Benessere e Crescita

La tristezza nella storia dell’umanità

La tristezza è una delle emozioni che meno vorremmo provare, eppure è tra le più universali e antiche dell’esperienza umana. In questo articolo la illustriamo da un punto di vista sia neuroscientifico che storico-culturale, ripercorrendo come è stata interpretata nei secoli, cosa accade nel cervello quando la proviamo e, soprattutto, quale lato positivo possiamo riconoscere […]

La tristezza nella storia dell’umanità
La tristezza è una delle emozioni che meno vorremmo provare, eppure è tra le più universali e antiche dell’esperienza umana. In questo articolo la illustriamo da un punto di vista sia neuroscientifico che storico-culturale, ripercorrendo come è stata interpretata nei secoli, cosa accade nel cervello quando la proviamo e, soprattutto, quale lato positivo possiamo riconoscere a questa emozione tanto spiacevole quanto preziosa.

La tristezza: che cos’è?

La tristezza è un’emozione primaria che si prova nel momento in cui si sente o si crede di aver subito una perdita. Ogni tipo di perdita, dalla più insignificante a quella più devastante, che di norma risulta proporzionale alla causa a monte sia nell’intensità che nella durata. Quindi si ha una sensazione di scoraggiamento e di perdita d’energia che, in generale, porta l’individuo a ridurre il ritmo delle proprie attività. Infatti è l’emozione contraria a quella della gioia.

Ci sono diversi gradi di tristezza, da quelli più lievi che spesso colgono tutti noi fino a quelli gravi e cronici che possono portare alla depressione. Questa variabilità è importante: non ogni forma di tristezza è patologica, e riconoscerne l’intensità aiuta a capire quando si tratta di un passaggio naturale e quando invece è utile chiedere un supporto.

È un’emozione primaria ed è comune a tutti gli esseri umani anche di culture diverse: tutti sono in grado di percepirla e riconoscerla nei loro simili, per questo è considerata un’emozione primaria universale.

Come si riconosce sul volto e nel corpo

Le espressioni della tristezza sono: sguardo spento, palpebre superiori scese e sopracciglia piegate verso il basso, la pelle intorno alle ciglia forma un triangolo e gli angoli della bocca si abbassano. Inoltre è caratterizzata da un aumento relativamente elevato del battito cardiaco e da piccolissime variazioni di temperatura delle mani. Sono proprio questi segnali, condivisi al di là della lingua e della cultura, a rendere la tristezza immediatamente leggibile negli altri e a favorire quelle risposte di vicinanza e conforto che hanno un chiaro valore sociale.

Dal punto di vista neuroscientifico

Dal punto di vista neurobiologico, attraverso studi effettuati tramite tecniche di neuroimmagine, si sono evidenziati un’attivazione della corteccia prefrontale mediale, della corteccia cingolata anteriore, dell’ippocampo, dell’amigdala, dell’ipotalamo e di zone del tronco encefalico. Si tratta di un insieme di aree profondamente coinvolte nella regolazione delle emozioni, della memoria e delle risposte fisiologiche: un intreccio che spiega perché la tristezza non sia solo un pensiero, ma un’esperienza che coinvolge tutto il corpo.

Quando la tristezza si prolunga in modo indefinito, sproporzionato rispetto alle circostanze che l’hanno causata, e si è convinti che nulla basterà per ribaltare la situazione, si tratta di depressione. Quest’ultima è un’emozione secondaria basata sulla tristezza e ad essa collegata, ma che in questo articolo non verrà trattata. È bene però tenere presente la distinzione: la tristezza è una reazione naturale e transitoria, mentre la depressione è una condizione clinica che merita attenzione e, quando necessario, un percorso di cura.

Dal punto di vista storico-culturale

C’è correlazione tra tristezza e pesantezza e ciò si ritrova risalendo all’etimologia del termine italiano. Infatti deriva dal latino “tristis”, un aggettivo che abbracciava una gamma di significati negativi e pesanti, come “infelice”, “cupo”, “funesto”, “austero” e “torbido”.

La teoria umorale e il temperamento melanconico

I medici ed i filosofi dell’antica Grecia e, di riflesso, anche dell’antica Roma sostenevano la cosiddetta “teoria umorale”. Questa teoria si fondava sulla credenza che salute e malattia dipendessero dall’equilibrio tra i quattro fluidi corporei descritti all’epoca: sangue, flegma, bile gialla e bile nera. Le persone che subivano delle alterazioni nella salute avevano ripercussioni evidenti nel temperamento e nell’affettività a causa dello squilibrio di questi fluidi. A coloro che avevano la tendenza alla tristezza per un eccesso di bile nera veniva attribuito un temperamento melanconico (il cui significato letterale è “bile nera”), il cui concetto ha dato origine alla parola in uso ancora oggi, anche se attualmente è usata più come un sinonimo di depressione. Al contrario, chi presentava un eccesso di sangue aveva un temperamento sanguigno, mentre un eccesso di flegma portava ad un temperamento flemmatico ed un eccesso di bile gialla causava un temperamento collerico.

Il Rinascimento e il legame con il peso

La tristezza fu un argomento molto trattato nel Rinascimento. I filosofi ed i medici dell’epoca erano affascinati soprattutto dal legame tra la tristezza ed il peso. I medici, riprendendo la teoria umorale, ritenevano che la tristezza fosse causata da un eccesso della sostanza densa nota come “bile nera” e che il corpo umano ne risultasse appesantito. Per questo, secondo loro, le persone che provavano questa emozione erano anche goffe, i loro volti si presentavano cadenti e la loro andatura era lenta. Si credeva però che la pesantezza fisica rendesse più consistente il carattere di un uomo, quindi la tristezza era associata ad una maggiore sobrietà nel comportamento e ad una maggiore tenacia e risolutezza.

I teologi protestanti stabilirono l’esistenza di una particolare forma di tristezza che chiamarono “dolore divino”, un lutto positivo per chi lo provava, derivante dall’ammettere le proprie carenze spirituali e la propria indegnità rispetto a Dio.

Dal manuale di Thomas Elyot agli psichiatri contemporanei

Nel 1539 l’avvocato inglese Thomas Elyot scrisse un libro, “The Castel of Helth”, un trattato di medicina e manuale di auto-aiuto. In esso l’autore invitava i lettori a prendere contatto con la tristezza degli altri per meglio sopportare la propria. Inoltre forniva lunghe descrizioni delle varie cause della tristezza. Secondo lui, familiarizzare con una normale tristezza era un fattore protettivo rispetto alle più gravi manifestazioni che potevano portare anche al suicidio.

Nel 2007 gli psichiatri Allan Horwitz e Jerome Wakefield, autori del libro “La perdita della tristezza”, sostengono che alcune persone a cui viene diagnosticata la depressione in realtà sono soltanto tristi, e che questo eccesso di diagnosi è l’unica cosa che può spiegare il sorprendente aumento dei casi. Una riflessione che, a distanza di secoli dalla teoria umorale, riporta al centro una domanda ancora attuale: dove finisce la tristezza fisiologica e dove comincia la malattia?

Il lato positivo della tristezza

Se la storia e le neuroscienze ci raccontano quanto sia radicata, resta da chiedersi a cosa serva davvero un’emozione che nessuno sceglierebbe di provare. La tristezza, pur essendo spiacevole, svolge una funzione adattiva: è il momento in cui rallentiamo, ci ritiriamo e raccogliamo le energie. Proprio quel calo di ritmo che la accompagna permette di elaborare ciò che è accaduto e di riorganizzare le priorità dopo una perdita. In questo senso non è un ostacolo, ma un passaggio che prepara al cambiamento.

Domande frequenti

La tristezza è la stessa cosa della depressione?

No. La tristezza è un’emozione primaria, naturale e transitoria, che compare in risposta a una perdita ed è proporzionata alla causa. La depressione è invece un’emozione secondaria basata sulla tristezza: si parla di depressione quando lo stato si prolunga in modo indefinito, sproporzionato rispetto alle circostanze, con la convinzione che nulla possa cambiare la situazione.

Perché la tristezza è considerata un’emozione universale?

Perché è comune a tutti gli esseri umani, anche di culture diverse: tutti sono in grado di percepirla e di riconoscerla nei propri simili attraverso espressioni facciali e corporee condivise, come lo sguardo spento, le sopracciglia piegate verso il basso e gli angoli della bocca abbassati.

Cosa accade nel cervello quando siamo tristi?

Gli studi di neuroimmagine hanno evidenziato l’attivazione di diverse aree, tra cui la corteccia prefrontale mediale, la corteccia cingolata anteriore, l’ippocampo, l’amigdala, l’ipotalamo e zone del tronco encefalico: strutture coinvolte nella regolazione delle emozioni, della memoria e delle risposte fisiologiche del corpo.

Da dove viene la parola “melanconia”?

Deriva dalla teoria umorale dell’antichità: chi tendeva alla tristezza per un presunto eccesso di “bile nera” veniva definito di temperamento melanconico, termine il cui significato letterale è appunto “bile nera”. Il concetto è arrivato fino a oggi, anche se ora la parola è usata più come sinonimo di depressione.

La tristezza è un’emozione comune a tutti gli esseri umani, al di là delle culture. Seppure sia spiacevole provarla, e nessuno la sceglie, è un’emozione importante nella nostra vita perché è il momento in cui una persona raduna le proprie forze per adattarsi ad una nuova versione di sé stessa, dopo aver subito una qualsiasi perdita. Se si considera la tristezza come una strana, ignota e sgradevole creatura, e quindi la si tratta con ostilità, si diventa meno resistenti e resilienti al suo effetto e quindi più vulnerabili alle sue forme più gravi.
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