La lettera di Ivana
Cari nuovi amici, sono una ultra-settantenne single che vive con due gatte e molte visite, telefoniche e di persona. Mi cercano per raccontare, spero risolvere, i loro problemi: salute, denaro, depressione. Io ho avuto una bellissima e difficile vita, e la mia più grande gioia è quella di aver superato tanti ostacoli, miei e non miei. A dire la verita’ non so come ho fatto. È fin dall’adolescenza che sono “l’acquasantiera di tutti i conoscenti”, perciò sono molto interessata a capirmi e a capire come ho fatto. Ho una laurea in economia, ma ho anche frequentato quasi tutto il corso universitario di sociologia, e tuttavia non basta a spiegarmi come faccio a ridare vita serena a chi seguo e mi accetta. Grazie dell’attenzione a chi vorrà leggermi. Ivana, figlia di Ariel.
Risponde Loris Pinzani, psicologo e psicoterapeuta
Gentile lettrice, il comportamento è espressione della personalità. Dovessimo definire questa condizione umana, potremmo dire che la personalità è il modo di vedere la realtà, di affrontarla e di trarne linee di comportamento. Per questo motivo è quantomeno complesso rispondere alla domanda su cosa fare in una determinata situazione, dal momento che non esiste alcuna ricetta stabile e generale per stabilire quale sia la condotta opportuna nei vari frangenti.
Tuttavia possiamo certamente affermare che il modo più corretto di affrontare un contesto relazionale o affettivo è quello di evitare una reazione immediata e di concedere a se stessi il tempo di riflettere, allo scopo di riconoscere le proprie emozioni e di individuare quali siano quelle dell’interlocutore. Potremmo dire che è necessario “fermarsi” per impostare una reazione, e darsi il tempo di riconoscere il motivo del comportamento dell’altro, al quale spetta una riflessione pacata e logica quanto la tua.
Questa breve esposizione può essere riassunta con la frase “riflettere prima di agire”, ma in realtà nasconde un argomento più ampio, che riguarda l’espressione stessa della personalità, continuamente gestita. Oltre a questo, mi pare di capire che il tuo desiderio sia quello di non essere fraintesa. Se lo temi, è certamente perché è già accaduto.
Ancora una volta, il modo migliore per spiegarsi è quello di indugiare sulla comunicazione. Le parole e le azioni sono macigni, non sono aria: non passano mai inosservate, né siamo disposti a non lasciarci determinare da quelle altrui. Sono concetti espressi, ma lasciano il segno, e questo accade sia quando sei tu l’ascoltatore, sia quando chi ascolta è l’altro. Componi la tua esposizione e rifletti ancora prima di esporla. Già con queste due attenzioni molte cose cambieranno. A presto. Dr Loris Pinzani, psicologo psicoterapeuta.
Essere “l’acquasantiera di tutti”: il ruolo di chi ascolta
La definizione che Ivana dà di se stessa racchiude un’intera storia relazionale. Essere “l’acquasantiera di tutti” significa diventare, spesso fin da giovani, il contenitore emotivo del proprio ambiente: la persona a cui gli altri portano dolori, paure e decisioni difficili, certi di trovare ascolto e sollievo. È un ruolo che nasce quasi sempre da qualità reali, come la sensibilità, l’intuito, la capacità di stare accanto a chi soffre senza spaventarsi.
Chi ricopre questo ruolo possiede di solito una notevole intelligenza emotiva. Riesce a leggere gli stati d’animo altrui, a cogliere ciò che non viene detto, a offrire una presenza che rassicura. Non sorprende che Ivana parli della propria più grande gioia come del fatto di aver superato tanti ostacoli, “miei e non miei”: prendersi cura degli altri è diventato, per lei, un modo di dare senso alla vita.
Caregiver emotivo e people-pleasing: dove sta il confine
Accanto a queste luci, però, esiste un rovescio della medaglia che vale la pena riconoscere. Quando il prendersi cura degli altri diventa l’unico modo di stare in relazione, si può scivolare in quella che gli psicologi chiamano dinamica del caregiver emotivo: la tendenza a occuparsi sistematicamente dei bisogni altrui mettendo i propri in secondo piano.
A questa si lega spesso il people-pleasing, cioè il bisogno di compiacere e di essere accettati, talvolta al prezzo di non dire mai di no. Chi è “l’acquasantiera di tutti” può sentirsi indispensabile e amato proprio in virtù di questa disponibilità, ma rischia anche di trovarsi sopraffatto, svuotato, incapace di chiedere a sua volta sostegno. Non è un caso che Ivana desideri, prima di tutto, “capirsi”: dietro la domanda su come faccia ad aiutare gli altri si intravede anche il bisogno di prendersi cura di sé.
Riconoscere il confine non significa smettere di essere generosi. Significa imparare a distinguere tra l’ascolto che nutre e quello che logora, tra il sostegno scelto e quello subito per timore di deludere. Concedersi il diritto di non rispondere sempre, di rimandare, di dire “ora non posso” è un atto di cura verso se stessi che, paradossalmente, rende anche più autentica la presenza accanto agli altri.
Coltivare confini sani senza perdere la propria generosità
Il consiglio del dottor Pinzani, “fermarsi” e riflettere prima di agire, vale anche su questo terreno. Darsi il tempo di riconoscere le proprie emozioni, prima ancora di quelle altrui, è il primo passo per non lasciarsi assorbire completamente dai problemi di chi ci circonda. Chi ascolta tutti ha bisogno, a sua volta, di spazi in cui essere semplicemente ascoltato.
Coltivare confini sani vuol dire anche scegliere consapevolmente a chi e quando offrire il proprio sostegno, riconoscendo che le energie emotive non sono illimitate. Significa permettersi momenti di solitudine rigenerante, dedicarsi a relazioni reciproche in cui non si è soltanto colonna portante, e accettare che chiedere aiuto non toglie nulla al proprio valore. Per chi, come Ivana, ha fatto dell’aiuto agli altri una vocazione di tutta una vita, questo equilibrio non è una rinuncia, ma il modo più maturo di continuare a essere presente, restando integri.
Domande frequenti
Cosa significa essere “l’acquasantiera di tutti”?
È un’immagine che descrive la persona a cui tutti si rivolgono per essere ascoltati e consolati. Indica un ruolo di riferimento emotivo all’interno di una rete di relazioni, spesso assunto fin da giovani, fatto di grande disponibilità all’ascolto e di capacità di stare accanto a chi soffre.
È un problema occuparsi sempre dei problemi degli altri?
Non lo è di per sé: la capacità di prendersi cura degli altri è una qualità preziosa. Diventa critica quando è l’unico modo di stare in relazione e porta a trascurare i propri bisogni. In quel caso può generare stanchezza emotiva e senso di svuotamento. La differenza la fa l’equilibrio.
Che cos’è il people-pleasing?
Il people-pleasing è la tendenza a compiacere gli altri per essere accettati, spesso evitando di dire di no anche quando sarebbe necessario. Chi lo vive può sentirsi amato per la propria disponibilità, ma rischia di mettere costantemente da parte i propri desideri e i propri limiti.
Come si possono coltivare confini sani restando persone generose?
Fermarsi e riflettere prima di rispondere, riconoscere le proprie emozioni, scegliere consapevolmente quando offrire sostegno e permettersi di chiedere aiuto a propria volta. Porre confini non significa diventare egoisti, ma rendere più autentica e sostenibile la propria presenza accanto agli altri.
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