In questo articolo vediamo cosa hanno scoperto i ricercatori sulla base neurobiologica dell’amore materno e su come, da quello stesso impulso a prendersi cura, possa essersi sviluppato il senso morale che condividiamo, almeno in parte, con altri mammiferi.
L’amore materno come istinto inscritto nel cervello
Tra i grandi sistemi affettivi che il neuroscienziato Jaak Panksepp ha individuato nel cervello dei mammiferi (attesa, paura, collera, desiderio sessuale, cura, sofferenza da separazione e gioco), il sistema della cura è uno dei più potenti ed essenziali. È quello che chiamiamo amore materno: una tendenza istintiva incarnata nel cervello, che nasce da un insieme di impulsi cerebrali congeniti e dà vita a quella che Panksepp definisce poeticamente una vera e propria “sinfonia affettiva” della madre.
Non si tratta solo di poesia. Secondo gli studiosi, senza questo “miracolo” dell’istinto di accudimento la prole semplicemente non sarebbe in grado di sopravvivere. Nel mondo, sostiene Panksepp, non esisterebbero mammiferi se i loro cervelli non fossero predisposti a investire nella cura dei piccoli. È un dato che mette in prospettiva quanto profondo sia questo legame: la sopravvivenza stessa delle specie dipende dalla qualità e dalla quantità delle cure ricevute nei primi tempi di vita.
Quasi tutti i mammiferi, e anche gli uccelli, accudiscono la prole; fanno eccezione i rettili e pochi altri animali. Per questo le cure materne vengono considerate la forma archetipica, il modello primario di ogni forma di accudimento successiva. E non riguardano solo le madri: la ricerca ha mostrato che i maschi di molte specie possiedono nel cervello veri e propri “circuiti materni” (de Jong).
L’ossitocina, l’ormone che ci lega
Cosa accende, concretamente, l’impulso a prendersi cura? Buona parte del merito va a un gruppo di sostanze chimiche cerebrali: dopamina, oppioidi endogeni e soprattutto ossitocina, spesso chiamata “ormone dell’amore”. L’ossitocina viene rilasciata dal cervello della madre e del bambino e svolge un ruolo straordinario:
- accelera il parto e stimola la produzione di latte;
- crea un legame forte e duraturo tra madre e figlio;
- trasmette affetto, calma, generosità e fiducia;
- riduce stress, ansia, paura e aggressività;
- favorisce sentimenti positivi e benessere.
Un esempio rende l’idea della potenza di questo meccanismo: è stato osservato che il pianto del neonato può provocare un rilascio di ossitocina così intenso da far letteralmente “schizzare” il latte dal seno. La madre, grazie a questi circuiti, arriva a identificarsi con la sofferenza del figlio fino a una sorta di “estasi materna” descritta da Panksepp.
È utile però una precisazione, su cui la letteratura scientifica più recente insiste: l’ossitocina non è una bacchetta magica che genera in automatico amore o fiducia. Agisce sempre in interazione con il contesto, le emozioni e la storia personale di ciascuno. Inoltre i suoi effetti dipendono in parte da varianti genetiche, come quelle del gene OXTR, che codifica il recettore di questo neuro-ormone.
Quando le cure mancano: cosa dice la ricerca
Il rovescio della medaglia è altrettanto significativo. Bambini trascurati sul piano affettivo, maltrattati o cresciuti in istituto tendono a presentare livelli più bassi di ossitocina. Studi hanno inoltre rilevato concentrazioni ridotte di ossitocina e vasopressina in alcuni bambini con disturbo dello spettro autistico, un insieme complesso di difficoltà che coinvolge la sfera cerebrale, affettiva e sociale.
Anche la ricerca sugli animali è eloquente. I cuccioli di ratto leccati e accuditi abbondantemente dalla madre crescono meno ansiosi, apprendono meglio comportamenti adattativi e diventano più resistenti allo stress. Quelli che ricevono poche cure risultano più fragili e più vulnerabili agli eventi difficili della vita. Le conseguenze, sul piano dello sviluppo della mente e del benessere psichico, possono essere notevoli.
Dalle radici dell’empatia alla nascita della morale
Qui arriviamo al punto più sorprendente. Gli stessi circuiti cerebrali che spingono una madre a confortare il proprio piccolo sembrano costituire la base biologica dell’empatia e dell’altruismo. Quando una madre sente piangere il figlio, nel suo cervello si attivano i meccanismi dell’ansia di separazione e della sofferenza (Swain), al punto da fare “esperienza diretta” del malessere altrui. Le radici primarie dell’empatia, suggeriscono i ricercatori, nascono proprio nei circuiti dell’accudimento.
Da qui un’ipotesi affascinante: la morale potrebbe essere uno sviluppo di quella stessa tendenza alla cura. Il piccolo, per il cervello della madre, è quasi “una parte aggiuntiva” di sé; e gli stessi meccanismi che la spingono a proteggerlo forniscono poi la base per altre relazioni di accudimento, allargandosi via via verso gli altri.
La morale è davvero solo umana?
Fu Charles Darwin a sottolineare per primo la natura biologica dell’etica, evolutasi “a partire dagli istinti sociali degli animali”. Oggi le ricerche del primatologo Frans de Waal lo confermano con abbondanza di dati. Scimpanzé, bonobo e altri mammiferi mostrano straordinarie capacità cognitive e una reale sensibilità verso le sofferenze altrui: sanno consolare i propri simili, si comportano in modo altruistico, riconoscono i bisogni degli altri.
Tutto questo spinge de Waal a una conclusione netta: la moralità non è un’invenzione esclusivamente umana. Forme di empatia e di altruismo esistono nel mondo animale, e le “emozioni etiche” appaiono profondamente radicate nel cervello, capaci di spingerci ad aiutare gli altri e a trattenerci dal danneggiarli.
Un dato aiuta a comprendere questa continuità: noi esseri umani condividiamo con bonobo e scimpanzé circa il 98,8% del DNA. Possiamo essere pacifici e affettuosi come i bonobo, ma anche competitivi e violenti come gli scimpanzé. I valori del bonobo, animale di indole sociale, non sono poi così lontani dalla nostra moralità: manifesta empatia, rispetta regole sociali, ricostruisce rapporti spezzati e cerca di integrarsi nel gruppo.
Gli animali e la consapevolezza della morte
Un capitolo particolarmente toccante riguarda il modo in cui alcuni animali reagiscono alla morte. Numerose osservazioni (de Waal) mostrano che molte specie sono sensibili alla perdita: si avvicinano ai propri morti, li toccano, li puliscono, li mettono in ordine. Sono comportamenti che ricordano da vicino il modo in cui noi ci prendiamo cura di chi non c’è più. È un’ulteriore prova di quella che de Waal chiama una “continuità emotiva” tra l’uomo e gli altri animali.
Cosa ci insegna tutto questo
Il quadro che emerge dalle neuroscienze è insieme umile e luminoso. Il nostro cervello è organizzato, anche geneticamente, per prendersi cura: della propria sopravvivenza, della prole e, per estensione, degli altri. L’amore materno non è solo un sentimento, ma una sincronia neurobiologica tra due organismi, capace di regolare lo stato emotivo del bambino e di plasmarne lo sviluppo cerebrale.
Capire queste radici non toglie nulla alla bellezza dell’amore e della cura: al contrario, ci ricorda quanto siano preziose. Ci aiuta a dare valore alle relazioni precoci, a non sottovalutare il bisogno di affetto dei più piccoli, e a riconoscere che la nostra capacità di essere buoni con gli altri ha basi antiche, profonde e condivise con gran parte del mondo vivente.
Domande frequenti
Cos’è la base neurobiologica dell’amore materno?
È l’insieme di circuiti cerebrali e sostanze chimiche (in particolare ossitocina, dopamina e oppioidi endogeni) che attivano nel cervello l’impulso a prendersi cura della prole. Secondo neuroscienziati come Jaak Panksepp, l’accudimento materno è una tendenza istintiva incarnata nel cervello dei mammiferi ed è essenziale per la sopravvivenza della specie.
Perché l’ossitocina è chiamata “ormone dell’amore”?
Perché favorisce il legame tra madre e bambino e, più in generale, i comportamenti sociali positivi: trasmette fiducia e affetto, riduce stress e ansia e rafforza l’attaccamento. Va ricordato però che non agisce in modo automatico, ma sempre in relazione con il contesto, le emozioni e la storia personale di ciascuno.
Gli animali hanno un senso morale?
Le ricerche di Frans de Waal mostrano che molti animali, soprattutto primati come scimpanzé e bonobo, manifestano empatia, altruismo e capacità di consolare i propri simili. Per questo gli studiosi ritengono che la morale non sia un’invenzione esclusivamente umana, ma si sia evoluta dagli istinti sociali condivisi con altri mammiferi.
Che legame c’è tra cure materne ed empatia?
Gli stessi circuiti cerebrali che spingono una madre a percepire e alleviare la sofferenza del figlio sembrano costituire la base primaria dell’empatia. Da questa capacità di sentire lo stato d’animo altrui si sarebbero poi sviluppati l’altruismo e i comportamenti morali verso gli altri.
La mancanza di cure materne ha conseguenze?
Sì. Studi su esseri umani e animali indicano che la carenza di accudimento precoce può associarsi a livelli più bassi di ossitocina, maggiore vulnerabilità allo stress e all’ansia e a un impatto sullo sviluppo della mente e del cervello. È uno dei motivi per cui le relazioni affettive nei primi anni di vita sono considerate così importanti.
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