Psicologia e Società

Comunicazione di crisi: cosa ci insegna la rinascita di Versace

C’e’ un momento, in ogni crisi, in cui la cosa piu’ difficile non e’ risolvere il problema: e’ trovare il coraggio di dirlo ad alta voce. Ammettere “si’, le cose vanno male” sembra un atto di debolezza. La psicologia, invece, ci dice il contrario. E la storia della maison Versace tra la fine degli anni […]

Giornale di psicologia — Comunicazione di crisi: cosa ci insegna la rinascita di Versace
C’e’ un momento, in ogni crisi, in cui la cosa piu’ difficile non e’ risolvere il problema: e’ trovare il coraggio di dirlo ad alta voce. Ammettere “si’, le cose vanno male” sembra un atto di debolezza. La psicologia, invece, ci dice il contrario. E la storia della maison Versace tra la fine degli anni Novanta e la meta’ degli anni Duemila e’ un caso quasi perfetto per capire perche’ la comunicazione di crisi piu’ efficace passa dalla trasparenza, e non dalla maschera. Non e’ solo una vicenda di moda e fatturati. E’ una storia umana fatta di lutto, immagine personale, vergogna e ricostruzione. E proprio per questo ha molto da dire a chiunque si trovi, prima o poi, a gestire una crisi: in un’azienda, in una famiglia, dentro di se’.

Una crisi che nasce da una tragedia

Il 15 luglio 1997 lo stilista Gianni Versace viene ucciso davanti alla sua villa di Miami Beach. In un istante, un impero del lusso perde non solo il suo fondatore, ma il volto che lo incarnava: Gianni era amico di Elton John, Madonna, Lady Diana; le sue creazioni vestivano le star sul red carpet, garantendo al marchio una pubblicita’ gratuita e un’aura di glamour difficili da replicare.

L’eredita’ dell’azienda viene cosi’ divisa in famiglia, con la quota di maggioranza destinata alla giovanissima nipote Allegra e la direzione creativa affidata a Donatella, la sorella di Gianni. Da quel momento comincia una lunga fase di difficolta’: le prime collezioni convincono poco, l’immagine del marchio cambia, le vendite calano e i debiti si accumulano.

Quando l’immagine personale diventa parte della crisi

Qui entra in gioco un principio psicologico spesso sottovalutato: nella percezione pubblica, l’immagine di chi guida e’ inseparabile dall’immagine di cio’ che guida. Gianni Versace, con il suo carisma e le sue amicizie influenti, aveva tenuto la maison al vertice. Donatella, in un periodo segnato da un profondo dolore personale e dalla dipendenza dalla cocaina, finisce per portare addosso anche il peso simbolico della crisi: il marchio si guadagna la fama di essere “difficile”, e questa etichetta complica tutto, dalla ricerca di investitori a quella di un nuovo manager.

E’ importante leggere questo passaggio con empatia, non con giudizio. Una dipendenza non e’ un difetto di carattere: e’ una condizione clinica, spesso intrecciata a lutto, solitudine e pressione. Donatella stessa ne e’ poi uscita, sostenuta dai figli e dagli amici, scegliendo nel 2005 di entrare in un percorso di disintossicazione. Il punto psicologico e’ un altro: quando chi ha un ruolo pubblico attraversa una sofferenza, quella sofferenza diventa visibile e parla. Ecco perche’ la cura della persona e la gestione della comunicazione, in una crisi, non sono due binari separati.

La tentazione di nascondere (e perche’ non funziona)

Negli anni piu’ difficili, la maison prova a contenere la crisi anche con i numeri: vende beni di valore per coprire parte dei debiti, ridimensiona alcune sfilate, chiude punti vendita. Una scelta emblematica arriva nel 2003, quando rinuncia a una grande sfilata di alta moda durante la settimana parigina e presenta la collezione direttamente in boutique. La motivazione ufficiale parla di “nuovi tempi” e di una moda “piu’ accessibile”. Ma il messaggio percepito dall’esterno e’ diverso: l’azienda sta risparmiando perche’ e’ in difficolta’.

Qui c’e’ una lezione che vale ben oltre la moda. Quando il racconto ufficiale non coincide con i fatti, le persone non si tranquillizzano: si insospettiscono. La nostra mente e’ una macchina che cerca coerenza, e quando coglie una stonatura tra cio’ che viene detto e cio’ che vede, riempie il vuoto con l’interpretazione peggiore. Nascondere, paradossalmente, alimenta proprio la paura che si vorrebbe spegnere.

La svolta: dire la verita’, anche quando e’ scomoda

Il cambio di rotta arriva quando alla guida operativa viene chiamato un manager esterno, Giancarlo Di Risio, con un passato in importanti gruppi della moda. La sua prima mossa non e’ promettere miracoli. E’ il contrario: comunica pubblicamente che i conti non saranno buoni, che servira’ ancora tempo, che non bisogna aspettarsi risultati immediati. Allo stesso tempo, pero’, trasmette un messaggio chiaro di direzione: l’azienda e’ pronta a lavorare seriamente per tornare in equilibrio, e non e’ il momento di parlare di fallimento.

E’ quella che, nel crisis management, viene chiamata strategia della trasparenza: riconoscere la gravita’ della situazione, offrire obiettivi realistici e un’opinione onesta, senza ne’ minimizzare ne’ drammatizzare. Negli anni successivi i conti migliorano, il rosso si riduce sensibilmente, riaprono boutique di riferimento. Il messaggio onesto del primo giorno si rivela, col senno di poi, il primo mattone della ricostruzione.

Perche’ la trasparenza convince: la psicologia dietro la fiducia

Da decenni la psicologia studia un fenomeno controintuitivo, l’effetto pratfall: una persona percepita come competente che ammette un piccolo errore o un limite tende a risultare piu’ simpatica e credibile, non meno. Mostrare una crepa, quando si e’ gia’ dimostrato valore, avvicina invece di allontanare.

Lo stesso vale per le scuse e per l’ammissione di responsabilita’. Diversi studi mostrano che le scuse piu’ efficaci sono quelle che riconoscono davvero l’errore (“ho sbagliato”), non quelle che lo aggirano (“mi dispiace se ti sei offeso”). Riconoscere significa esporsi, mostrare vulnerabilita’, ed e’ proprio questa apertura a generare fiducia. Un leader che sa dire “ho toppato” non perde autorevolezza: autorizza gli altri a fidarsi e a collaborare.

La trasparenza, insomma, non e’ buonismo. E’ un meccanismo che riduce l’ansia altrui (perche’ elimina l’incertezza), protegge la reputazione nel tempo e costruisce credibilita’. Esattamente l’opposto di cio’ che ottiene chi finge che vada tutto bene.

Cosa possiamo portarci a casa, anche fuori dalla moda

  • L’identita’ conta. In una crisi, ritrovare chi si e’ davvero, i propri valori, il proprio “pubblico”, e’ spesso piu’ efficace che inseguire soluzioni a basso prezzo. Versace torno’ a puntare sull’esclusivita’ invece di svendere la propria immagine.
  • L’immagine personale di chi guida pesa. Nelle organizzazioni come nelle famiglie, lo stato di chi ha responsabilita’ si riflette sull’insieme. Prendersi cura della persona e’ anche prendersi cura del sistema.
  • La trasparenza vince sulla maschera. Dire la verita’, con tatto e con una direzione chiara, rassicura piu’ di qualsiasi promessa rassicurante e falsa.

Se la crisi tocca te o chi ami

Questa storia parla anche di dipendenze, dolore e ripartenze. Se stai attraversando un periodo cosi’, o conosci qualcuno che lo e’, chiedere aiuto non e’ un segno di debolezza ma il primo passo concreto, esattamente come lo e’ stato per i protagonisti di questa vicenda. In Italia puoi rivolgerti al Telefono Verde contro le droghe dell’Istituto Superiore di Sanita’ (800 186 070), ai servizi pubblici per le dipendenze (Ser.D.) presenti in ogni ASL, oppure parlarne con il tuo medico di base, che puo’ indirizzarti verso uno psicologo o un percorso adeguato. Per un disagio emotivo piu’ generale e’ sempre utile confrontarsi con un professionista della salute mentale.

Domande frequenti

Cos’e’ la comunicazione di crisi?

E’ l’insieme delle strategie con cui una persona o un’organizzazione gestisce le informazioni durante una situazione critica. Il suo obiettivo e’ ridurre l’incertezza, proteggere la fiducia e la reputazione e accompagnare il pubblico verso una via d’uscita realistica, comunicando in modo tempestivo, chiaro e onesto.

Perche’ ammettere un errore aumenta la fiducia invece di ridurla?

Perche’ riconoscere un limite dimostra responsabilita’ e coerenza con i fatti, due elementi che la mente percepisce come segnali di affidabilita’. E’ anche il principio dell’effetto pratfall: chi e’ gia’ percepito come competente e ammette una crepa risulta piu’ simpatico e credibile, non piu’ fragile.

Cos’e’ la strategia della trasparenza?

E’ l’approccio che consiste nel riconoscere apertamente la gravita’ di una crisi, offrire obiettivi e tempi realistici e dare un’opinione onesta, senza minimizzare ne’ drammatizzare. E’ cio’ che fece la nuova guida di Versace, anticipando risultati ancora negativi ma indicando una direzione credibile.

Cosa insegna il caso Versace sulla gestione delle crisi?

Che nascondere la difficolta’ alimenta i sospetti, mentre dire la verita’ con tatto e direzione ricostruisce la fiducia; che l’immagine di chi guida e’ parte integrante della crisi; e che ritrovare la propria identita’ e i propri valori e’ spesso la leva piu’ efficace per ripartire.

Come si applica tutto questo alla vita di tutti i giorni?

Nei rapporti personali e sul lavoro vale lo stesso principio: di fronte a un errore o a un momento difficile, riconoscerlo con onesta’ e proporre un passo concreto rafforza i legami piu’ di qualsiasi maschera. La vulnerabilita’ mostrata con misura non indebolisce: avvicina.

La rinascita di Versace insegna che, in qualunque crisi, nascondere la difficolta’ alimenta i sospetti mentre la trasparenza ricostruisce la fiducia. Riconoscere apertamente la gravita’, indicare una direzione realistica e prendersi cura tanto della persona quanto del messaggio: e’ questo, non la maschera, a rimettere in piedi un’azienda, una famiglia o una persona.
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