Chi è il narcisista

Tempo stimato di lettura: 8 minuti

Il volto dietro la maschera

Chi è il narcisista realmente? Vediamo insieme il volto che si cela dietro la maschera delle persone più manipolative, qual è la loro storia, il loro passato e impariamo a riconoscerli meglio la prossima volta che ne incontriamo uno.

Ti parlerò del vissuto emotivo del narcisista svelandoti alcune informazioni utili per riconoscerli quando avrai a che fare con loro. Ti parlerò della loro infanzia, della scelta tremenda che ogni narcisista ha fatto nella sua vita. Di come il narcisista nasce due volte, un piccolo segreto che molti ignorano. Ti spiegherò alcune sue caratteristiche tipiche e ti parlerò di un tipo di narcisista che è in grado di nascondersi perfettamente ai tuoi occhi, anche quando ben allenati.

Iniziamo il nostro viaggio nel narcisismo partologico…

L’infanzia del narcisista

Quando parliamo di narcisismo dobbiamo renderci conto che parliamo di persone, e come tutti hanno avuto una storia, anche un’infanzia, ma a differenza degli altri il narcisista nasce due volte.

Si, hai letto bene, il narcisista nasce due volte. La prima è quella comune a tutti noi. La seconda è differente. Approfondiamole entrambe!

Cominciamo dalla prima. Il bambino che nasce ha vissuto nove mesi nel mondo uterino, lì tutto gli accadeva e lui era spettatore passivo di un universo per molti aspetti incomprensibile. Abituato al caldo, ad essere nutrito senza sforzo in un piccolo ambiente ristretto e perfettamente equilibrato viene espulso fuori in un mondo grande, dove il cibo deve essere cercato e dove prova sensazioni sconosciute, come la fame. La sua pelle è sfregata con tessuti ruvidi, molte cose sono più ruvide dell’acqua! Come se non bastasse i suoi organi cominciano a creare sensazioni stranissime. Come quando deve fare la pupù o la pipì.

Viene a questo mondo e piange, si lamenta di un disagio che non capisce e se ci pensi bene è una reazione comprensibile. Ma col tempo si adatta. Inizia a tollerare quelle sensazioni strane e quei tessuti ruvidi cominciano a sembrargli comodi. Gli occhi per la prima volta vedono. Li ha sempre avuti ma non hanno mai visto. Questo lento adattamento avviene se i genitori sono sufficientemente adeguati al loro compito. Lo sostengono, lo amano, provvedono ai suoi bisogni sottraendosi quanto basta per insegnargli a crescere con le proprie gambe. Un compito arduo, si sa!

Cosa succede se un genitore non presta attenzione ai bisogni del figlio? Immagina un bambino che per essere amato deve avere delle prestazioni eccezionali. Deve eccellere e avere una risorsa in più se vuole raggiungere la vetta dei suoi bisogni: l’amore della madre e del padre!

Questo bambino crescerà condizionato da esperienze in cui non esiste realmente agli occhi dei genitori, il suo vissuto emotivo più intimo non ha mai avuto importanza per loro e forse nemmeno lo conoscono. Ciò che conta è il suo adeguarsi alle loro aspettative. Deve essere eterosessuale? Deve andare bene a scuola? Deve eccellere in uno sport? Mantenere un atteggiamento specifico in pubblico o agli occhi degli altri?

Lidia aveva tredici anni quando si accorse che sotto le docce guardava insistentemente le sue amiche. Giocava a pallavolo ed erano tutte alte e molto carine. Prima ancora di accorgersi che forse le piacevano e ne era attratta capì che i suoi genitori non l’avrebbero mai accettata in quel modo e cominciò a fingere. Trovò un fidanzatino, era perfetto perché tonto e non sapeva proprio cosa fare con le femmine. Quando confessò ai genitori di essere lesbica smisero di parlarle per due anni. Non era più la benvenuta in casa ma lei era già autonoma e indipendente a soli ventuno anni. Doveva farcela da sola, essere indipendente e non fidarsi di nessuno.

Luigi ha quarant’anni, cominciava a pensare di mettere su famiglia ma l’idea di doversi occupare di un bambino e mettere i propri bisogni da parte lo spinsero a lasciare la moglie. I suoi genitori erano dei borghesi ben inseriti in società, lui era sempre stato la “pecora nera”. I suoi fratelli, commercialisti, avvocati e medici lo ritenevano lo “strano” di famiglia. Ricordava che i suoi genitori avevano avuto moltissimi conflitti in famiglia e lui, più piccolo, li aveva subiti passivamente. Un giorno meditò il suicidio. Sapeva come tagliarsi per farla finita. Sentì una specie di voce interiore dirgli che questo era un gesto stupido e che lui valeva più di tutti gli altri. La riconobbe come la sua voce, da quel momento cominciò a sentirsi migliore. Aveva usato sostanze stupefacenti di ogni genere conservando, sempre, lucidità e un’apparenza perfetta. Una volta scoperto, temendo il giudizio del padre smise di punto in bianco. Diceva di non capire i tossicodipendenti, per lui smettere non aveva comportato nessuno sforzo. Appena due o tre giorni di nausea. Descriveva i suoi genitori come creature meravigliose che lo avevano amato tantissimo. Buoni e altruisti.

Margot era una donna alto borghese, aveva avuto genitori in vista. Lei era stata un’imprenditrice di modesto successo, così si giudicava. I gioielli che indossava la smentivano e anche le sue case, ma per lei non era mai abbastanza. Single convinta e sempre indaffarata si era scoperta vulnerabile ad un uomo che non sembrava amarla a sufficienza. Ma secondo lei questo non era il problema, provava un po’ di ansia ultimamente e non capiva il perché. Aveva provato coi farmaci ma le causavano nausea, anche se non era tra gli effetti collaterali. Inoltre usare psicofarmaci non si addiceva alla sua immagine!

Riconoscere il vissuto emotivo del figlio, essere risonanti, è un compito del genitore. Il bambino può formare la sua personalità partendo dal riconoscimento che di essa avviene nell’adulto che se ne prende cura. Un bambino non può sapere se ciò che prova è appropriato, tantomeno sa gestirlo. Il genitore che “risuona” di fronte ai suoi movimenti emotivi può restituirgli un feedback autorevole che sarà guida per l’autoconsapevolezza del figlio. Senza questo riconoscimento il bambino resta spaesato, sorpreso o spaventato dal suo mondo interiore che non capisce.

Il giovane “narcisista” cresce con con un approccio alla vita che può essere descritto da frasi del tipo “non mi posso fidare di nessuno”, “baderò a me stesso da solo”, “ti dimostrerò quanto valgo”. Non sono veri e propri pensieri, stiamo parlando di un bambino. Sono “moti inconsci” creati da una mente che deve difendersi.

I genitori potrebbero essere iperprotettivi e idealizzare il figlio, che ben presto si sentirà speciale, al di sopra degli altri ma anche incapace di relazionarsi con un mondo reale che lo vede in maniera ben diversa e lui reagirà pensando che non può fidarsi. Temerà il giudizio e il confronto per paura di non vedere confermata l’idea rassicurante che ha di sé stesso.

Il trauma infantile

Il futuro narcisista può andare incontro ad un evento potenzialmente traumatico. Per esempio un abuso o un maltrattamento. In questi casi molta psicologia ha scritto che si identificano con l’aggressore e fanno proprie la crudeltà e la mancanza di empatia con esso.

Io ho una personale idea, condivisa anche da altri autori più illustri, che ritengo utile. Immagina di essere un bambino normalissimo vittima di una violenza. Non necessariamente sessuale ma percepita come umiliante e vessatoria. Questo bambino sperimenta l’esperienza di essere vittima passiva e impotente.

Prova per un momento a pensare di essere una vittima degli altri e del mondo. Aggiungi a questo la passività, cioè tu non puoi farci niente perché sono gli altri cattivi e tu non puoi farci niente. Come se non bastasse sei impotente perché di fronte ad ogni tentativo di ribellione il tuo aguzzino aggiunge dolore al dolore. E’ ovviamente un’esperienza tremenda. Quali sono i meccanismi coi quali puoi difenderti per la tua sopravvivenza psicologica?

Sicuramente l’estraneazione. Cioè non essere dove sei con la mente. Fare finta che accada a qualcun altro. Questo meccanismo dissociativo è meglio spiegato da Jean Martin Charcot quando parlava di disaggregazione psichica. Un concetto ripreso generosamente da Caretti che parla di questo bambino che costruisce una realtà interna diversa, comprensibile. A differenza di una realtà esterna incomprensibile e dolorosa. In questa realtà interna egli crea un immagine di sé grandiosa, capace di qualunque cosa, baciata dalla fortuna e in grado di difendersi. Una figura che può superare ogni dolore perché non ha bisogno di nessuno e nessuna emozione può ferirlo. In altre parole genera un falso sé nel quale si identifica.

Anche in questo caso la scelta è terribile. La sua mente può optare per i postumi del trauma o per un eroe immaginario. Tu cosa sceglieresti? Il narcisista ha scelto l’eroe e non tornerà indietro per nessun motivo. L’alternativa è compiangersi, lamentarsi, soffrire. Non è che si identifica nell’aggressore, sono i meccanismi di difesa che mette in moto a trasformarlo in qualcosa di simile ad esso. Questo è il più pesante bagaglio del narcisista.

La verità inconfessabile

Nessun narcisista ti racconterà mai le origini della propria sofferenza. E’ un evento rarissimo e vissuto da lui come qualcosa di umiliante e doloroso. Il narcisista che arriva a tanto si sente sconfitto e rischia di scivolare nella spirale depressiva che ha sempre evitato. Preferirebbe morire subito che deprimersi. Questo è il motivo per cui alcuni noti imprenditori si suicidano una volta scoperti i loro fallimenti. La caratteristica narcisista del bisogno dell’approvazione altrui è talmente forte da non essere compensata con la fuga. Si fugge dalla legge non dalla depressione!

Tre caratteristiche comuni a tutte le forme di narcisismo patologico

Il futuro narcisista non ha un modello genitoriale coerente e positivo da imitare. Se i suoi genitori fossero stati più affettuosi e lo avessero riconosciuto per ciò che è sempre stato, cioè una persona con tutte le sue potenzialità e fragilità, avrebbe comunque idealizzato i suoi genitori. Ma un giorno avrebbe scoperto che erano persone normali, che sbagliano, che s’impegnano. Avrebbe incarnato i loro valori, come l’ideale di giustizia, di equità, l’essere positivi, l’ottimismo, la sfida. Invece ha incarnato i loro comportamenti idealizzanti, sprezzanti e anaffettivi. I genitori del narcisista sono stati pessimi esempi di persone. Non hanno saputo incarnare i valori che perseguivano e il bambino finisce per non credere in quei valori, neanche se sono giusti o positivi.

Ricordo di un paziente che aveva dei genitori imprenditori. Erano molto ricchi ma avevano passato varie crisi finanziarie durante la sua infanzia. Predicavano l’onestà, la giustizia, l’altruismo, la sincerità e il rispetto. Durante tutti i periodi di crisi smettevano di pagare i dipendenti trovando delle scuse. Essi chiamavano a casa per chiedere quando sarebbero stati pagati e i suoi genitori facevano rispondere lui, e lo facevano mentire ordinandoglielo espressamente. Ricordava di aver detto a molti che non erano in casa, mentre invece gli stavano accanto sussurrandogli le parole esatte da pronunciare. Ricordava di essere stato offeso da uno dei dipendenti. Si era accorto di quella scenetta e aveva accusato lui di essere falso e bugiardo e intromettersi in affari che non lo riguardavano. All’epoca aveva cinque anni, si era sentito aggredito ed era stato lasciato solo davanti agli occhi dei genitori. Non erano onesti, non erano sinceri e non erano equi. Negli anni successivi aveva avuto molte rimostranze nei loro confronti ma gli era sempre stato detto che esagerava e che non era vero.

Per il narcisista l’empatia è sinonimo di debolezza

Genitori come quelli descritti negli esempi sembrano avere una visione piuttosto utilitaristica se non persino negativa del figlio. Non sempre è così ma il narcisista pensa esattamente che sia così. Empatizzare coi genitori significherebbe provare disprezzo per loro figlio, cioè per sé stesso. E’ così che decide di smettere di provare empatia, è un meccanismo psicologico fonte di dolore e frustrazione, inoltre la maneggia molto male perché quando gli è capitato di usarla è rimasto imbrigliato nella sofferenza come in sabbie mobili. Non lo sa usare e lo teme. Due buone ragioni per appenderlo al chiodo una volta per tutte!

Narcisisti evidenti e narcisisti nascosti

E’ Gabbard che identifica il narcisista che qui chiamo nascosto. Si tratta di una persona super attenta al giudizio altrui. Sembra introverso, timido e umile ma è soltanto una gabbia in cui è costretto per evitare il dolore del giudizio subito. Questo narcisista non lo riconosci facilmente. Anche lui è un utilitarista, apparentemente vittima chiede un bisogno di affetto infinito. Amarlo è come gettare acqua nel mare. Non smetterà mai di chiedere e quando tu smetterai di dargli attenzioni automaticamente cambierà bersaglio.

Il narcisista evidente è quello noto come narcisista maligno o perverso. Si tratta del super uomo vincente, abile nella manipolazione e nella persuasione. Approfondisco in altri articoli queste forme di narcisismo.

Adesso proviamo a riassumere quanto scritto in questo lungo articolo

  • Il narcisista è una persona che ha subito delle profonde ferite emotive nella sua infanzia. Per trascuratezza o abuso
  • Ha vissuto un periodo di profonda sofferenza in cui ha dovuto combattere la depressione più profonda
  • Ha costruito un falso sé nel quale si è identificato
  • Questo falso sé è potente, forte, ben oltre le sue reali capacità reali. Per crederci deve illudere gli altri che sia vero
  • La mancanza di empatia del narcisista è dovuta alla sua totale incapacità di gestirla
  • Non potendo accettare che non sa gestire l’empatia, la giudica un difetto o una debolezza
  • Il narcisista non racconta la sua storia reale a nessuno
  • Esistono i narcisisti evidenti, quelli manipolatori di cui tanto si parla, ed i narcisisti che temono il giudizio altrui e appaiono timidi ed introversi

Il nostro viaggio prosegue in altri articoli di approfondimento, affinché tu possa apprendere come riconoscere ed affrontare i narcisisti che incontrerai nella tua vita. Il capo ufficio, il partner o l’amico.

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