Psicologia e Società

Dal tempo dell’amore al tempo dell’odio: perché odiamo (anche online)

Insulti, rancore, risse verbali, aggressività gratuita: basta scorrere i commenti di un social network per accorgersi che qualcosa, nel nostro vivere insieme, si è incrinato. C’è chi augura la morte a uno sconosciuto, chi esulta per la malattia di un personaggio pubblico, chi trasforma ogni discussione in una gogna. Da dove nasce tutto questo odio? […]

Dal tempo dell’amore al tempo dell’odio: perché odiamo (anche online)
Insulti, rancore, risse verbali, aggressività gratuita: basta scorrere i commenti di un social network per accorgersi che qualcosa, nel nostro vivere insieme, si è incrinato. C’è chi augura la morte a uno sconosciuto, chi esulta per la malattia di un personaggio pubblico, chi trasforma ogni discussione in una gogna. Da dove nasce tutto questo odio? E soprattutto: è davvero la nostra natura, oppure possiamo fare qualcosa?
Ne abbiamo parlato con il professor Guido Brunetti, autore di numerosi libri e saggi nei campi delle neuroscienze, della psichiatria e della psicoanalisi, raccogliendo la sua riflessione e mettendola in dialogo con ciò che la ricerca psicologica più recente ci dice sull’odio, sull’invidia e sul fenomeno degli haters.

L’essere umano tra amore e odio: un dualismo antico

“Gli esseri umani, afferma Brunetti, sono una combinazione di amore e odio, bene e male, egoismo e altruismo, miseria e nobiltà. È un processo dialettico tra passioni disgregatrici, l’odio, e passioni aggreganti, l’amore: un dualismo perenne tra pulsioni di vita, eros, e pulsioni di morte, thanatos. Un fatto che è alla base della nostra esistenza.”

È la stessa tensione che la poesia ha colto da sempre. Catullo la condensò in due parole rimaste celebri: “odio e amo: perché? Non so, ma sento che accade, e ne sono torturato”. L’odio, scriveva D’Annunzio, è paradossalmente un sentimento che accomuna due creature umane, le lega l’una all’altra come fa, a suo modo, l’amore.

Quando l’odio dilaga: il web come amplificatore

“L’odio dilaga sul web, sulla stampa e in politica, osserva Brunetti, favorendo un processo di imbarbarimento fatto di violenza, rabbia senza ritegno, impulsività, volgarità e turpiloquio. È il comportamento di milioni di anonimi rancorosi che, sui social network, attraverso un tripudio di odio, razzismo, omofobia e sessismo, avvelenano la coscienza, in particolare quella dei bambini e dei più fragili, incitando alla violenza verbale e fisica.”

Lo abbiamo visto in casi che hanno fatto discutere: dall’ondata di messaggi feroci comparsi in rete in occasione del malore e dell’operazione di un presidente del Consiglio, fino agli sciacallaggi contro figure stimate come l’oncologo Umberto Veronesi alla notizia della sua morte. “Sembra al tramonto, commenta Brunetti, l’era della ragione, del vivere civile, del rispetto, dell’autocontrollo: con l’infausta prospettiva di un lento passaggio dall’era dell’amore all’era dell’odio.”

La ricerca psicologica spiega perché proprio la rete amplifica tutto questo. L’anonimato, la distanza fisica dall’altro, l’assenza dello sguardo e del volto riducono il senso di responsabilità e abbassano i freni inibitori: è il fenomeno che gli studiosi chiamano disinibizione online. Dietro uno schermo, comportamenti che nella vita reale ci vergogneremmo di tenere diventano facili, persino contagiosi.

Le radici neurobiologiche dell’odio e dell’invidia

“Sono sentimenti emozionali ancestrali, spiega Brunetti, con complesse radici neurobiologiche, che possono condurre ad azioni dannose, distruttive e autodistruttive. Sono emozioni regolate da alcune regioni cerebrali e da delicati sistemi neuronali. Un dato importante che emerge dalla ricerca è che il sistema dell’odio e della collera esiste in tutti i cervelli dei mammiferi: un’esperienza apparentemente universale.”

In altre parole, la capacità di provare rabbia e aggressività è iscritta nella parte più antica del nostro cervello, quella che presiede agli istinti di sopravvivenza. Ma “provare” non significa “agire”: più comprendiamo i meccanismi che stanno alla base di queste passioni, sottolinea Brunetti, più possiamo riconoscerle e governarle, invece di esserne governati.

Esiste poi una zona d’ombra ulteriore. “Tra gli esseri umani, ricorda lo studioso, ci sono egocentrici, narcisisti, sociopatici e psicopatici. Ci sono soggetti che provano un piacere patologico nel danneggiare gli altri.” È la Schadenfreude, la gioia maligna per il male altrui. Non a caso, la psicologia contemporanea ha individuato nei tratti della cosiddetta Triade Oscura, narcisismo, machiavellismo e psicopatia, alcuni dei predittori più forti del comportamento dell’hater, insieme al livello di frustrazione, all’invidia e a una bassa soddisfazione per la propria vita.

Chi odia, in fondo, sta male

È forse l’aspetto più illuminante. “Il rancore, dice Brunetti, è il sintomo di un sentimento d’inferiorità.” Gli studi confermano che chi aggredisce in rete tende a passare molto tempo online, a svolgere poche attività gratificanti nella vita reale e a covare un’insoddisfazione profonda. Il successo o la felicità altrui diventano insopportabili e si trasformano in attacco. L’invidia, da sempre, sta a metà tra eros e thanatos: è desiderio frustrato che si rovescia in distruzione.

Le conseguenze sul corpo e sulla mente

Odiare non fa male solo a chi viene colpito, ma anche a chi odia. “Manifestare sentimenti di odio, invidia e aggressività, avverte Brunetti, implica serie conseguenze biologiche e mentali. Il corpo si riempie di ormoni dello stress, la pressione sanguigna aumenta, il sistema immunitario s’indebolisce. Si possono sviluppare ansia, depressione, frustrazione e sentimenti di colpa.”

È la conferma di un’antica intuizione morale: danneggia se stesso chi danneggia altrui, scriveva già Esiodo. L’azione maligna reca danno soprattutto a chi l’ha compiuta. Dal lato di chi subisce, invece, l’esposizione continua all’odio online può generare ansia, attacchi di panico, cali dell’autostima e, nei casi più gravi, pensieri depressivi: per questo non va mai sottovalutata.

Che cosa possiamo fare

La domanda decisiva resta: come si neutralizzano questi sentimenti? La risposta di Brunetti guarda lontano, all’educazione. “Occorre realizzare modelli educativi e comportamentali che recuperino i sistemi morali, a partire dall’infanzia. È fondamentale trasmettere valori come il rispetto della vita, degli uomini, degli animali, delle cose, del vivere insieme, dell’onestà, della verità e della giustizia. In mancanza di queste strutture etiche, tutto diventa lecito.”

Per chi, oggi, si trova esposto in prima persona all’odio digitale, la psicologia suggerisce alcune strategie concrete:

  • Non alimentare la reazione. L’hater cerca una risposta emotiva: rispondere con rabbia significa dargli esattamente ciò che vuole. Spesso il silenzio è la replica più forte.
  • Usare blocco e segnalazione. Tutte le piattaforme offrono strumenti per limitare i contatti tossici e segnalare i contenuti che incitano all’odio. Non è debolezza: è cura del proprio spazio.
  • Ricordare che il problema non sei tu. L’aggressività dell’altro parla quasi sempre del suo disagio, non del tuo valore.
  • Chiedere aiuto. Se l’odio ricevuto diventa persecutorio o intacca il tuo benessere, parlarne con persone di fiducia o con un professionista è un passo di forza, non di resa.

Per Brunetti, in fondo, vincere l’odio e l’invidia significa “creare in sé una sensazione di liberazione, uno stato di tranquillità dello spirito”. Un cammino sostenuto dalla parte più evoluta del nostro cervello e dall’amore del bello e del vero. Rinunciare alla dimensione umana, conclude, sarebbe, d’accordo con altri autori, “un crimine, la morte della storia”.

L’odio non e un’invenzione del web: e una pulsione antica, iscritta nel cervello di tutti i mammiferi, l’altra faccia dell’amore in quel dualismo tra eros e thanatos che attraversa l’esistenza umana. La rete pero lo amplifica, perche anonimato e distanza abbassano i freni inibitori. Eppure chi odia, in fondo, sta male: il rancore e spesso il sintomo di un sentimento di inferiorita, e odiare danneggia prima di tutto chi odia. Comprendere questi meccanismi e il primo passo per governarli, invece di esserne governati.

Domande frequenti

Perché le persone diventano così aggressive sui social?

Sui social agiscono tre fattori principali: l’anonimato, la distanza fisica dall’interlocutore e l’assenza dello sguardo dell’altro. Insieme producono la cosiddetta disinibizione online, che abbassa i freni morali. A questo si aggiungono, in chi odia in modo sistematico, frustrazione personale, invidia e bassa soddisfazione per la propria vita.

L’odio è davvero parte della natura umana?

La capacità di provare rabbia e aggressività è radicata nelle aree più antiche del cervello ed è comune a tutti i mammiferi. Ma provare un’emozione non significa doverla agire: comprendere e riconoscere queste pulsioni è il primo passo per governarle attraverso l’educazione, l’empatia e l’autocontrollo.

Chi sono gli haters dal punto di vista psicologico?

Gli studi associano il comportamento dell’hater ai tratti della Triade Oscura, narcisismo, machiavellismo e psicopatia, uniti a frustrazione, invidia e insoddisfazione esistenziale. Chi attacca in rete spesso sta vivendo un disagio profondo: il rancore, come ricorda il professor Brunetti, è un sintomo di un sentimento di inferiorità.

Odiare fa male anche a chi odia?

Sì. Coltivare odio, invidia e rabbia aumenta gli ormoni dello stress e la pressione sanguigna, indebolisce il sistema immunitario e può favorire ansia, depressione e sensi di colpa. Il danno, paradossalmente, ricade soprattutto su chi prova questi sentimenti.

Come difendersi dall’odio online?

Evita di rispondere d’impulso, perché l’hater cerca proprio una reazione. Usa gli strumenti di blocco e segnalazione, ricorda che l’aggressività altrui riguarda il disagio di chi la esprime e non il tuo valore, e se la situazione pesa sul tuo benessere chiedi aiuto a persone di fiducia o a un professionista della salute mentale.

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