L’abituazione: quando lo stimolo smette di parlarci
Il continuo essere esposti a eventi sorprendenti innalza la soglia di salienza dell’individuo, che sviluppa abitudine per quella tipologia di stimoli. Il risultato e’ paradossale: piu’ ci abituiamo, piu’ cerchiamo stimolazioni maggiori per provare la stessa intensita’ di un tempo.
Il meccanismo e’ lo stesso che sperimentiamo quando indossiamo una maglietta. All’inizio sentiamo la sensazione tattile del tessuto sulla pelle, ma dopo poco non vi prestiamo piu’ attenzione. Si dice che quello stimolo percettivo sia andato incontro ad abituazione: il cervello non lo considera piu’ rilevante e ne abbassa la risposta. E’ un fenomeno riscontrabile anche a livello neuronale, non una semplice impressione soggettiva.
L’abituazione ha una funzione adattiva evidente: ci libera dal dover elaborare costantemente informazioni ridondanti. Ma quando si applica alla nostra vita emotiva, produce un effetto collaterale insidioso, quello di renderci progressivamente indifferenti proprio a cio’ che dovrebbe emozionarci.
L’innalzamento della soglia sensoriale
Quando si verifica un innalzamento della soglia sensoriale, il soggetto puo’ orientarsi soltanto verso gli stimoli la cui intensita’ supera quella soglia. Tutto cio’ che resta al di sotto non accede alla coscienza: e’ come se non esistesse. Elevando continuamente l’asticella, riduciamo l’ampiezza di cio’ che siamo in grado di percepire davvero.
C’e’ poi un secondo ostacolo, questa volta di natura relazionale e culturale. Quando ci troviamo di persona di fronte a eventi eccezionali, spesso proviamo estraniamento. Da bambini non ci pensavamo troppo: “bu-bu settete”, ci meravigliavamo e seguivamo la nostra spinta interiore senza filtri. Con l’eta’ adulta, e con la seriosita’ dilagante che la accompagna, e’ quasi disdicevole lasciarsi colpire. Mostrarsi sorpresi significa svelarsi per quello che siamo, far emergere il bambino che e’ in noi.
Da qui nascono interrogativi, spesso non consapevoli. Com’e’ possibile che di fronte al mio cantante preferito non riesca a sentire quello che avrei voluto sentire? Dov’e’ finita quella botta di vita che avevo preventivato? Perche’ davanti a un panorama la mia mente non accede alle infinite sfumature emotive che pure potrebbe scaturire?
Lo schermo come filtro tra noi e l’esperienza
Disorientamento e vergogna fanno si’ che, a quel punto, si erga davanti a noi uno schermo. Un filtro che protegge, che testimonia l’evento e che pretende di completare un’elaborazione per la quale non troviamo elementi o funzioni adeguate. Cosi’ registriamo un video e lo condividiamo con qualcuno. Oppure lo teniamo per noi, per condividerlo con il “noi stessi” del futuro.
Per capire cosa accade in questo passaggio e’ utile il modello della mente proposto da Bion. Le sensazioni e le percezioni vengono elaborate dalla funzione Alfa della madre, con lo scopo di restituire al bambino oggetti pensabili, capaci di entrare a far parte delle sue esperienze e dei suoi pensieri. Con il tempo questa funzione viene introiettata e il bambino procede in autonomia.
Quando invece le sensazioni non vengono elaborate, si trasformano in elementi Beta, le “cose in se'” per intenderci, e l’unico modo per liberarsene e’ l’identificazione proiettiva: si espellono questi elementi grezzi in qualcun altro per poterli osservare da una distanza di sicurezza. Gli eventi straordinari vengono cosi’ digeriti prima da qualcun altro, tramite la condivisione, e poi l’attivazione che ne deriva viene scaricata guardando video di persone che esprimono quell’emozione, come le innumerevoli reaction che spopolano ovunque.
La condivisione sembra svolgere questa funzione al posto nostro: ci rende oggettivabili emozioni che non riusciamo piu’ a gestire ne’ ad accedere. Un semplice messaggio di risposta con scritto “figata” e’ qualcosa di piu’ maneggevole, e ci restituisce il senso di cio’ che stiamo vivendo. Il prezzo, pero’, e’ delegare all’esterno un’esperienza che dovrebbe essere nostra.
Abbassare la soglia: la sfida delle scienze umane
La sfida titanica delle scienze umane di questi anni e’ proprio quella di abbassare quella soglia, per riportare l’attenzione agli aspetti elementari della percezione. Si tratta di contrastare l’insoddisfazione causata, paradossalmente, non da un mondo povero di stimoli ma da un mondo che ne ha troppi. Portando l’attenzione verso gli aspetti piu’ semplici e apparentemente scontati dell’esperienza cosciente, anche i colori intorno a noi possono riacquistare luce e vita.
Si attua cosi’ una vera ristrutturazione dell’esperienza. Maria Montessori descrive come bambini molto piccoli siano capaci di distinguere lievissime sfumature tra varie tonalita’ di rosso, grazie all’allenamento e all’esercizio. La sensibilita’ percettiva, in altre parole, si puo’ educare.
Una tecnica semplice? Prendi un oggetto che hai davanti e osservalo. Ora immagina di volerlo dipingere. Alcuni pittori spendono ore solo per rendere un filo d’erba: e’ piu’ chiaro o piu’ scuro di quello accanto? Perche’ uno piega a destra e l’altro a sinistra? Dipingere con la mente costringe a guardare davvero, a rallentare, a ritrovare le sfumature che l’abitudine aveva cancellato.
E’ cosi’ che possiamo tornare a meravigliarci, riscoprendo il fanciullino dentro di noi, stupendoci della ciclicita’ delle stagioni, di un profumo particolare, fino a meravigliarci persino del sapore dell’acqua. Non servono eventi eccezionali: serve riabbassare la soglia e restituire dignita’ a cio’ che e’ semplice.
Domande frequenti
Cos’e’ l’abituazione e perche’ riguarda le emozioni?
L’abituazione e’ la riduzione della risposta a uno stimolo ripetuto, riscontrabile anche a livello neuronale. Nata come meccanismo adattivo per ignorare le informazioni ridondanti, applicata alla vita emotiva ci rende progressivamente indifferenti proprio a cio’ che dovrebbe emozionarci, spingendoci a cercare stimoli sempre piu’ intensi.
Perche’ registriamo e condividiamo invece di vivere l’emozione?
Perche’ lo schermo funziona da filtro protettivo quando disorientamento e vergogna ci impediscono di elaborare direttamente un’esperienza intensa. Nel linguaggio di Bion, deleghi ad altri l’elaborazione degli elementi grezzi tramite la condivisione, ottenendo un riscontro piu’ maneggevole, come un “figata”, al posto dell’emozione originale.
Cosa sono la funzione Alfa e gli elementi Beta di Bion?
Nel modello di Bion la funzione Alfa trasforma sensazioni e percezioni grezze in oggetti pensabili. Cio’ che non viene elaborato resta come elemento Beta, materiale non digeribile che si tende a espellere nell’altro tramite l’identificazione proiettiva, per osservarlo da una distanza di sicurezza.
Come si puo’ tornare a meravigliarsi?
Abbassando la soglia sensoriale e riportando l’attenzione agli aspetti elementari della percezione. L’esempio di Maria Montessori mostra che la sensibilita’ si allena: osservare con cura un oggetto, coglierne le sfumature come farebbe un pittore, aiuta a ristrutturare l’esperienza e a riscoprire lo stupore.
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