Il passato che ci portiamo dentro
Immagina di poter tornare indietro nel tempo: quali momenti sceglieresti di vivere diversamente? Forse l’addio a una persona importante, forse un momento difficile in cui avresti avuto bisogno di un incoraggiamento. Qualcuno tornerebbe indietro per dire di no a una scelta rivelatasi sbagliata; altri vorrebbero semplicemente vivere con più intensità gli ultimi istanti accanto a chi stava per andarsene, per conservarne un ricordo migliore.
Questi eventi ci segnano: nelle emozioni, nelle azioni, nei pensieri. Ci hanno insegnato che non possiamo cambiare la nostra storia, che funziona così e basta. Ma è davvero così? La storia, intesa come sequenza di fatti, non cambia. Cambia però il significato che le attribuiamo, e con esso il peso che continua ad avere sul nostro presente.
Dove abitano i ricordi
Pensaci: dove stanno i tuoi ricordi? Nella mente, naturalmente. È lì che si formano le connessioni neurali che ci permettono di ricordare. Alcune connessioni sono più forti, altre più deboli, così che certi aspetti di un ricordo restino vividi e altri sbiadiscano. Ma come fa il cervello a decidere a quali parti dare importanza?
La memoria non è una registrazione fedele e oggettiva: è un processo attivo, selettivo, influenzato da ciò che riteniamo significativo. E qui entra in gioco un fattore spesso invisibile: la cultura in cui siamo cresciuti.
Una cultura che mette a fuoco il dolore
Carl Gustav Jung ed Erich Fromm avevano già colto quanto la cultura e la società influenzino il nostro modo di vivere e di pensare. Siamo cresciuti in un contesto che, in larga parte, tende a dare grande risalto al dolore. Basta aprire un quotidiano, ascoltare un notiziario o scorrere un feed di notizie: guerra, crisi, conflitti, sofferenza, ansia e tristezza occupano la scena con continuità.
Questo flusso costante allena la mente. Così, quando ci accade qualcosa di doloroso, la mente sa già a cosa dare priorità: mette in primo piano la perdita, la mancanza, il conflitto, il problema. Restano sullo sfondo l’apprendimento, il coraggio, la forza, l’autostima, cioè proprio ciò che servirebbe per crescere e migliorare a partire da quell’esperienza.
Due modi di stare male
Molte persone arrivano in terapia perché il passato le ha ferite e desiderano superare quel dolore. Altre, invece, si rivolgono a uno psicologo perché si sentono semplicemente strane. Soffrono, ma non si crogiolano nella sofferenza; stanno male, ma non cercano di continuo una spalla su cui piangere. Spesso sono circondate da chi si aspetterebbe di vederle abbattute, e fanno fatica a confidarsi perché il loro modo di attraversare il dolore non sembra quello comune.
Sono persone resilienti: sentono il dolore, ma cercano ciò che può aiutarle a migliorare e crescere. La resilienza, vale la pena ricordarlo, non è negare la sofferenza né stringere i denti a ogni costo. È la capacità di attraversare un’esperienza difficile trovandovi anche un significato, una direzione, una possibilità di trasformazione.
Tre domande per cominciare
Sono poche le persone spontaneamente libere da questi condizionamenti collettivi: la maggior parte deve imparare a liberarsene. Un buon punto di partenza è cominciare a usare la mente in modo consapevole, ponendosi alcune domande nei momenti difficili.
1. Cosa imparo da questa esperienza che mi è accaduta?
2. Come posso applicare ciò che ho imparato nella vita di tutti i giorni?
3. Come posso affrontare in modo costruttivo questo momento difficile?
Sono domande che nessuno ci ha insegnato a farci, né alle elementari né all’università. Eppure sono proprio queste a fare la differenza. All’inizio risultano strane, perché non le abbiamo mai poste prima. Poi, poco a poco, ci si accorge che aiutano ad attraversare le difficoltà, finché diventano una sana abitudine per il proprio benessere.
È importante una precisazione: queste domande sono uno strumento di crescita personale, non una terapia. Quando il dolore è intenso, persistente o legato a un trauma, il confronto con uno psicologo resta la strada più adeguata.
Un invito a guardare diversamente
Siamo abituati a credere che il dolore sia immutabile, che duri per sempre, che quando si sta male si soffra e basta. Ma le cose stanno davvero così? A volte sembra di vivere in una società che, senza accorgersene, concentra l’attenzione di tutti sulla sofferenza, anziché su come usare le esperienze, comprese le più dolorose, per crescere. Riprendere consapevolezza di questo meccanismo è il primo passo per scegliere a cosa dare valore.
Domande frequenti
Si può davvero cambiare il passato?
Non è possibile cambiare i fatti accaduti. È però possibile cambiare il significato che attribuiamo a quei fatti e il modo in cui li ricordiamo, riducendone il peso sul presente. In questo senso si parla di rielaborazione del passato.
Perché tendiamo a dare più importanza al dolore?
Dipende in parte da come funziona la memoria, selettiva per natura, e in parte dal contesto culturale in cui viviamo, che tende a dare grande risalto a sofferenza e conflitto. Così la mente impara a mettere in primo piano gli aspetti dolorosi delle esperienze.
Le tre domande bastano a superare un dolore profondo?
Sono un buon esercizio di consapevolezza per i momenti difficili quotidiani, ma non sostituiscono un percorso terapeutico. Di fronte a un dolore intenso, persistente o legato a un trauma, è importante rivolgersi a uno psicologo.
Cosa si intende per resilienza?
La resilienza è la capacità di attraversare le esperienze avverse trovandovi anche un senso e una possibilità di crescita. Non significa negare la sofferenza, ma non lasciarsene definire.
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