Giorno dopo giorno impariamo a conoscere queste persone: gli atteggiamenti, le condotte, le maniere. Notiamo le incoerenze e, a volte, le ipocrisie. Trascorrere vacanze e festività in loro compagnia diventa una routine che diamo per scontata, senza chiederci mai “perché” o “perché no”. Fino ad arrivare a uno di quei pranzi in cui ci sfiora la tentazione di alzarci e sparire. Eppure continuiamo a mandar giù quel boccone amaro, per la semplice ragione che, per quanto amaro sia, sembra che dobbiamo farlo.
Da adulti, abbiamo il diritto di scegliere chi tenere vicino?
A questo punto la domanda è lecita: una volta superata la maggiore età, l’età con cui acquisiamo la piena capacità di agire e giudicare, possiamo sentirci liberi di allontanarci da chi reputiamo sgradito o dannoso? Non dovremmo, forse, avere il diritto di scegliere in prima persona per la nostra vita? Di prendere decisioni non solo guidati dall’emozione del momento, ma anche alla luce delle informazioni raccolte e delle esperienze vissute negli anni?
Non si tratta di agire d’impulso. Al contrario, di farlo in modo razionale e ponderato. La psicologia è chiara su questo punto: da adulti abbiamo il diritto di decidere chi lasciarci alle spalle e chi tenere vicino. Possiamo scegliere di vedere meno una persona, di volerle bene a distanza, oppure di allontanarci da una situazione che ci fa male. Imparare a riconoscere le relazioni tossiche e a porre dei limiti non è egoismo: è un modo per proteggere la propria autostima e il proprio equilibrio.
Decidere significa tagliare
Decidere è scegliere cosa siamo e cosa non siamo, cosa saremo sempre e cosa non saremo mai. È un movimento che vive di due spinte insieme: una proattiva (verso qualcosa) e una reattiva (via da qualcosa). Decidere significa, letteralmente, tagliare e prendere una direzione, che potrà rivelarsi giusta o sbagliata.
Nel secondo caso sarà difficile tornare indietro: ogni scelta porta con sé conseguenze dirette, che possiamo prevedere, e indirette, che a volte ci sfuggono. Ma sarà stato un nostro sbaglio, fatto guardando a uno scenario futuro che rispecchia i nostri valori, i nostri ideali, le nostre convinzioni. In fondo, non possiamo imporci di voler bene come se fosse un obbligo.
L’affetto non è un dovere né un’abitudine
L’affetto vero non può essere un’abitudine o un dovere che non troviamo il coraggio di interrompere. È un sentimento che ha un valore diverso dalla simpatia o dall’amicizia: duraturo, intenso, a tratti convulso. Affiora spontaneo, alimentato dalla premura e dalla tenerezza ricevute fin dall’infanzia.
Non è un caso. Per uno sviluppo armonico della personalità, il bambino ha bisogno di amore e comprensione, deve crescere in un’atmosfera di affetto e di sicurezza morale e materiale. La direzione che prendiamo da adulti dipende molto dal punto di partenza. Gli psicologi parlano di affetto incondizionato, vicino al concetto di agape, l’amore donato senza aspettarsi nulla in cambio, come di un pilastro del benessere emotivo, perché persiste anche quando le circostanze cambiano.
La qualità delle presenze, non la quantità
Tra le molte persone che attraversano la nostra vita, a volte capita che una ci prenda per mano e ci guidi. Gli anni passano, l’età aumenta, e insieme crescono la stima e il rispetto. Ripensiamo a quante volte l’abbiamo vista richiudere quel cassetto pieno di sogni, mettere da parte le proprie aspirazioni senza esitare, farci sentire amati e mai soli.
Come in tutte le cose, ciò che conta davvero è la qualità delle presenze più che la loro quantità: il modo in cui una persona ci è stata accanto, in cui ha saputo capirci, e ciò che ci ha trasmesso. È questo l’affetto vero, leale, incondizionato.
Il caso ha voluto che, fra quelle molte persone, ne facesse parte anche lui. Con una differenza sostanziale: qualsiasi direzione decideremo di prendere, lui non vorremo mai sceglierlo di tagliarlo fuori. Ed è forse questa la prova più semplice per distinguere un legame autentico da un obbligo: ciò che resterebbe anche se fossimo davvero liberi di andarcene.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra affetto vero e affetto per abitudine?
L’affetto vero è un legame scelto e sentito, che resterebbe anche se fossimo liberi di andarcene. L’affetto per abitudine, invece, si regge sulla routine e sul senso di dovere: lo manteniamo perché “si deve”, non perché ci nutre. Un buon indicatore è chiedersi se sceglieremmo ancora quella persona, oggi, sapendo di poter scegliere.
È sbagliato allontanarsi da un familiare?
No. Da adulti abbiamo il diritto di stabilire confini nelle relazioni, anche familiari, soprattutto quando ci provocano sofferenza. Allontanarsi può significare vedersi meno, volere bene a distanza o interrompere i contatti: l’importante è che sia una scelta ponderata e non impulsiva, fatta per proteggere il proprio benessere.
Cosa si intende per affetto incondizionato?
È un affetto donato senza condizioni e senza aspettarsi nulla in cambio, che persiste indipendentemente dai cambiamenti esterni. In psicologia è considerato un pilastro della salute mentale, perché offre sicurezza emotiva e un senso stabile di essere accettati per ciò che si è.
Come capire se un legame fa bene o fa male?
Un legame sano lascia spazio, rispetto e sicurezza; un legame tossico tende a generare colpa, ansia, perdita di autostima e dipendenza emotiva. Osservare come ci sentiamo dopo aver passato del tempo con una persona, più leggeri o più svuotati, è spesso il segnale più onesto.
A chi rivolgersi se una relazione familiare diventa fonte di malessere?
Parlarne con uno psicologo, possibilmente di orientamento sistemico, aiuta a leggere i conflitti e a decidere con maggiore chiarezza. In Italia è possibile chiedere supporto al proprio medico di base, ai servizi di psicologia delle ASL o a uno psicologo privato. In caso di forte sofferenza o pensieri di autolesione, è possibile contattare il Telefono Amico Italia (02 2327 2327) o il numero unico di emergenza 112.
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