Perché la mente cerca sempre il controllo
L’essere umano è un animale cosciente della propria mortalità. Questa consapevolezza, per quanto preziosa, genera ansia: sapere che le cose possono andare male, che il futuro è incerto e che molte variabili sfuggono al nostro potere è una condizione difficile da tollerare. Per questo la mente elabora meccanismi di difesa che riducono l’angoscia. Alcuni sono utili e sani, altri distorcono la realtà pur di alleggerire il disagio.
Il problema non è la difesa in sé, ma il prezzo che si paga. Quando per sentirci al sicuro cancelliamo dati scomodi, ignoriamo segnali di allarme o ci convinciamo che andrà tutto bene senza alcuna verifica, stiamo barattando la lucidità con una tranquillità momentanea. È una scelta che, a lungo andare, ci rende più vulnerabili proprio verso ciò che temiamo.
L’ottimismo: quando aiuta e quando inganna
Uno dei meccanismi più comuni è l’ottimismo, descritto da Daniel Goleman (1995) come l’aspettativa che le cose andranno per il meglio nonostante le sconfitte e le frustrazioni. Attuato in modo realistico, l’ottimismo è una risorsa: calma l’ansia, riduce la frustrazione e sostiene azioni fondamentali come la ricerca di soluzioni possibili. Come osserva Luigi Anolli (2005), un ottimismo ben calibrato aiuta a dare senso alle situazioni e a intravedere vie d’uscita anche dove tutto sembra irrisolvibile.
Il rovescio della medaglia arriva quando l’ottimismo perde contatto con i fatti. Anolli distingue tra un ottimismo realistico e un ottimismo forzato e cieco, che nega i problemi invece di affrontarli. Allo stesso modo, l’abuso del cosiddetto pensiero positivo può trasformarsi in una difesa dannosa: ci si ripete che tutto andrà bene evitando di guardare la situazione per come è davvero. Il risultato non è la serenità, ma un allontanamento progressivo dalla realtà.
La differenza tra fiducia e negazione
La fiducia sana parte dai fatti e li integra: riconosce le difficoltà e sceglie comunque di agire nella direzione di una soluzione. La negazione, invece, rimuove i fatti scomodi. Distinguere le due cose è cruciale, perché esteriormente possono somigliarsi. Chi coltiva una fiducia realistica resta pronto a correggere la rotta; chi si rifugia nella negazione, al contrario, viene colto di sorpresa quando la realtà si ripresenta.
Che cosa è la capacità negativa
Una risposta a questo dilemma arriva dal lavoro di Mats Alvesson e André Spicer, che nel testo “Il paradosso della stupidità” (2017) propongono il concetto di capacità negativa. Si tratta della capacità di analizzare i fatti del mondo permettendosi di stare nel dubbio e nell’incertezza, senza scappare verso le prime soluzioni fuori dal reale che offrono una sicurezza illusoria.
Il termine ha radici antiche: fu il poeta John Keats a parlarne per primo, indicando la capacità di restare tra incertezze e dubbi senza l’irritante bisogno di afferrare in fretta una spiegazione. Alvesson e Spicer la riprendono per il mondo delle organizzazioni e del lavoro, ma la sua utilità è ben più ampia: riguarda chiunque debba prendere decisioni in situazioni complesse, dove le risposte facili sono quasi sempre sbagliate.
Le tre azioni della capacità negativa
Mettere in pratica la capacità negativa significa esercitare tre movimenti fondamentali. Il primo è osservare le fonti dell’ambiente, raccogliere i dati senza filtrarli in base a ciò che vorremmo vedere. Il secondo è interpretare quei dati, dando loro un significato senza forzarli in una conclusione prestabilita. Il terzo è domandarsi: chiedersi quanto le cause siano davvero quelle che immaginiamo e, soprattutto, quanto la nostra posizione emotiva stia influenzando il modo in cui formuliamo le domande stesse.
Quest’ultimo passaggio è il più delicato. Non basta osservare e interpretare: bisogna riconoscere che noi stessi, con le nostre paure e i nostri desideri, facciamo parte dell’equazione. Chi si interroga anche sul proprio sguardo evita di scambiare i propri bisogni per verità del mondo.
Perché è difficile e perché vale la pena
La capacità negativa non è per tutti facile allo stesso modo. Chi ha un carattere che mal tollera l’incertezza e la sensazione di non avere il controllo la troverà particolarmente faticosa: restare nel dubbio, per queste persone, equivale a sostare in una zona scomoda. Eppure è proprio qui che si gioca la differenza tra una reazione impulsiva e una scelta ponderata.
I benefici sono concreti e riguardano direttamente la salute mentale. Chi allena questa competenza riesce a rimanere razionale, evitando di farsi trascinare dall’emotività del momento, e a rimanere realistico, mantenendo i piedi ancorati ai fatti. Non si tratta di rinunciare alla speranza, ma di costruire una speranza che poggia sulla realtà e non sulla sua rimozione.
Domande frequenti
Che cos’è la capacità negativa in psicologia?
È la capacità di restare nel dubbio e nell’incertezza mentre si analizzano i fatti, senza fuggire verso la prima soluzione rassicurante. Consiste nell’osservare i dati, interpretarli e interrogarsi anche sul modo in cui la nostra emotività influenza le domande che ci poniamo.
La capacità negativa è la stessa cosa del pessimismo?
No. Non si tratta di aspettarsi il peggio, ma di sospendere il giudizio finché i fatti non sono stati esaminati con cura. Il pessimismo è una previsione negativa, la capacità negativa è un atteggiamento di apertura e di tolleranza dell’incertezza.
In cosa differisce dall’ottimismo?
L’ottimismo realistico è una risorsa, ma se diventa forzato porta a negare i problemi. La capacità negativa non nega né enfatizza: mantiene aperto lo spazio del dubbio abbastanza a lungo da permettere un’analisi lucida della situazione.
Si può allenare la capacità negativa?
Sì. Come ogni competenza cognitiva, si sviluppa con la pratica: allenandosi a rimandare le conclusioni, a osservare i dati senza filtri e a chiedersi quanto le proprie emozioni stiano orientando l’interpretazione dei fatti.
Bibliografia
Goleman, D. (1995). Emotional intelligence. New York, NY.
Anolli, L. (2005). L’ottimismo. Il Mulino, Bologna.
Alvesson, M., Spicer, A. (2017). Il paradosso della stupidità. Il potere e le trappole della stupidità nel mondo del lavoro. Cortina, Milano.
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