Emozioni da paura nel setting

Avete mai sentito parlare del transfert?

Uno degli argomenti che desta particolare curiosità e sul quale ci sono molti pregiudizi è sicuramente la relazione terapeuta/paziente. La domanda che prima o poi passa a tutti per la testa è: ma cosa accade realmente fra i due attori del setting? 

Terapeuta/Amico (?)

relazione terapeuta paziente

Una persona si rivolge a uno psicoterapeuta quando è in un momento di difficoltà. Premesso questo, inizio subito dicendo che la figura dello psicoterapeuta non sarà sicuramente l’amico a cui puoi confidare le tue difficoltà, e di sicuro non è la persona che nel momento del bisogno ti dà una pacca sulla spalla. Un amico è coinvolto emotivamente nella tua vita e non può vedere con occhio imparziale ciò che tu gli confidi. Comunque sia, un amico può giudicare.

Quella terapeutica è una relazione talmente particolare che raramente si presenta in altri tipi di contesti umani. Dà la possibilità al paziente di godere di uno spazio totalmente unico e personale e di esplorare i propri vissuti con un’intensità tale da essere quasi impossibile poterla raccontare e spiegare a terzi.

Ti racconto le emozioni

Ho amato la seduta di ieri! Ho adorato la semplicità, il mettersi a nudo, l’emozionarsi l’uno per l’altra…, l’uno con l’altra; il condividere senza timore i sorrisi, il riuscire a parlare di quello che abbiamo affrontato insieme! Dei nostri successi e degli insuccessi! Della normalità di provare emozioni e della semplicità con la quale dobbiamo accoglierli, del sottolineare il gesto e il cenno di una mano, del busto dell’una che si protrae verso l’altro o che lo respinge allontanandosi, dell’accenno di sorriso. Ho un rapporto particolare e unico con il mio terapeuta, fatto di scontri e accoglienza. E di abbracci sentiti, anche senza aver alcun contatto fisico! E di schiaffoni emozionali. Perché sono unica, e perché ho la conferma che ci sarà, finché ne ho bisogno. Finché vorrò, sarà lì, occhi negli occhi, seduto su quella poltrona oscena, lì fra quelle quattro mura che trasudano vita, emozioni, speranza e obiettivi! E grandi, grandi successi, accompagnati da una buona dose di semplicità, nel riuscire a snocciolare il groviglio di emozioni e sentimenti che una persona si porta dentro da una vita! 

Ma perché queste emozioni mi fanno così paura? Ed ecco che finalmente riesci a dare un nome (forse!) a queste emozioni, a queste sensazioni…

Transfert

transfert e controtransfert

Shhh! Non pronunciare ad alta voce questa parola! È ambigua, è pericolosa! Nessuno ha il coraggio di dirti cosa stia succedendo e tu credi di impazzire!

Letteralmente: trasferire.

Nella vita reale, tormento!

È una sensazione viscerale, un casino di emozioni miste tra amore e odio. È transfert se quando entri provi tormento ed esci convinta di poter affrontare il mondo con il suo aiuto (il caro Sancho Panza dai modi goffi e sgraziati). Quando vi guardate negli occhi e quei momenti sembrano eterni, ti senti capita, ti senti al sicuro. Quando hai paura che arrivi una fine, perché non puoi pensare ad una vita senza la sua presenza. Quando lo associ a tutte le azioni e a qualsiasi cosa tu faccia ogni giorno: suoni, parole, frasi, sguardi che incontri.

Quando lo senti parte della tua vita e vorresti far parte (anche una piccolissima parte) della sua vita. Quando le piccole confidenze le accogli come preziosi doni, perché ti accorgi che si “fida” di te. Quando hai bisogno di renderlo partecipe dei tuoi successi e delle tue frustrazioni! Quando ti dispiace sentire che con te si relaziona con un impersonale lei e con gli altri pazienti si fa chiamare per nome!

Ho sofferto molto per queste sensazioni. Ho provato a spiegarle al dottore ma viene sempre bypassatala questione: troppo spinosa, troppo complicata per una persona ignorante come me!

Al solito, se non so chiedo!

Chiedo sui gruppi!

La risposta è: “Sei in una fase di transfert, è positivo in un percorso terapeutico!”

Positivo? Ma se ci soffro tantissimo? Se non vedo l’ora di condividere con lui tutto! Se conto i giorni per arrivare al prossimo incontro! Se riesco ad essere me stessa ed avere la fiducia incondizionata di fermarmi a guardare e farmi guardare negli occhi solo da lui senza provare vergogna! Perché questo mi dà forza, mi dà coraggio…

 Positivo? Fidarsi ciecamente a riporre la tua vita e i tuoi scheletri nascosti nelle sue mani…

Ma non mi viene detto pubblicamente, mi viene detto in chat, perché come al solito non si pronuncia quel vocabolo inopportuno. Nessun professionista pubblicamente risponde. Ma la risposta è la stessa: transfert. Ed io non avevo paura di una risposta!

Non mi è dato di sapere cosa uno psicoterapeuta provi per i propri assistiti e non oso chiedere al mio dottore (il mio fedele Sancho Panza) se i termini transfertcontrotransfertesistano davvero o siano solo termini “di comodo”, che vengono utilizzati per non coinvolgere quelle emozioni che è normale intervengano in una relazione così profonda ed intima come quella terapeutica.

Non mi è dato di sapere se prova affetto o non mi sopporta. Io un idea ce l’ho, però. Non mi è dato di sapere se questa sofferenza si attenuerà nel corso del tempo o cambierà, nessuno ha voglia né tempo per spiegarmelo. Ma questa sensazione c’è, e sarebbe bastato che mi dicesse: “Va tutto bene! È giusto che sia così nel nostro rapporto, e non ne devi avere paura!” E forse sarebbe tutto meno doloroso di quanto lo è stato e quanto forse lo è anche adesso.

Insomma, se c’è tutto questo, allora è transfert.

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