Questo è il racconto in prima persona di una madre che ha perso una figlia. È una testimonianza, non un manuale: ma proprio per questo può accompagnare chi sta attraversando lo stesso dolore. Intorno alle sue parole abbiamo intrecciato, con discrezione, una cornice psicologica e alcune risorse di aiuto concrete, perché nessuno debba sentirsi solo dopo la perdita più grande.
Il giorno 0
Ci sono degli avvenimenti nella vita che pensi sempre non possano accadere a te. Sai che possono verificarsi, sai che possono succedere, ma agli altri, non a te.
Un lunedì qualunque di un mese qualunque, di un anno qualunque, ti svegli con la convinzione che quel giorno sarà un giorno come tutti gli altri, che ti ritroverai a fare tutte le cose esattamente come il giorno prima e il giorno prima ancora.
Ma il destino, o chi per lui, quel giorno ha in serbo per te un programma diverso: qualcosa che ti piomberà addosso come un macigno, che ti stravolgerà la vita e che, da quel momento, rappresenterà una frattura tra ciò che eri e ciò che sarai. Lo chiamo il giorno 0.
Noi esseri umani siamo abitudinari, viviamo nella nostra zona comfort e difficilmente amiamo i cambiamenti; per questo alcune volte restiamo incastrati, letteralmente, in situazioni che sappiamo essere troppo strette per noi, eppure non abbiamo il coraggio di cambiare, perché i cambiamenti e le novità richiedono sacrificio e anche dolore: per cambiare dobbiamo essere disposti a lasciar morire una parte di noi.
La morte di un figlio è un cambiamento che non dipende da noi, nonostante tutte le attenzioni che possiamo avere. Sebbene la prima domanda che mi sono posta sia stata “perché proprio a me?”, ho capito negli anni che questa è una domanda che non ha una risposta, e il porsi domande senza risposta equivale a continuare a rimanere intrappolati in una gabbia, vittime di un dolore che non sapremo gestire.
Quindi: “È successo”, mi sono detta, “non posso cambiare ciò che è successo, e qualsiasi cosa io decida di fare — se lasciarmi andare, se piangere, se disperarmi, se smettere di mangiare o di vivere — qualsiasi cosa, mia figlia non tornerà mai più”.
Accettare l’evento, accettare l’accaduto, sebbene sia la parte più dolorosa, è il primo passo per imparare a convivere con il dolore.
Cosa accade dentro di noi: capire il lutto per un figlio
La perdita di un figlio è considerata da psicologi e ricercatori uno dei lutti più intensi e disorientanti che un essere umano possa sperimentare, perché ribalta l’ordine naturale delle cose: un genitore non si aspetta di sopravvivere al proprio figlio. Capire che cosa ci accade dentro non toglie il dolore, ma aiuta a non sentirsi “sbagliati” per quello che si prova.
Il lutto non è una scala di tappe da scalare
Si parla spesso delle “fasi del lutto” — negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione — descritte dalla psichiatra Elisabeth Kübler-Ross. È utile conoscerle, ma con un’avvertenza importante: non sono gradini ordinati da salire uno dopo l’altro. Le emozioni vanno e vengono, si mescolano, ritornano. Si può provare rabbia e tenerezza nello stesso giorno, sentirsi quasi sereni e poi sprofondare di nuovo. Tutto questo è normale.
Oscillare tra il dolore e la vita
I modelli più recenti, come il “modello del doppio processo”, descrivono l’elaborazione del lutto come un’oscillazione: ci sono momenti in cui ci si immerge nel dolore e nel ricordo, e momenti in cui ci si rivolge alla vita quotidiana, agli affetti che restano, ai piccoli gesti. Non è un tradimento del figlio perduto concedersi una pausa dal dolore: è il modo in cui la mente impara, lentamente, a portare quel peso senza esserne schiacciata.
Quando il dolore non lascia spazio: il lutto complicato
Per alcune persone il dolore, invece di trasformarsi nel tempo, resta congelato e invadente per mesi o anni, impedendo qualsiasi ripresa della vita: si parla allora di “lutto complicato” o “prolungato”. Non è una colpa né una debolezza, ma un segnale che è il momento di chiedere aiuto a un professionista. Sintomi come l’impossibilità di funzionare nella vita di tutti i giorni, l’isolamento totale, l’abuso di sostanze o farmaci, o pensieri di morte rivolti a sé stessi meritano sempre l’ascolto di uno specialista.
La scelta
Abbiamo sempre una scelta nella vita, anche quando pensiamo che non vi siano alternative. In realtà abbiamo sempre una scelta, solo che a volte è più facile rinunciare che reagire, più facile lasciarsi andare che trovare la forza di tornare a vivere.
Perché vivere — non inteso come la semplice soddisfazione dei bisogni primari — costa fatica, costa sacrificio, costa impegno, costa l’essere disposti a cadere e a fare poi di tutto per rialzarsi. Nulla è facile, nulla è scontato, nulla è regalato.
Se vogliamo essere i protagonisti della nostra vita, se vogliamo vivere consapevolmente, dobbiamo impiegare tutte le nostre energie perché anche quando capitano eventi che ci buttano a terra, come la morte di un figlio, non restiamo immobili a subire un destino crudele, non ci ritroviamo a passare il resto della vita incapaci di provare qualsiasi emozione. Abbiamo la scelta di dare un senso al nostro dolore: proprio perché ai nostri occhi ciò che è accaduto sembra completamente senza senso, noi abbiamo la possibilità di fare del nostro dolore la nostra forza, la nostra energia. Possiamo imparare a vivere come forse non abbiamo mai vissuto; possiamo riscoprire ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi senza accorgercene; possiamo continuare a vivere proprio per amore dei nostri figli, possiamo essere i loro occhi, le loro orecchie, la loro voce; possiamo fare tutto quello che a loro non è stato concesso di fare. Abbiamo la scelta di vivere, per amore e nell’amore che avevamo per i nostri figli.
Io ho scelto di vivere, per mia figlia, per l’amore immenso che ho per lei, perché mia figlia, con la sua morte, mi ha fatto uno dei regali più belli: mi ha insegnato a vivere.
Vivere o sopravvivere?
Quando ai genitori come me si chiede “È possibile vivere dopo la morte di un figlio?”, la maggior parte risponde di no. Ciò che un genitore può fare, dopo la morte del figlio, è sopravvivere.
Alcuni parlano della propria vita, da quel giorno, paragonandola a una sorta di ergastolo, di condanna; per loro la vita è una prigione, una punizione; vivono nell’attesa di raggiungere quel figlio, desiderano la morte, smettono di curarsi. Il pensiero dominante è “mio figlio non c’è più, la vita non ha senso, voglio morire”, e non importa se hanno un marito, una moglie, altri figli: per loro l’amore per quel figlio perduto supera l’amore verso chiunque altro.
Senza rendersene conto, finiscono col chiudersi completamente a qualsiasi cosa bella la vita possa ancora regalare; cadono dalla disperazione dei primi mesi a uno stato di torpore, dove sembra che niente e nessuno conti. Conta solo quel figlio che non c’è più, solo lui; vivono aspettando la morte.
Con il passare del tempo, se non cambiano il loro modo di gestire il dolore, anche le persone che all’inizio sono vicine e dimostrano comprensione finiscono per allontanarsi: non per egoismo o cattiveria, semplicemente perché restare accanto a una persona che emana solo dolore e sofferenza svuota, toglie energie, lascia esanimi.
Questo non vuol dire che bisogna cercare di eliminare il dolore. Il dolore per la morte di un figlio non si può eliminare: per questo io parlo di convivenza con il dolore. E per arrivare a questo, il dolore va attraversato, vissuto, sentito.
Più si rimanda il momento dell’incontro con il dolore, più si cerca di reprimerlo, più quel dolore crescerà dentro di noi fino a occupare tutta la nostra essenza, e ci ritroveremo magari a dover far ricorso agli psicofarmaci che ci tolgano, almeno momentaneamente, quell’enorme sofferenza.
Non è stato facile, per me, arrivare a convivere con il dolore. Spesso mi chiedono se, per arrivare a questo compromesso, io abbia seguito qualche percorso terapeutico. Ho sempre risposto che, se ne avessi sentito la necessità, non avrei esitato a farlo.
La morte di mia figlia mi ha dato l’input per cambiare la mia vita: ho deciso di rimettermi in gioco e ho conseguito, nel 2024, la laurea triennale in scienze e tecniche psicologiche. Non potendo proseguire con la magistrale, per via del tirocinio inconciliabile con il mio lavoro, ho deciso di dedicarmi allo studio delle scienze olistiche e attualmente sto ultimando un percorso di counseling olistico e di operatore naturopatico.
Sono sempre stata convinta che ognuno di noi possieda le risorse per uscire da qualsiasi situazione dolorosa: solo che non sempre abbiamo la consapevolezza di questa capacità.
Tra vivere o sopravvivere, io ho scelto di vivere. Non posso riportare mia figlia qui con me, ma posso scegliere di vivere il resto del tempo che mi è stato concesso, cercando di diventare una persona migliore.
Non sei solo: dove trovare aiuto
Ogni cammino nel lutto è unico, e nessuno deve sentirsi obbligato a percorrerlo nello stesso modo di un altro. Ma chiedere sostegno non è un segno di debolezza: è un atto di cura verso sé stessi e verso chi ci ama. Ecco alcune risorse, gratuite o accessibili, presenti in Italia.
- Il tuo medico di base e i servizi territoriali (ASL): sono il primo punto di accesso per essere indirizzati a uno psicologo o a un consultorio.
- Uno psicologo o psicoterapeuta: un professionista esperto in elaborazione del lutto può accompagnarti, soprattutto se il dolore resta soverchiante a lungo. Cerca figure iscritte all’Albo.
- Gruppi di auto mutuo aiuto (AMA): incontrare altri genitori che hanno vissuto la stessa perdita può dare un sollievo che le parole faticano a descrivere. In molte città italiane esistono gruppi dedicati al lutto genitoriale.
- Associazioni specializzate: realtà come Figli in Cielo e, per la perdita in gravidanza o nei primi giorni di vita, CiaoLapo ETS (fondata dalla psichiatra Claudia Ravaldi) offrono ascolto qualificato e percorsi di mutuo aiuto.
- Telefono Amico Italia: per parlare con qualcuno quando il peso si fa insostenibile, è attivo al numero 02 2327 2327 tutti i giorni dalle 9 alle 24, in modo anonimo e riservato.
In caso di emergenza, se senti di non farcela o hai pensieri di farti del male, chiama il 112 (Numero Unico per le Emergenze) o recati al Pronto Soccorso più vicino. Chiedere aiuto in quel momento può salvarti la vita.
Nota: questo articolo è una testimonianza e un contenuto divulgativo. Non sostituisce in alcun modo il parere di un medico o di uno psicologo.
Domande frequenti sul lutto per la perdita di un figlio
Quanto dura il lutto dopo la perdita di un figlio?
Non esiste una durata “giusta”. Il lutto per un figlio non si conclude con una data: cambia forma nel tempo. Con il passare dei mesi e degli anni, per molti genitori il dolore diventa più sopportabile e si impara a “convivere” con esso, ma ricorrenze, immagini e ricordi possono riportarlo a galla. È del tutto normale.
È normale sentirsi in colpa quando si torna a sorridere?
Sì, moltissimi genitori provano sensi di colpa nei momenti di serenità, come se sorridere tradisse il figlio perduto. Concedersi pause dal dolore non significa amarlo di meno: è il modo naturale in cui la mente impara a sostenere il peso della perdita. Tornare a vivere può essere, esso stesso, un atto d’amore.
Quando è il caso di rivolgersi a uno psicologo?
È utile chiedere aiuto quando il dolore impedisce di funzionare nella vita quotidiana per un tempo prolungato, quando ci si isola completamente, quando compaiono abuso di alcol o farmaci, oppure pensieri di morte rivolti a sé. Anche senza questi segnali, rivolgersi a un professionista è sempre una scelta legittima e di cura.
Come posso aiutare un amico o un parente che ha perso un figlio?
Resta presente, anche in silenzio. Evita frasi che minimizzano (“devi essere forte”, “era destino”) e non avere paura di nominare il bambino o la bambina: spesso i genitori desiderano proprio che il loro figlio venga ricordato. Offri aiuti concreti e continua a esserci anche dopo i primi mesi, quando molti si allontanano.
I gruppi di auto mutuo aiuto funzionano davvero?
Per molte persone sì. Condividere il dolore con chi ha vissuto la stessa perdita riduce il senso di solitudine, permette di esprimere emozioni difficili senza sentirsi giudicati e offre modelli concreti di chi è riuscito, lentamente, a tornare a vivere. Non sostituiscono la terapia, ma possono affiancarla preziosamente.
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