In questo articolo vediamo cos’è la teoria dell’attaccamento di John Bowlby, cosa sono i modelli operativi interni, quali sono gli stili di attaccamento e perché questa cornice si è rivelata così preziosa per chi lavora con le famiglie e con le coppie.
Che cos’è la teoria dell’attaccamento
La teoria dell’attaccamento nasce negli anni Cinquanta dagli studi dello psichiatra inglese John Bowlby. La sua intuizione, all’epoca rivoluzionaria, fu semplice e potente: il bambino cerca la vicinanza della madre (o di chi se ne prende cura) non per un appagamento secondario o per una pulsione sessuale primaria, come sosteneva la psicoanalisi del tempo, ma per un bisogno biologico autonomo di protezione e sicurezza.
Per questa idea Bowlby fu a lungo considerato un “eretico” tra gli psicoanalisti. Oggi sappiamo che aveva visto giusto: cercare conforto in una figura di riferimento quando si ha paura o si soffre è un comportamento innato, scolpito dall’evoluzione perché aumenta le possibilità di sopravvivenza del cucciolo umano.
Bowlby costruì la sua teoria appoggiandosi a due cornici scientifiche allora d’avanguardia: la teoria dei sistemi, secondo cui un insieme di parti interconnesse è “qualcosa di più” della semplice somma di quelle parti, e la cibernetica, con il suo concetto di retroazione. Sono gli stessi presupposti su cui, qualche anno dopo, si sarebbe sviluppata la terapia familiare sistemica: un terreno comune che spiega perché le due prospettive fossero destinate a incontrarsi.
I modelli operativi interni: la mappa invisibile delle relazioni
Il cuore della teoria è il concetto di modelli operativi interni (in inglese Internal Working Models). Sono rappresentazioni mentali che il bambino costruisce a partire dalle migliaia di piccole interazioni quotidiane con chi lo accudisce.
Funziona così: il bambino “fa una domanda” con il pianto, lo sguardo, il bisogno di contatto, e riceve una risposta. Quando la risposta è ripetuta, prevedibile e affettuosa, il piccolo generalizza l’esperienza e si forma due idee fondamentali:
- un’idea di sé: sono una persona degna di amore e di cura, oppure no;
- un’idea dell’altro: gli altri sono affidabili e disponibili, oppure imprevedibili e da cui difendersi.
Questi modelli non riguardano solo il “Sé” e l'”Altro”, ma anche il “Sé-con-l’Altro”: cosa mi aspetto che accada quando mi avvicino a qualcuno, quando chiedo aiuto, quando ho bisogno. Sono strutture relativamente stabili nel tempo e, soprattutto, possono trasmettersi di generazione in generazione: un genitore tende a ricreare, spesso senza accorgersene, lo stile relazionale che ha ricevuto.
Gli stili di attaccamento
A partire dalle prime intuizioni di Bowlby (che distingueva un attaccamento sicuro da uno insicuro), la ricercatrice Mary Ainsworth e poi Mary Main hanno descritto quattro stili principali. Sono modi diversi di “stare in relazione” che nascono dalla qualità delle prime risposte ricevute.
Attaccamento sicuro
Si sviluppa quando il caregiver è presente, coerente e capace di sintonizzarsi sui bisogni del bambino. Il piccolo cerca conforto quando ha paura e poi torna a esplorare il mondo con fiducia. Da adulto, tende a vivere le relazioni come fonte di sostegno, sa chiedere aiuto e sa stare anche nell’autonomia.
Attaccamento insicuro-evitante
Nasce dall’esperienza ripetuta di un adulto distante o poco sensibile. Il bambino impara a non mostrare il bisogno per non rischiare un rifiuto. Da grande può apparire indipendente e poco emotivo, ma spesso fatica a lasciarsi andare nell’intimità.
Attaccamento insicuro-ansioso (o ambivalente)
Si forma quando le risposte del caregiver sono imprevedibili: a volte presente, a volte no. Il bambino resta in allerta, angosciato anche quando l’adulto c’è. Da adulto può vivere le relazioni con il timore costante dell’abbandono e un forte bisogno di rassicurazione.
Attaccamento disorganizzato
È lo stile descritto da Mary Main, tipico delle situazioni in cui la figura di riferimento è al tempo stesso fonte di conforto e di paura. Il bambino si trova in un paradosso senza uscita e mette in atto comportamenti contraddittori. È lo stile più fragile e quello più spesso legato a esperienze sfavorevoli precoci.
È importante ricordare che gli stili non sono “etichette” o diagnosi: sono tendenze, sfumature, e ognuno di noi può riconoscersi in più di una a seconda della relazione e del momento.
Dalla comunicazione all’attaccamento: l’incontro con la terapia familiare
La comunicazione è da sempre il cuore di ogni psicoterapia. Anche nella celebre terapia familiare del Gruppo di Milano, attorno a Mara Selvini Palazzoli, la parola era centrale, ma usata in modo originale. Invece di puntare solo sull’insight (la comprensione consapevole), i terapeuti utilizzavano strumenti come la comunicazione paradossale e la prescrizione del sintomo: una sorta di “alleanza” con il problema per aggirare la naturale resistenza al cambiamento.
In questa visione, il sintomo di una persona non è visto come un difetto individuale, ma come una risposta a un contesto comunicativo disfunzionale. La persona che “porta” il disagio (un tempo chiamata in modo poco felice “paziente designato”, oggi si preferisce parlare di emergenza soggettiva) finisce per farsi carico, a proprio costo, dell’equilibrio dell’intero sistema famiglia.
Qui sta il punto d’incontro con Bowlby. Anche la teoria dell’attaccamento è, in fondo, una teoria sulla comunicazione: sono le ripetute interazioni tra bambino e caregiver, fatte di parole, gesti, tono di voce, contatto fisico e prossimità, a costruire i modelli operativi interni. E poiché questi modelli sono “strutture di relazione”, trovano naturalmente posto in una terapia che guarda alle relazioni anziché ai singoli individui.
Non a caso, già dagli anni Ottanta studiosi italiani come Giovanni Liotti sottolineavano i legami tra teoria dell’attaccamento e modello sistemico-relazionale, all’interno di una cornice più ampia, quella costruttivista (Maturana, Varela, Guidano). Comprendere e poi modificare i modelli operativi interni di una persona significa, per il principio della circolarità, cambiare le sue relazioni e di riflesso l’equilibrio dell’intero sistema familiare.
I modelli interni si possono cambiare?
È la domanda più importante, e la risposta è incoraggiante: sì. I modelli operativi interni si formano nell’infanzia e sono stabili, ma non sono una condanna a vita. La ricerca mostra che possono riorganizzarsi grazie a esperienze relazionali nuove e profondamente significative.
Cosa può favorire questo cambiamento?
- una relazione affettiva stabile, sicura e duratura, capace di smentire le vecchie aspettative;
- eventi di vita con un forte impatto emotivo;
- un percorso di psicoterapia, dove avviene una vera e propria “esperienza emozionale riparativa”.
La terapia familiare e la terapia di coppia lavorano proprio in questa direzione: offrono uno spazio sicuro in cui le mappe relazionali possono essere riconosciute, messe in discussione e gradualmente riscritte. Non si tratta di cancellare il passato, ma di non esserne più prigionieri.
Quando rivolgersi a un professionista
Riconoscersi in uno stile di attaccamento insicuro non significa avere un disturbo. Può però essere utile chiedere aiuto quando le difficoltà relazionali si ripetono e generano sofferenza: paura costante dell’abbandono, incapacità di fidarsi, conflitti familiari che sembrano senza via d’uscita, dipendenza affettiva.
Uno psicoterapeuta abilitato (psicologo-psicoterapeuta iscritto all’Albo) può aiutare a esplorare la propria storia di attaccamento e ad avviare un cambiamento. In Italia, in caso di forte disagio psicologico è sempre possibile rivolgersi al proprio medico di base o ai servizi di salute mentale del territorio. In situazioni di emergenza o crisi acuta, il numero unico per le emergenze è il 112.
Domande frequenti
Chi ha ideato la teoria dell’attaccamento?
La teoria dell’attaccamento è stata formulata dallo psichiatra e psicoanalista inglese John Bowlby a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Fu poi sviluppata sperimentalmente da Mary Ainsworth e arricchita da Mary Main, che individuò lo stile disorganizzato.
Quanti sono gli stili di attaccamento?
Gli stili principali sono quattro: sicuro, insicuro-evitante, insicuro-ansioso (o ambivalente) e disorganizzato. Bowlby aveva inizialmente distinto solo tra attaccamento sicuro e insicuro; le ricerche successive hanno articolato meglio le forme insicure.
Cosa sono i modelli operativi interni?
Sono rappresentazioni mentali che ci costruiamo da bambini sulla base delle interazioni con chi ci accudisce. Riguardano l’idea di sé, l’idea dell’altro e delle relazioni, e funzionano come una mappa che orienta, spesso in modo inconsapevole, il nostro modo di legarci agli altri.
Lo stile di attaccamento può cambiare da adulti?
Sì. Pur essendo stabili, i modelli operativi interni possono riorganizzarsi grazie a relazioni significative e sicure, a esperienze di vita importanti e, in modo particolare, attraverso un percorso di psicoterapia.
A cosa serve la teoria dell’attaccamento in terapia familiare?
Aiuta a comprendere come gli schemi relazionali si trasmettano all’interno della famiglia e tra le generazioni. Lavorando sui modelli operativi interni di una persona, la terapia incide sull’intero sistema di relazioni, in virtù del principio di circolarità della comunicazione.
Bibliografia essenziale
- Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G. e Prata, G. (1975). Paradosso e Controparadosso. Milano: Raffaello Cortina Editore (2003).
- Bruni, F. e Defilippi, P.G. (2007). La tela di Penelope. Origini e sviluppi della terapia familiare. Torino: Bollati Boringhieri.
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.