Psicologia e Società

Adolescenti anonimi: i ragazzi che non riconoscono più l’altro

Esistono adolescenti che parlano ma non riconoscono davvero l'altro come interlocutore. Chi sono gli "adolescenti anonimi", perché emergono nella società del consumo immediato e come educatori e genitori possono ricostruire la relazione.

Adolescenti anonimi: i ragazzi che non riconoscono più l’altro

C’è una sensazione che, da educatore e psicologo, ho imparato a riconoscere come un campanello d’allarme: la sensazione di essere soli anche quando ho un ragazzo seduto di fronte a me. Non è la diffidenza tipica dell’adolescenza, né la rabbia di chi sfida l’adulto. È qualcosa di più sottile e spiazzante: parli, ascolti, provi a costruire un dialogo, e ti accorgi che dall’altra parte non c’e nessuno che ti riconosce davvero come interlocutore.

Ho scelto di chiamare questi ragazzi adolescenti anonimi. Non perché siano pochi o invisibili, ma perché sembrano privi di un volto relazionale: ci sono, parlano, a volte si confidano, eppure restano in un certo senso senza identità condivisa. Questo articolo prova a descrivere chi sono, perché stanno emergendo proprio oggi e cosa possono fare genitori ed educatori per non arrendersi.

Adolescenti anonimi: chi sono

Lavoro da anni con persone che presentano problematiche molto diverse: sindrome di Down, sindrome di Williams, disturbo dello spettro autistico, schizofrenia, disabilita intellettiva. Ogni condizione ha le sue caratteristiche relazionali, ma in tutte, anche nelle più severe, ho sempre trovato un denominatore comune: il riconoscimento dell’altro. In qualche misura, l’interlocutore esiste.

Con gli adolescenti anonimi accade qualcosa di nuovo. Lo psicoanalista Christopher Bollas diceva che bisogna “cercare il paziente dentro di noi”: entrare in empatia, immaginarlo, sentirlo vivo nella nostra mente. Con questi ragazzi questo passaggio si inceppa. Provo a spiegarlo con un’immagine: di solito, quando entro in contatto con qualcuno, e come se suonassimo insieme, come una band che intona un brano che mi emoziona. Con loro non suono. Le note non si incontrano.

Non si tratta di una diagnosi clinica, ma di una modalita relazionale che vedo comparire sempre più spesso e che mette in crisi il lavoro educativo fin dalle fondamenta.

Quando la relazione inganna: la sorpresa relazionale

Comunicare significa, prima di tutto, dirsi a vicenda come ci si vede. Lo psicologo Paul Watzlawick, nella sua celebre Pragmatica della comunicazione umana, descrive tre possibili reazioni a come l’altro si presenta: conferma (ti riconosco e ti accetto), rifiuto (ti riconosco ma non sono d’accordo) e disconferma (e come se tu non esistessi).

Conferma e rifiuto, per quanto opposti, hanno una cosa in comune: ammettono l’esistenza dell’interlocutore. Anche nello scontro, c’e qualcuno che ti vede. La disconferma, invece, e la più dolorosa: l’altro non viene ne accettato ne criticato, semplicemente non riconosciuto.

Con gli adolescenti anonimi accade proprio questo, e in un modo ingannevole. Lo psicoanalista Theodor Reik invitava a dare ascolto a quel “dubbio relazionale”, a quell’aspettativa delusa che a volte avvertiamo nella relazione: qualcosa che ci aspettavamo di trovare e che non c’e. Io chiamo questa esperienza sorpresa relazionale. E un inganno: credi di essere in dialogo, e all’improvviso scopri che il dialogo non c’era.

Due movimenti che non si parlano

Questo inganno nasce da due movimenti relazionali che procedono su binari separati.

  • Primo movimento. Il ragazzo apre, condivide qualcosa di intimo. Uno di loro mi parlo del dolore per il padre che aspettava un figlio da un’altra donna, e della rabbia per il tempo che gli veniva sottratto. Una confidenza così sembra dire: mi fido di te, ti riconosco come qualcuno con cui parlare.
  • Secondo movimento. Subito dopo, pero, la reciprocita attesa non arriva. Il mio feedback, la mia risposta, quello che provo a restituirgli non viene raccolto. Non c’e interesse. La costruzione di un significato condiviso si arresta di colpo.

I due movimenti non appartengono alla stessa famiglia. Il primo non era davvero una richiesta di relazione, ma qualcosa di più vicino a una scarica emotiva senza mediazione: uno sfogo, non un ponte. Ricordo un ragazzo furioso per il ritorno a casa del fratello maggiore che lo svalutava: durante una passeggiata la rabbia diventava bestemmie, frasi provocatorie lanciate a coetanei ignari, il camminare avanti senza aspettarmi. Pura azione, nessuna parola che la contenesse.

Ho lavorato anche con i cosiddetti “ragazzi di strada”: grande impulsivita, passaggi all’atto, persino risse tra gruppi. Eppure, anche li, l’interlocutore era riconosciuto. C’era conflitto, ma c’erano significati a cui aggrapparsi e, soprattutto, c’era un’affettivita a fare da sfondo. Con gli adolescenti anonimi spesso questo sfondo manca, e la relazione rischia di non muoversi mai dal punto di partenza.

Le radici sociali: l’epoca del “tutto e subito”

La mia ipotesi e che la causa non vada cercata nelle caratteristiche personali dei singoli ragazzi, ma nello sfondo sociale in cui crescono: la società dei consumi e della gratificazione immediata.

Il sociologo Zygmunt Bauman descriveva l’ossessione contemporanea di tenere aperte tutte le possibilità, di scegliere sempre il meglio. Questa logica, nata per gli oggetti, si e estesa alle persone. Se il mio punto di vista e l’unico che conta, perché dovrei interessarmi a come la vede un altro? L’attesa diventa insopportabile, il pensiero un’attività noiosa, e gli altri vengono percepiti come complementari ai miei bisogni o, altrimenti, scartabili.

Non sono il solo a leggere questo cambiamento. Lo psicoterapeuta Matteo Lancini parla di una società “post-narcisistica” in cui, paradossalmente, e l’altro a essere scomparso, insieme ai suoi bisogni. E quella che molti chiamano oggi solitudine connessa: ragazzi sempre raggiungibili eppure profondamente soli, immersi in legami fragili, mediati, instabili. Secondo l’Istituto Superiore di Sanita, in Italia oltre 100.000 giovani vivono forme di ritiro sociale; e i dati segnalano che la confusione identitaria e nettamente più alta tra gli adolescenti iperconnessi.

In questo orizzonte, come scriveva il filosofo Georges Bataille, “la violenza e una mancanza di vocabolario”. Potremmo dire che l’agito e una mancanza di vocabolario: quando manca la parola per pensare l’emozione, resta solo l’azione.

Il nodo: la mediazione simbolica che si spegne

Cosa si perde, esattamente? Si perde la capacita di prendere distanza dai propri pensieri per poterli guardare. Reik raccomandava di “farsi stranieri” ai propri pensieri per comprenderli. L’idea e semplice e profonda: io non coincido del tutto con cio che penso. Solo se riesco a mettere un piccolo spazio tra me e i miei pensieri posso rivederli, collegarli, digerirli. E in quello spazio fa il suo ingresso l’altro: ammettere un “oltre me” che partecipa al mio modo di dare senso alle cose.

Quando questo spazio collassa, resta solo l’impulso. Massimo Recalcati parla del nostro come del tempo dell’agire, della coazione a ripetere senza pensare. Educare, allora, diventa la sfida di creare una relazione al di fuori della parola condivisa: un compito arduo, ma non impossibile.

Un esempio concreto

In un lavoro di gruppo, un ragazzo riusci a raccontare il conflitto con il padre e le difficolta a scuola: gli altri ascoltavano partecipi. Ma appena fini di parlare, l’attenzione verso cio che portavano i compagni svani. C’era un “prima” pieno di se e un “dopo” vuoto, perché non-se. Mancava il filo che collega il mio vissuto a quello dell’altro. La realtà si frammentava in tante schegge che non si tenevano insieme.

Le caratteristiche ricorrenti

Mettendo in fila quello che osservo, emergono alcuni tratti che tendono a presentarsi insieme. Non sono etichette assolute, ma tendenze di intensita variabile, questione di percentuali, non di diagnosi.

  • Autoreferenzialita. Un fortissimo ancoraggio alla propria percezione, senza interesse reale per il punto di vista altrui.
  • Bassa tolleranza alla frustrazione. Domina il “tutto e subito”. Una ragazza che seguivo, dopo aver preso la sua prima sufficienza dopo molto tempo, si lamento di aver preso “solo” una sufficienza: un’aspettativa irrealistica, centrata sul piacere immediato anziche sulla realtà. Gli psicologi ricordano che la tolleranza alla frustrazione si costruisce nel tempo, fin dall’infanzia, e che la sua assenza si lega ad ansia, fragilita dell’autostima e relazioni più difficili.
  • Zona di tolleranza stretta. Si e “tollerati” finché non si insiste troppo: una parola di troppo e si esce dallo spazio di lavoro concesso.
  • Tempo sospeso. Un presente senza progettualita, dove e difficile immaginare e desiderare il futuro.

Una bussola per educatori e genitori

Se la parola condivisa non basta più, l’educazione deve ripartire da un livello più elementare: ricostruire, passo dopo passo, la possibilità stessa del riconoscimento dell’altro. Con alcuni pazienti, anche in condizioni gravi, mi capita di “metacomunicare”, cioè di parlare insieme di cio che accade tra noi, dando un nome alle emozioni. E un modo per restituire al ragazzo l’esperienza, magari nuova, che un altro può portare un significato diverso dal suo, senza per questo annullarlo.

La filosofa Simone Weil parlava di attenzione come gesto capace di sospendere per un istante le nostre interpretazioni e farci vedere cio che e davvero altro da noi. La relazione educativa ha questo dono: permette di “sradicarsi” da un luogo di significati per attecchire in uno nuovo. E un seme che, con pazienza, in molti casi può germogliare.

Resta una domanda, vista su un muro della mia città: “Chi siamo quando nessuno ci vede?”. Forse e proprio questo il punto. Senza qualcuno che ci riconosca, senza significati e progetti condivisi, si rischia di restare anonimi. E nessun ragazzo merita di restare anonimo.

Dove chiedere aiuto

Se sei un genitore, un insegnante o un ragazzo e senti che il disagio diventa difficile da gestire, chiedere aiuto e un atto di forza, non di debolezza.

  • Telefono Azzurro – 1.96.96: linea gratuita di ascolto per bambini e adolescenti, attiva 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. Disponibile anche una chat dedicata.
  • 114 Emergenza Infanzia: numero gratuito, attivo 24 ore su 24, per segnalare situazioni di pericolo che coinvolgono minori.
  • Consultori familiari e servizi sociali del territorio: offrono ascolto e sostegno a famiglie e ragazzi, spesso gratuitamente. Anche il pediatra o il medico di base possono indirizzare verso uno psicologo.

Domande frequenti

Cosa si intende per “adolescenti anonimi”?

E un’espressione che descrive ragazzi che, pur parlando e a volte confidandosi, non riconoscono davvero l’altro come interlocutore: la comunicazione viene avviata ma non porta a un dialogo reciproco. Non e una diagnosi clinica, ma una modalita relazionale che molti educatori incontrano oggi e che rende difficile costruire significati condivisi.

Perché oggi alcuni adolescenti faticano a riconoscere l’altro?

L’ipotesi e che la causa sia soprattutto sociale. La cultura del consumo e della gratificazione immediata spinge a considerare gli altri in funzione dei propri bisogni e a percepire l’attesa e il pensiero come ostacoli. Molti studiosi, da Bauman a Lancini, collegano questo fenomeno alla “solitudine connessa” dei giovani iperconnessi.

Che differenza c’e con i ragazzi semplicemente ribelli o oppositivi?

Il ragazzo ribelle ti riconosce: ti sfida, ti contesta, ma sa che esisti e c’e un’affettivita di fondo. L’adolescente anonimo invece tende a “disconfermare” l’altro, come se non ci fosse. Per questo l’esperienza dell’educatore non e il conflitto, ma una spiazzante sensazione di vuoto e di solitudine.

Cosa possono fare genitori ed educatori?

Ripartire da un livello molto concreto: nominare le emozioni, dare valore all’attesa e alla frustrazione come parti normali della vita, e ricostruire pazientemente l’esperienza che l’altro può offrire un punto di vista diverso e prezioso. La relazione costante e l’attenzione autentica sono lo strumento principale. Quando il disagio e intenso, e utile coinvolgere uno psicologo o i servizi del territorio.

A chi rivolgersi se la situazione preoccupa?

In Italia si può chiamare gratuitamente Telefono Azzurro al 1.96.96, attivo 24 ore su 24, o il 114 Emergenza Infanzia in caso di pericolo. Sul territorio sono disponibili consultori familiari, servizi sociali e psicologi; anche il medico di base o il pediatra possono indicare un percorso adeguato.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.