coercitiva. La prima è proporzionata, spiegata, coerente e finalizzata a far crescere; non umilia, non spaventa, non nasce dalla rabbia dell’adulto. La seconda scarica sul bambino la tensione del genitore e non insegna nulla, se non la paura. Educare significa scegliere la prima e rinunciare alla seconda, un equilibrio delicato che richiede presenza, autocontrollo e chiarezza.

Le conseguenze naturali come strumento educativo

Uno dei modi più efficaci per insegnare la responsabilità è lasciare che i figli sperimentino, nella misura del possibile e in sicurezza, le conseguenze naturali delle proprie scelte. Il bambino che dimentica ripetutamente il materiale scolastico e affronta il piccolo disagio che ne deriva impara molto di più del bambino a cui il genitore corre a portare tutto ciò che manca. Attutire ogni conseguenza significa privare i figli della possibilità di collegare le proprie azioni ai loro effetti, un collegamento senza il quale la responsabilità non può nascere.

Autonomia e responsabilità: il vero obiettivo educativo

Il traguardo dell’educazione non è avere un figlio che obbedisce per timore, né un figlio perennemente soddisfatto in ogni sua richiesta. È avere, un giorno, un adulto capace di reggersi sulle proprie gambe: che sa decidere, sbagliare, rialzarsi, prendersi cura di sé e degli altri.

Per arrivarci, il bambino ha bisogno di regole chiare e di adulti coerenti, in famiglia come a scuola. Ha bisogno di sentire che l’amore dei genitori non dipende dall’esaudirgli ogni capriccio, ma è saldo anche, e soprattutto, quando gli viene detto di no. Solo così potrà interiorizzare il senso del limite e trasformarlo, col tempo, in autodisciplina.

In definitiva, serve educare, non viziare oltremisura i figli. È una fatica quotidiana, meno gratificante nell’immediato rispetto al concedere tutto e subito, ma è l’unica che restituisca, alla lunga, persone libere e responsabili.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra educare e viziare?

Educare significa aiutare i figli a diventare individui autonomi e responsabili, capaci di affrontare le avversità della vita. Viziare è l’esatto contrario: assecondare ogni richiesta, concedere tutto e subito senza esigere nulla in cambio, senza riuscire a opporre neppure il rifiuto più blando. Il primo forma adulti consapevoli, il secondo rischia di crescere tiranni capricciosi e infantili.

Perché dire di no ai figli è importante?

Il no detto al momento giusto insegna che il mondo non ruota attorno al bambino e che esistono limiti validi per tutti. Soprattutto, allena la tolleranza alla frustrazione, una competenza fondamentale per studiare, aspettare, accettare una sconfitta e portare a termine un impegno faticoso. Un bambino a cui non si dice mai di no arriva disarmato di fronte alle difficoltà della vita adulta.

Punire i figli è sbagliato?

Dipende dal tipo di punizione. Quella educativa è proporzionata, spiegata, coerente e finalizzata a far crescere: non umilia e non nasce dalla rabbia. Quella coercitiva scarica sul bambino la tensione dell’adulto e insegna solo la paura. L’amore intelligente comporta la capacità di correggere e, quando serve, di punire per fini educativi, contro il proprio stesso istinto di protezione.

Cosa significa l’etimologia della parola “educare”?

Il termine deriva dal latino “e-ducere”, che significa letteralmente estrarre fuori, emancipare. Educare quindi non vuol dire castrare, inibire o opprimere, ma tirar fuori il meglio: far fuoriuscire la personalità dell’adulto che “cova” nel bambino, accompagnandolo verso l’autonomia e la responsabilità.

Educare non è viziare: è aiutare i figli a diventare adulti autonomi e responsabili. Scuola e famiglia dovrebbero essere alleate, non cliente e fornitore. L’amore intelligente sa dire di no, sa lasciar sperimentare le conseguenze e, quando serve, sa correggere per fini educativi. Dall’etimo “e-ducere”, tirar fuori, discende il senso stesso dell’educazione: far emergere l’adulto capace che cova nel bambino.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.