La psicoanalisi non si è fermata a Sigmund Freud. Dopo di lui, e spesso a partire da un confronto critico con le sue teorie, sono nati numerosi approcci psicoanalitici che hanno spostato l’attenzione dalle pulsioni alle relazioni, dal conflitto interno al legame con gli altri. Ripercorriamo le tappe di questa evoluzione, dai fondamenti freudiani fino alla psicoanalisi relazionale.
Il punto di partenza: Freud e l’inconscio
Per capire ciò che è venuto dopo, occorre partire da dove tutto è cominciato. Freud muove i primi passi a partire dagli studi di Jean-Martin Charcot sull’isteria, allora curata con l’ipnosi per trattare chi manifestava sintomi privi di evidenze somatiche. Ben presto, però, Freud abbandona l’ipnosi. Insieme a Josef Breuer arriva a una intuizione decisiva: nelle pazienti isteriche sono le idee, e non i “nervi”, a generare i conflitti.
Nascono così le associazioni libere, il metodo che riconduce il paziente a rivivere il ricordo traumatico e, attraverso l’abreazione, a scollegare l’affetto negativo legato a quel ricordo. Ma Freud osserva che non tutte le pazienti avevano subito un trauma reale. Abbandona quindi la teoria del trauma ed elabora una teoria fondata sull’interpretazione dei sogni.
Il sogno come via regia verso l’inconscio
Nella prospettiva freudiana il sogno è considerato la via regia verso l’inconscio. Il paziente riporta un contenuto camuffato, il cosiddetto contenuto manifesto, dovuto alle operazioni del lavoro onirico: condensazione, spostamento e simbolizzazione. Attraverso le associazioni libere si risale al contenuto latente, cioè il vero significato del sogno. È su queste fondamenta che si costruiranno, e in parte si distanzieranno, le teorie successive.
Melanie Klein e l’analisi dei bambini
Il primo grande spostamento arriva con Melanie Klein, che si discosta da Freud analizzando direttamente i bambini. Klein presuppone che il complesso edipico si collochi già nei primi due anni di vita e che il bambino, giocando, faccia qualcosa di analogo alle libere associazioni dell’adulto. Il gioco diventa così la via d’accesso privilegiata al mondo interno del piccolo paziente.
Questa impostazione apre un capitolo nuovo della psicoanalisi, spostando il baricentro dall’adulto nevrotico al bambino e alle sue prime esperienze relazionali. Non tutti, però, seguiranno Klein sulla stessa strada.
Anna Freud e la Psicologia dell’Io
A difendere le posizioni del padre è Anna Freud, con la Psicologia dell’Io. Secondo Anna Freud il bambino ha bisogno di funzioni dell’Io ausiliarie prima dei tre anni, in contrasto con le ipotesi kleiniane. Il dibattito tra le due studiose diventa uno dei confronti teorici più significativi della storia della disciplina, perché mette a tema il momento in cui si struttura la vita psichica del bambino.
Il Middle Group e la Scuola Britannica
All’interno della Scuola Britannica creata dalla Klein si distingue anche il cosiddetto Middle Group, un gruppo intermedio idealmente guidato da Donald Winnicott. Questo filone pone l’enfasi sulle relazioni oggettuali e sull’importanza dell’attaccamento per lo sviluppo della personalità, un tema che troverà in John Bowlby uno dei suoi riferimenti fondamentali.
Con Winnicott e con la teoria dell’attaccamento, l’attenzione si sposta ancora una volta: non più solo le pulsioni interne, ma la qualità dei legami precoci con le figure di cura diventa il fulcro dello sviluppo psichico sano o disturbato.
La Psicologia del sé di Kohut
Un ulteriore contributo arriva dalla Psicologia del sé di Heinz Kohut, che dà rilievo alle interazioni con l’oggetto-sé. Questo può essere di natura narcisistica oppure connotato da caratteristiche proprie. In questa cornice i genitori sono responsabili dell’appagamento dei bisogni del bambino rivolti all’oggetto-sé: se tali bisogni vengono soddisfatti, generano una personalità sana; in caso contrario, possono predisporre a nevrosi o psicosi in età adulta.
La prospettiva di Kohut ribadisce così un tema ricorrente in tutta la psicoanalisi post-freudiana: la centralità della relazione precoce nella costruzione dell’identità.
Verso la psicoanalisi relazionale
Da queste teorizzazioni successive a Freud nasce il filone della psicoanalisi relazionale, in cui la relazione reale tra paziente e terapeuta, insieme all’analisi del transfert e del controtransfert, diventa una tecnica specifica del trattamento. L’incontro terapeutico non è più letto solo come proiezione del passato, ma come esperienza relazionale nuova, capace di produrre trasformazione.
Il contributo di Hartmann
In questo scenario merita di essere ricordato anche Heinz Hartmann, che distingue le capacità sane dell’Io, alleate con il terapeuta nella risoluzione dei conflitti, da quelle insane, che ostacolano l’alleanza. Hartmann sottolinea l’importanza dell’accettazione incondizionata del paziente e delle sue capacità di adattamento, presenti come una sorta di bagaglio già dall’infanzia. In questa prospettiva egli considera il bambino “sufficientemente adatto” all’ambiente in cui si trova a vivere, in virtù di alcune capacità di adattamento innate.
Dalle pulsioni alle relazioni
Il tratto comune a molte di queste correnti è uno spostamento graduale del centro di gravità. Nella teoria freudiana classica la vita psichica ruota intorno alle pulsioni e ai conflitti interni tra le istanze della mente. Con gli sviluppi successivi, l’accento si sposta progressivamente sulle relazioni: prima quelle con la madre e con le figure di cura nella prima infanzia, poi quella, cruciale, tra paziente e terapeuta. Non è un ripudio di Freud, ma un ampliamento del suo sguardo, reso possibile proprio dagli strumenti che egli aveva forgiato.
Questo passaggio ha avuto conseguenze concrete anche sulla pratica clinica. Se la mente si forma e si ammala nelle relazioni, allora è anche nella relazione che può trovare cura. L’alleanza terapeutica, l’ascolto, l’accettazione del paziente e l’analisi di ciò che accade nel qui e ora della seduta diventano leve terapeutiche a pieno titolo, accanto all’interpretazione dei contenuti inconsci.
Un albero con molte diramazioni
Ripercorrere gli approcci psicoanalitici dopo Freud significa osservare come una singola grande intuizione si sia ramificata in molte direzioni. Dall’analisi dei bambini di Klein alla difesa dell’Io di Anna Freud, dall’attaccamento del Middle Group alla Psicologia del sé di Kohut, fino alla psicoanalisi relazionale, il filo conduttore è chiaro: la progressiva scoperta che la mente si costruisce, si ammala e si cura all’interno delle relazioni.
Domande frequenti
Perché Freud abbandonò l’ipnosi?
Perché insieme a Breuer comprese che nelle pazienti isteriche erano le idee, e non i nervi, a generare i conflitti. Sviluppò così le associazioni libere e, in seguito, l’interpretazione dei sogni, considerati la via regia verso l’inconscio.
In cosa Melanie Klein si distacca da Freud?
Klein analizza direttamente i bambini e colloca il complesso edipico già nei primi due anni di vita. Ritiene inoltre che il gioco del bambino equivalga alle libere associazioni dell’adulto, diventando la via d’accesso al suo mondo interno.
Che cos’è la psicoanalisi relazionale?
È il filone nato dalle teorie post-freudiane in cui la relazione reale tra paziente e terapeuta, insieme all’analisi di transfert e controtransfert, diventa uno strumento specifico del trattamento. L’incontro terapeutico è visto come esperienza relazionale trasformativa.
Qual è stato il contributo di Kohut?
Con la Psicologia del sé, Kohut ha valorizzato le interazioni con l’oggetto-sé. Secondo la sua prospettiva, se i genitori appagano i bisogni del bambino verso l’oggetto-sé si sviluppa una personalità sana, altrimenti possono predisporsi nevrosi o psicosi in età adulta.
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