E se la nostra intelligenza non fosse il frutto di milioni di anni di evoluzione, ma il regalo (o l’esperimento) di esseri venuti dallo spazio? È la promessa seducente di una teoria che torna ciclicamente di moda: gli antichi astronauti che avrebbero “fabbricato” l’essere umano modificandone il DNA. In Italia l’hanno resa popolare il biblista Mauro Biglino e il biologo molecolare Pietro Buffa. Ma cosa c’è di vero? E soprattutto: perché un’idea senza prove storiche riesce comunque ad attrarci così tanto?
Vale la pena rispondere a entrambe le domande. Perché dietro il fascino per gli alieni manipolatori c’è una storia molto più affascinante e ben documentata: quella, reale, di come il nostro cervello è diventato umano.
Cosa sostengono Biglino e Buffa
Nel libro Resi umani (2018) e, prima, ne I geni manipolati di Adamo, i due autori propongono quella che chiamano “ipotesi dell’intervento biogenetico”. In sintesi: alcuni esseri evoluti, gli Elohim citati nell’Antico Testamento, sarebbero stati in carne e ossa (non una divinità spirituale) e avrebbero accelerato la nostra evoluzione manipolando il codice genetico dei nostri antenati. Lo scopo? Avere a disposizione lavoratori abili e disciplinati: una sorta di addomesticamento di lusso.
La teoria si presenta come una “terza via” tra creazionismo ed evoluzionismo. Il problema è che non si appoggia a prove storiche o archeologiche accertate. Si fonda su un’interpretazione letterale di alcuni passi biblici: un’operazione che la comunità scientifica e gli studiosi accademici collocano nell’ambito della paleoastronautica, considerata a tutti gli effetti una pseudoscienza.
Le incongruenze che indeboliscono la tesi
Ci sono almeno due nodi difficili da sciogliere. Il primo è logico: se questi esseri erano dotati di intelligenza superiore, perché ci avrebbero potenziato il cervello al punto da renderci capaci di devastare il pianeta? È la stessa obiezione che da secoli la filosofia rivolge anche al creazionismo — il celebre problema del “libero arbitrio” e del male.
Il secondo nodo è storico: di questi visitatori non esiste traccia concreta. Nessun manufatto, nessun reperto. Eppure, secondo il racconto, avrebbero vissuto centinaia di anni e possedevano una civiltà super-evoluta. Per fare un paragone: l’uomo, appena arrivato sulla Luna nel 1969, ha piantato una bandiera e lasciato una targa d’acciaio. I presunti “manipolatori”, invece, non ci avrebbero lasciato nulla. Dedurne l’esistenza dai versetti dell’Antico Testamento somiglia molto al modo in cui, a posteriori, si fanno dire alle quartine di Nostradamus qualsiasi cosa.
Perché queste teorie ci affascinano: uno sguardo psicologico
Qui entra in gioco la psicologia, ed è forse la parte più interessante. Le teorie sugli antichi astronauti — come i cerchi nel grano o i monumenti “impossibili” — non si diffondono perché sono vere, ma perché toccano corde profonde della nostra mente.
- Il bisogno di significato. L’idea di essere stati “progettati” da qualcuno ci rassicura: è più confortante pensare a un disegno che al caso cieco dell’evoluzione. La nostra mente cerca scopo ovunque.
- La pareidolia dei pattern. Siamo macchine biologiche fatte per riconoscere schemi. Tendiamo a vedere connessioni e intenzioni anche dove ci sono solo coincidenze: un meccanismo utile alla sopravvivenza, ma che ci rende vulnerabili alle spiegazioni cospirative.
- Il fascino dell’ignoto. Il mistero attrae più della verità ordinaria. Una risposta straordinaria (“ci hanno creati gli alieni”) appaga il desiderio di meraviglia molto più di una lenta successione di mutazioni casuali.
- La diffidenza verso le autorità. Sentirsi custodi di una “verità nascosta” che gli scienziati “ufficiali” non vogliono ammettere gratifica il bisogno di sentirsi speciali e fuori dal coro.
Capire questi meccanismi non significa deridere chi ci crede. Significa riconoscere che la spinta a credere nasce da bisogni umani autentici: dare senso alla nostra esistenza e sentirci parte di qualcosa di più grande.
La storia vera è già straordinaria: come il cervello è diventato umano
Il paradosso è che la spiegazione scientifica del nostro “essere sapiens” non ha nulla da invidiare alla fantascienza. È una storia di mutazioni genetiche reali, oggi studiate nei laboratori di tutto il mondo.
Un esempio è il gene ARHGAP11B, presente solo nell’essere umano. È nato circa cinque milioni di anni fa dalla duplicazione parziale di un gene preesistente e ha favorito lo sviluppo di un cervello più grande rispetto a quello dello scimpanzé. Una piccola “svista” genetica che ha avuto conseguenze enormi.
C’è poi il celebre gene FOXP2, legato alla capacità di articolare i movimenti fini del linguaggio: chi ne porta mutazioni ha difficoltà nel parlare. Curiosamente, lo condividiamo con l’uomo di Neanderthal, segno che il linguaggio dipende da molti fattori insieme, non da un solo gene.
Ancora più affascinante: alcune mutazioni che aumentano la neurogenesi nella neocorteccia frontale — la regione del ragionamento superiore — sono presenti nell’Homo sapiens e assenti nel Neanderthal e in tutte le altre specie umane. È in dettagli microscopici come questi che si gioca la differenza tra noi e i nostri “cugini” estinti.
A queste basi genetiche si sono poi aggiunti altri fattori che hanno potenziato le nostre capacità: un’alimentazione più ricca, la vita sociale, lo sviluppo del linguaggio. Non servono visitatori extraterrestri: bastano il caso, il tempo profondo dell’evoluzione e la selezione naturale, che conserva i frutti vantaggiosi e scarta gli altri.
Un’analogia che fa riflettere
C’è un pensiero inquietante che merita di essere condiviso. La stessa mutazione genetica che ci ha resi “sapiens” è, in altri contesti, alla base della proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. La nostra crescita cerebrale, abnorme e rapidissima, ricorda per certi versi quella espansione cieca. È un’analogia spaventosa, che invita a non dare per scontata la “positività” assoluta del nostro sapere e a chiederci che uso ne facciamo — a partire dai danni che infliggiamo alla biosfera.
Cosa tenere e cosa lasciare
La tesi degli Elohim manipolatori, lo abbiamo visto, è di ardua condivisione: nessuna prova, troppe incongruenze. Ma sarebbe ingiusto liquidare tutto. La parte più solida del lavoro di Buffa — quella che indaga davvero le mutazioni nel DNA delle scimmie antropomorfe e della specie umana — è ben più affascinante della cornice “paleoastronautica” in cui è inserita.
Forse è questa la lezione più utile: non abbiamo bisogno di inventare alieni per stupirci. La realtà di come siamo diventati umani — per via di piccole, casuali, straordinarie modifiche genetiche — è già una storia che vale tutte le stelle del cielo.
Domande frequenti
Cos’è la teoria dell’intervento biogenetico di Biglino e Buffa?
È l’ipotesi, esposta nel libro Resi umani, secondo cui alcuni esseri evoluti (gli Elohim dell’Antico Testamento, interpretati come individui in carne e ossa) avrebbero manipolato il DNA dei nostri antenati per accelerarne l’evoluzione. Si presenta come terza via tra creazionismo ed evoluzionismo, ma non si basa su prove storiche o archeologiche accertate.
La teoria degli antichi astronauti è scientificamente valida?
No. La comunità scientifica e gli studiosi accademici la considerano una pseudoscienza, parte della cosiddetta paleoastronautica o pseudoarcheologia. Manca qualsiasi prova materiale e l’interpretazione dei testi antichi su cui si fonda è ritenuta forzata e selettiva.
Cosa ha reso davvero “umano” il nostro cervello?
Una serie di mutazioni genetiche reali. Tra le più studiate ci sono il gene ARHGAP11B (legato alla crescita della corteccia cerebrale, esclusivo dell’uomo) e mutazioni che aumentano la neurogenesi nella neocorteccia frontale, assenti nel Neanderthal. A queste basi genetiche si sono aggiunti alimentazione, vita sociale e linguaggio.
Perché tante persone credono a queste teorie?
Per ragioni psicologiche profonde: il bisogno di trovare un significato e uno scopo nella nostra esistenza, la tendenza naturale a riconoscere schemi e intenzioni, il fascino del mistero e dell’ignoto e il desiderio di sentirsi custodi di una verità nascosta. Sono bisogni umani autentici, anche quando ci portano fuori strada.
Chi sono Mauro Biglino e Pietro Buffa?
Mauro Biglino è uno studioso di storia delle religioni e traduttore di ebraico antico; Pietro Buffa è un biologo molecolare specializzato in bioinformatica. Insieme hanno scritto i libri che divulgano l’ipotesi dell’intervento biogenetico, raggiungendo una certa notorietà in Italia.
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