Chi era Celestino V, l’eremita finito sul trono
Pietro da Morrone era un monaco di grande penitenza, abituato al silenzio della montagna e alla preghiera. Dopo un conclave lunghissimo, durato circa due anni e bloccato dai veti incrociati dei cardinali, il suo nome venne fuori quasi per disperazione: tre vescovi salirono fino al suo eremo sulla Maiella per annunciargli l’elezione. Aveva circa ottantacinque anni. In un primo momento rifiutò; poi, per dovere di obbedienza, accettò e fu incoronato a L’Aquila.
Fu un disastro annunciato. Privo di esperienza di governo, estraneo agli intrighi della curia, pressato dal re di Napoli Carlo II d’Angiò che voleva un papa malleabile, Celestino si trovò soffocato da un mondo che non gli apparteneva. Il 13 dicembre 1294, davanti al concistoro, lesse la bolla con cui rinunciava al pontificato “causa humilitatis” e “zelum melioris vitae”: per umiltà e per il desiderio di una vita interamente dedicata a Dio. Undici giorni dopo fu eletto Bonifacio VIII, esattamente l’uomo che Dante avrebbe odiato di più.
Perché Dante lo condanna: il peso del verso “per viltade”
Nel terzo canto dell’Inferno, appena varcata la porta, Dante incontra gli ignavi: “coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”, anime che in vita non scelsero né il bene né il male. La loro pena è correre per l’eternità dietro un’insegna senza significato, punti senza tregua da vespe e mosconi. È qui che il poeta indica, senza nominarlo, “colui che fece per viltade il gran rifiuto”.
Già i primi commentatori, a partire da Jacopo Alighieri, figlio del poeta, identificarono quell’anima con Pietro da Morrone. La rabbia di Dante ha una radice politica e personale: con la sua rinuncia, Celestino aveva aperto la strada a Bonifacio VIII, il papa che intervenne pesantemente nelle vicende di Firenze e che Dante riteneva responsabile del proprio esilio. Per il poeta, chi aveva il potere di raddrizzare le storture della Chiesa e vi rinunciava era colpevole di una resa imperdonabile.
Viltà o saggezza? Le tante letture di un gesto
Non tutti, però, hanno letto quel rifiuto come codardia. La parola “viltade” in Dante non significa necessariamente vigliaccheria morale: secondo molti studiosi richiama piuttosto la pusillanimità, cioè il ritrarsi di chi sarebbe degno di grandi cose ma crede di valere poco. Una condanna più politica che morale.
Altri commentatori sono andati oltre. Francesco Petrarca, nel De vita solitaria, parla della rinuncia di Celestino con ammirazione, come del gesto di uno spirito altissimo e libero, capace di fuggire la corruzione del mondo e della Chiesa. C’è chi ha addirittura dubitato che Dante alludesse proprio a lui: il monaco fu canonizzato nel 1313, e mettere un santo all’Inferno avrebbe esposto il poeta all’accusa di eresia. Per questo alcuni hanno proposto altri nomi, da Esaù a Ponzio Pilato, mentre altri ritengono che Dante non pensasse a una persona precisa, ma a un simbolo di tutti gli ignavi.
La psicologia della rinuncia: quando lasciare è un atto di coraggio
È qui che la vicenda smette di essere solo storia e diventa specchio. Viviamo immersi in una narrazione che equipara il rinunciare al fallire. “Se molli, deludi”, “se lasci, sei egoista”, “se ti tiri indietro, hai perso”: sono messaggi che ci paralizzano. Eppure la psicologia ci ricorda che lasciar andare può essere un atto di lucidità, non di debolezza.
Restare in un ruolo che non ci appartiene, solo per paura di sembrare deboli, ha un costo enorme. La paura del fallimento spesso non ci spinge ad agire meglio: ci congela. Ogni rinuncia vissuta come sconfitta si somma alle precedenti, finché il peso diventa paralizzante. Riconoscere invece i propri limiti, dire “questo non fa per me” e scegliere un cammino più coerente con i propri valori, è esattamente il contrario dell’ignavia: è autodeterminazione.
Celestino non era un ignavo: aveva un sogno chiaro, una vocazione profonda, e aveva il coraggio di tornarvi anche dopo aver toccato l’apice del potere. Il vero ignavo è chi non sceglie mai, chi galleggia senza decidere. Lui, al contrario, scelse, e pagò caro quella scelta. Bonifacio VIII, temendo che potesse diventare un papa alternativo, lo fece rinchiudere nella fortezza di Fumone, dove morì nel 1296.
Distinguere la rinuncia sana dalla fuga
Naturalmente non ogni abbandono è coraggio: a volte rinunciamo davvero per paura, per evitare il disagio della responsabilità. Come capire la differenza? Alcune domande aiutano a orientarsi:
- Da cosa sto fuggendo? Se mollo solo per evitare l’ansia, è fuga. Se lascio per seguire qualcosa di più autentico, è scelta.
- Quale sogno sto onorando? La rinuncia sana libera energie verso ciò che conta davvero; la fuga le disperde.
- Sto decidendo io, o sto solo subendo? Autodeterminarsi significa scegliere con consapevolezza, non essere trascinati dalla paura o dalle aspettative altrui.
Settecento anni dopo, il “gran rifiuto” continua a interrogarci proprio perché tocca un nervo scoperto: il diritto di cambiare strada. Afferrare i propri sogni non vuol dire stringere a ogni costo ciò che si possiede, ma avere il coraggio di lasciare ciò che ci tradisce, per restare fedeli a chi siamo.
Domande frequenti
Chi è “colui che fece per viltade il gran rifiuto” nell’Inferno di Dante?
È quasi sempre identificato con papa Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, l’eremita eletto papa nel 1294 che rinunciò al pontificato dopo pochi mesi. Dante non lo nomina, ma lo colloca tra gli ignavi nel terzo canto dell’Inferno. Alcuni studiosi hanno proposto identità diverse, come Esaù o Ponzio Pilato.
Perché Celestino V rinunciò al papato?
Rinunciò il 13 dicembre 1294 dichiarando umiltà, debolezza fisica e desiderio di una vita contemplativa. Sul piano umano e psicologico pesarono l’età avanzata, la mancanza di esperienza di governo e le forti pressioni politiche, in particolare del re di Napoli Carlo II d’Angiò.
Perché Dante condanna Celestino V?
Perché, secondo il poeta, con la sua rinuncia aprì la strada a Bonifacio VIII, papa che Dante riteneva corrotto e responsabile, indirettamente, del proprio esilio da Firenze. La condanna è più politica che morale: il rimprovero è di essersi sottratto a una responsabilità che avrebbe potuto cambiare la Chiesa.
La rinuncia è sempre un segno di debolezza?
No. La psicologia distingue tra la fuga, dettata dalla paura, e la rinuncia consapevole, che nasce dalla conoscenza dei propri limiti e dei propri valori. Lasciare un ruolo che non ci appartiene per seguire un cammino più autentico è un atto di coraggio e di autodeterminazione, non di codardia.
Come capire se sto rinunciando per coraggio o per paura?
Aiutano alcune domande: da cosa sto fuggendo? Quale obiettivo più vero sto onorando con questa scelta? Sto decidendo consapevolmente o sto solo subendo le aspettative altrui? Se la rinuncia libera energie verso ciò che conta davvero, è una scelta sana; se serve solo a evitare il disagio, è una fuga.
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